Imprese: dati al 30 settembre. Ma chi dovrebbe assumere?


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grafico a picco. Le imprese spariscono

Le imprese spariscono. Il tessuto imprenditoriale non esiste più, ma la flessibilità nel lavoro (sopratutto nel licenziamento) favorirà le assunzioni? E da parte di chi?

Partiamo da una banalità nota: L’economia Italiana è fondamentalmente basata sul tessuto delle micro, piccole e medie imprese. È da sempre la nostra caratteristica. È la caratteristica che ha costruito l’immagine del Made in Italy nel mondo. Quella cura per i particolari che solo il gusto personale e la mano dell’artista-artigiano può conferire ad un prodotto che risulta unico. Non si troveranno mai due pezzi perfettamente identici.

È ciò che distingue il Made in Italy dai prodotti da catena di montaggio. È il nostro orgoglio.

Nel web è accesa la discussione sulla questione dei licenziamenti e delle assunzioni facili. Il lavoro senza vincoli (il dipendente senza diritti, detta in soldoni) faciliterebbe le assunzioni.

Essendo stati rilasciati freschi freschi i dati delle imprese al 30 settembre, la curiosità mi ha spinto a cercarli ed estrarli in Camera di Commercio e raffrontarli nella serie degli ultimi anni, dal 2010 al 2013 (ringrazio la Camera di Commercio di Catania per avermene dato la possibilità)1.

Due precisazioni sui dati:

  1. Nella sezione per classificazione di codifica attività compaiono le “Imprese non classificate”. Sono queste imprese la cui attività o il cui oggetto sociale NON è presente nella classifica ATECO 2007. Quindi si tratta di attività atipiche (l’invenzione di una attività autonoma di qualsiasi tipo per fronteggiare la crisi) o di imprese che utilizzano questo metodo per mantenersi nel regime delle inattive per evitare alcune imposizioni fiscali, ovvero, ancora, ex personale dipendente cui viene imposta la “Partita IVA” per svolgere lavoro dipendente come fosse lavoro autonomo. Per evitare il “rumore statistico”, quindi, mi soffermo solo sui dati delle imprese “attive” e non “registrate”. Queste ultime, infatti, ricomprendono anche le imprese che non hanno avviato (o, quanto meno, dichiarato) alcuna attività;
  2. Tra la fine del 2012 e il 2013 sono stati abrogati alcuni Albi, fra cui l’Albo degli Agenti e Rappresentanti di Commercio e l’Albo dei Mediatori (sopratutto immobiliari). L’abrogazione è stata accompagnata dall’obbligo di iscrizione nel Registro delle Imprese per tutti gli iscritti a quegli Albi. È quindi evidente che i dati relativi al 2012 e al 2013 sono, in qualche modo, alterati, drogati da questo innesto. È questa la ragione per cui ne evidenzio il numero apportando la relativa correzione, in modo da raffrontare dati omogenei, espungendo dai totali queste iscrizioni. Ovviamente, la cifra di correzione dei primi nove mesi del 2014 è pari all’intera cifra riferita al complesso dell’anno 2013, essendo, a dicembre 2013, terminata la fase transitoria.

Ecco i dati (qui solo la sintesi e in immagine, Appena posso vedrò di mettere le singole tabelle a margine per renderle disponibili a chiunque volesse)

Imprese registrate e attive: differenze 2010-2013

Imprese registrate e attive: differenze 2010-2013

Dal 2010 al 2013, quindi, hanno definitivamente chiuso 105.455 imprese attive.

La tabella evidenzia anche un altro dato estremamente preoccupante. Le imprese che svolgono attività primaria (produzione di beni) subiscono un crollo. Dall’Agricoltura, estrazione di minerali, attività manifatturiere in genere e costruzioni vengono meno 145.498 imprese. Il “recupero” (se così si può chiamare) viene dalle imprese che svolgono attività di servizi.

Secondo il modello di “sviluppo sociale” è ciò cui dovrebbe tendere qualsiasi società in quanto sancisce il superamento della società rurale e il passaggio da quella industriale a quella post industriale: servizi.

Ovviamente c’è da chiedersi: Considerato che, se questo è un modello di sviluppo, è auspicabile per l’intera società mondiale, chi mai dovrebbe produrre i beni primari? E chi mai dovrebbe trasformarli?

Polemica a parte, è evidente che ci avviamo verso una terziarizzazione della nostra economia (di quel che resta, ovviamente). In buona sostanza, sparendo le imprese di produzione, ciò che rimane sono le imprese che svolgono servizi. In massima parte imprese che svolgono servizi per le imprese.

Dicevo dei dati settembre 2014. Il trend è assolutamente confermato e aggravato:

Imprese registrate e attive: differenze 2013-2014

Imprese registrate e attive: differenze 2013-2014

Da Settembre 2013 a Settembre 2014 chiudono definitivamente i battenti 38.447 imprese.

Se nel triennio dicembre 2010-dicembre 2013 si sono avute 105.455 chiusure, dal 30 Settembre 2013 al 30 Settembre 2014 si è già avuto il 36,5% delle chiusure del triennio precedente. E il dato del 2014 tenderà ad aggravarsi. È noto, infatti, che le imprese tendono a cessare il 31 dicembre. Il dato complessivo del 2014, che sarà disponibile fra gennaio e febbraio 2015, sarà assolutamente sconfortante, specie con l’introduzione dell’aumento IRAP retroattivo a partire dall’1 gennaio 2014.

La tabella ci offre pure la possibilità di desumere, sia pur indirettamente, il dato relativo ai consumi. Da dicembre 2010 a dicembre 2013 hanno tirato giù la saracinesca 3.212 imprese commerciali e il dato, già di per se preoccupante, è in realtà alterato.

Ricordate? Parlavamo della iscrizione in massa “ope legis”, fra altri, degli Agenti e Rappresentanti di commercio avvenuta fra il 2012 e il 2013. Bene sono stati classificati, ovviamente, nel settore economico “G”: Commercio. Certo, non sono tutti i 9.645, giacché la soppressione degli Albi non ha riguardato solo gli Agenti di Commercio, ma…

E infatti, questo settore di attività vede sparire, da settembre 2013 a settembre 2014 (un anno, quindi, a fronte del triennio 2010-2013) l’allarmante cifra di 3.581 imprese commerciali attive!! (e ne riparleremo a gennaio, quando si consoliderà il dato 2014 per l’intero anno).

Continuiamo il percorso. Vediamo l’andamento delle imprese per natura giuridica e il disastro si delinea meglio

Imprese per natura giuridica Differenza  2010-2013

Imprese registrate e attive per natura giuridica. Differenza 2010-2013

Imprese per natura giuridica Differenza  2013-2014

Imprese registrate e attive per natura giuridica Differenza 2013-2014

Anche questo, secondo alcuni, sarebbe “sviluppo”. Siamo dinanzi all’olocausto delle imprese individuali, delle Società di Persone (Società semplici, Società in nome collettivo e Società in accomandita Semplice) e delle “altre forme” (cooperative, consortili etc. Le includo nell’olocausto in quanto i 9.645 “ex Albi” sono tutti qui).

Se consideriamo i dati complessivi delle chiusure, la controtendenza abnorme è data dalle Società di Capitali (S.p.A., S.r.l., etc), ma che, comunque, è ben lungi dal bilanciare la strage delle micro, piccole e medie imprese.

E le imprese artigiane? Il nostro vanto, il nostro “Made in Italy”?

Eccolo

Imprese artigiane: 2010-2013 e 2013-2014

Imprese artigiane: 2010-2013 e 2013-2014

Consentitemi di non commentare i dati di mortalità delle imprese artigiane. Le cifre sono nella tabella. Da Settembre 2013 a settembre 2014 ha già cessato di esistere quasi il 50% delle imprese artigiane cessate in tutto il triennio precedente. E anche in questo caso, dovremo attendere gennaio-febbraio per avere il dato consolidato. È facile prevedere che una grande parte attende la chiusura dell’anno.

Una curiosità: Delle cessazioni trascritte al 30 settembre 2013, il 21,39% è costituito da imprese iscritte dal gennaio 2011 al settembre 2013 (il 7,43% delle cessazioni proviene da iscrizioni dell’intero anno 2011, il 9,26% da iscrizioni dell’intero anno 2012 e il 4,70% da iscrizioni avvenute entro lo stesso settembre 2013.

Lo stesso dato, riferito al settembre 2014 sale al 23,68%. Il cessazioni l’8,28% è costituito da imprese iscritte nel corso del 2012, il 10,35% da imprese iscritte nel 2013 e il 5,04 da iscrizioni dello stesso 2014.

Sviluppo?

La trasformazione di un tessuto economico in macerie e queste stesse macerie rese disponibili a chi volesse acquistarle a prezzi di svendita dall’estero sarebbe sviluppo? 

Già. In questi anni, quante aziende sono passate di mano? Quanti grandi marchi sono transitati all’estero? Giusto oggi un post sul blog di Beppe Grillo ne fa un riassunto:

2010 Fastweb (Svizzera, aveva già parte delle azioni dal 2007) Belfe (Sud Corea) Lario (Sud Corea) Boschetti alimentare (confetture) (Francia) 2011 Gancia (Russia) Fiorucci (salumi) (Spagna) Parmalat (Lactalis, Francia) Bulgari (Francia) Brioni (Francia) Wind (Russia, prima Egitto) Edison (Francia) Mandarina Duck (Sud Corea) Loquendo (leader nelle tecnologie di riconoscimento vocale) (Usa) Eridania (zucchero) (Francia) 2012 Star (Spagna) Controlla i marchi RisoChef, Pummarò, Sogni d’Oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo ed Olita Ducati (Germania) Eskigel (produzione gelati per varie catene di supermercati) (UK) Valentino (Qatar) Ferretti (nautica) (Cina) AR Pelati (pomodori) (Giappone) Coccinelle (Sud Corea) Sixty (Cina) Proprietaria dei marchi Miss Sixty e Energie 2013 Richard Ginori (venduta a Gucci, Francese) Loro Piana (Francia) Pernigotti (Turchia) Chianti Gallo Nero Docg (Cina) Pomellato (Francia) Scotti Oro (Spagna per il 25%)

Sviluppo? C’è qualcuno disposto a scommettere che il problema dell’Italia sia la flessibilità del lavoro? E chi mai dovrebbe assumere?

Dai dati è evidente che i consumi sono in caduta libera. È evidente che l’Italia è stata trasformata in un territorio di shopping a basso costo. Alle frontiere sostituiremo “Benvenuti in Italia” con “Benvenuti all’Eurospin”

Le imprese non assumono perché “il lavoratore ha troppi diritti”? O forse perché la domanda è nulla? E precarizzando, flessibilizzando e, di conseguenza, abbattendo i salari, se ne avvantaggia l’artigiano? È l’artigiano a poter tenere aperta la bottega se assume sapendo di poter licenziare?

No! Si sta semplicemente finendo di distruggere il sistema economico artigianale-manifatturiero che costituisce (costituiva) la nostra identità.

Nel mondo, all’Italia è (era) riconosciuto un ruolo leader che discende (discendeva) dalle nostre ceramiche, dal nostro tessile, dal nostro agro-alimentare…

Distrutto il sistema manifatturiero italiano, è stata distrutta l’economia italiana. All’Italia resta solo la possibilità di essere un Paese di manovalanza a basso costo.

Per questo dobbiamo sempre più flessibilizzare, precarizzare e, come diretta conseguenza, abbattere i salari.

Le classi politiche italiane andrebbero messe sotto processo per Alto Tradimento.

A partire dall’introduzione dell’ECU sono state create le condizioni per distruggere il Paese. L’Euro è adesso in forte difficoltà e mostra tutti i suoi limiti. In tanti, adesso, sostengono che occorre uscire.

Tanti. Troppi. Di alcuni non mi fido. Ne ho accennato qui, quiqui. È di oggi un bell’articolo su l’Antidiplomatico: “La fine dell’euro si avvicina: che non sia un nuovo 1992…

Sinceramente, considerata la nostra classe politica, comunque vada non prevedo nulla di buono.

Avevo promesso le tabelle in download


1Già, la Camera di Commercio. Quell’Ente inutile e contro il quale l’attuale Governo (Renzi, giacché i suoi Ministri sembrano messi li giusto per coreografia) si sta scagliando tanto da inserire norme che tendono a sopprimerle praticamente in ogni provvedimento. In effetti una idea sulle ragioni che stanno alla base di questo accanimento la ho e l’ho già espressa qui.

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