Fu Andreotti a volere la morte di Moro. Sicuri?


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Ma davvero fu Andreotti a volere la morte di Moro?

Da quanto emerse dal Memoriale, non può non essere stato Andreotti a volere la morte di Moro. Ma è davvero così? I tribunali hanno accertato che Andreotti ha avuto rapporti strutturali con la mafia e quindi non può avere l’assoluzione dalla storia, ma è utile attribuirgli anche l’omicidio di Abele?

Voglio esaminare gli atteggiamenti di due degli attori di quei 55 giorni che cambiarono l’Italia. Di quei 55 giorni del rapimento, prigionia e omicidio di Aldo Moro: Giulio Andreotti (Presidente del Consiglio) e Francesco Cossiga (Ministro degli Interni).

Nel post Stato-mafia: una trattativa che non è mai esistita ho provato a spiegare le ragioni (e le fonti su cui mi baso) per cui, secondo il mio punto di vista, è l’estrema destra americana (che gestisce larghe parti della CIA e la NATO) in alleanza forte e indissolubile con mafia (sopratutto) e mediante l’utilizzo di “diramazioni” come la P2, Gladio e, per il tramite, i nostri stessi servizi segreti a generare, più che orientare la politica italiana.

Strutture che ancora stanno tutte li. Niente è stato sciolto. Se ne sono accorti nel 2013 in Lussemburgo che nulla era stato sciolto1. Chissà, magari gli arresti di ieri a Roma mi daranno pure ragione, visto che le organizzazioni sono sempre quelle.

Generazione della politica, dunque. Intesa non solo in termini di indirizzo e di scelte, ma anche e sopratutto come selezione della classe dirigente politica propriamente detta.

E questo post non va inteso come “a se stante”. Questo post va inserito e innestato nel precedente. Anzi, va incluso nel contesto di tutti i post della categoria Stato-mafia.

I riferimenti e le citazioni riguardanti i processi Andreotti e le relative dichiarazioni dei pentiti, sono tutti tratti dalla medesima fonte2.

Sappiamo, quindi, che è accertato – sia in Commissione Stragi, sia nei vari processi che si sono succeduti, a partire dal processo Andreotti quale mandante dell’omicidio Pecorelli – che le Brigate Rosse erano infiltrate dai servizi segreti, CIA in particolare, ma anche che la mafia siciliana svolgeva un ruolo fondamentale coordinando l’oltranzismo di destra per il tramite dei corleonesi con Pippo Calò.

Pippo Calò2 – lo stesso che verrà poi condannato all’ergastolo per la strage del treno 904 del 1984 – era una delle teste di ponte anche con la banda della Magliana.

Sul fondamentale ruolo della mafia in relazione alla strategia della tensione, basta ricordare che la Sicilia rimase immune dalle stragi.

E ciò in quanto in Sicilia era la mafia a garantire la stabilità anche politica. La mafia, che assumeva quasi una posizione di “supremazia” nei confronti dell’estremismo a chiara matrice politica. Dice Pellegrino (“Segreto di Stato” – Fasanella, Cereghino e Pellegrino – ed Gli Struzzi):

Franceschini ha rivelato che, a un certo punto, le Brigate rosse, con l’obiettivo di sbarcare anche in Sicilia, provarono a <prendere un caffè con la mafia…>. Gli uomini d’onore manifestarono un’imprevedibile e assoluta disponibilità, ma in cambio, posero una clausola inaccettabile: che gli obiettivi, a casa loro, fossero solo uomini del Pci.

Il che significava un categorico “no”. Autorevole e senza appello. In Sicilia l’incarico di eseguire gli omicidi politici lo assume la mafia, ammantandoli di significati mafiosi. Il depistaggio è insito nell’utilizzo della mafia.

Andiamo adesso al nocciolo, “caso Moro”. Ma prima, seguendo le indicazioni di Pellegrino, inquadriamo il periodo.

Il 1978 era stato l’anno dei tre papi. Il 1978 era stato l’anno della rivoluzione iraniana che aveva abbattuto il regno di Reza Pahlavi e messo al potere l’ayatollah Khomeini. Questo avveniva al culmine di una lotta sui prezzi del petrolio determinata dallo stesso Pahlavi e dal Venezuela che tendevano al rialzo, mentre l’Arabia Saudita – che si contendeva con Pahlavi i favori americani – tendeva al ribasso. Tutta questa vicenda in una conversazione Stratfor cui rinvio in quanto emerge con chiarezza il ruolo di Kissinger (Segretario di Stato USA fino al gennaio 1977 con Nixon (prima. Fino al 1974 quando dovette dimettersi a causa dello scandalo Watergate) e Ford (dopo).

Siamo, ovviamente, ancora in piena guerra fredda.

In queste condizioni, è evidente che un governo italiano proposto da un filo-comunista (così Moro era considerato) e guidato da un amico dei medio-orientali (Andreotti con i suoi rapporti con Arafat, Sadat, Gheddafi, eccetera) non poteva certo essere accolto con una standing ovation dalle lobby petrolifere e dalla destra radicale americana. Una avversione che era già stata espressa con cruda chiarezza3. Non starò qui a ripercorrere quando ho già scritto nel post indicato in nota.

Voglio però che emerga in tutta la sua evidenza che gli atti della Commissione Stragi, ma anche le ultime notizie riguardanti il ruolo di Steve Pieczenik4 (a partire dall’intervista a Minoli a Mixer, per proseguire con i documenti da Pieczenik pubblicati nel suo sito e per concludersi con “i gravi indizi” rilevati dal giudice Campoli) mettono definitivamente e a priori in soffitta qualsiasi teoria “anti-complottistica”. Non si tratta di “teorie del complotto”, ma, ormai, di verità storiche.

Una occhiata a ciò che avveniva all’interno della mafia siciliana.

Io questa seconda guerra di mafia non l’ho capita. Quando c’è una guerra, due famiglie si armano e sanno che devono andare l’una contro l’altra. A palermo questa guerra di mafia non c’è mai stata. C’è stato un massacro. C’è stata solo la strategia della tensione di Totò Riina (Gaspare Mutolo)

Tra il marzo e l’aprile 1978 Riina mosse svariate accuse a Badalamenti che venne così espulso dalla cupola e fuggì all’estero per evitare la morte.

Il suo posto venne preso da Michele Greco. Il triumvirato, risultò, quindi, costituito da Riina, Bontade e Greco. Greco, alleato di Riina, divenne il capo della cupola.

Nel maggio 1978 Riina fece uccidere Di Cristina e Calderone (vicinissimi a Badalamenti e Bontade). Lo stravolgimento degli equilibri, consentì a Riina di far approvare dalla cupola gli omicidi eccellenti che si protrassero fino al 1984. Convenzionalmente l’inizio della seconda guerra di mafia viene posto nel 1981, con l’omicidio di Stefano Bontade. Se è pur vero che in quell’anno iniziò la mattanza, l’inizio, però, non può non porsi nel 1978, quando le intenzioni di Riina divennero chiare. Tanto chiare da provocare già allarme. Per Di Cristina (la prima vittima) “i viddani” (i corleonesi) erano all’assedio di Palermo.

Ovviamente, così come sarebbe poi accaduto nel 1994, anche in questa fase è assai probabile che l’avv. Vito Guarrasi potesse non essere completamente estraneo5.

Il perché dell’inserimento anche dello “stato dell’arte” mafioso lo vedremo prestissimo.

Cosa accadde in quei 55 giorni?

Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga istituì un “comitato di crisi” costituito da “esperti internazionali”. Era composto da Michael Ledeen (collaboratore di Kissinger e che, come abbiamo visto, aveva minacciato Moro e Galloni dicendo che “loro” avrebbero fatto di tutto per impedire che i comunisti arrivassero al governo) e Steve Pieczenik (di cui abbiamo appena visto), mentre gli altri componenti si scoprirà poi essere parte di Gladio (Stay Behind) e, comunque, tutti elementi di spicco della P2.

È complottismo pensare che non può essersi trattato di un capriccio del destino cinico e baro?

Dall’altra parte, Andreotti – per come emerge dai processi a suo carico – chiese, oltre che al suo amico di sempre, Arafat, anche a Stefano Bontade6 di attivarsi per la liberazione di Moro.

Dagli atti dei processi emerge anche che Bontade si attivò chiedendo a Buscetta – a quel tempo in carcere a Palermo – di recapitare il messaggio.

Per Tommaso Buscetta, quindi, venne predisposto dall’andreottiano Claudio Vitalone il trasferimento al carcere di Cuneo, dove erano “residenti” i brigatisti.

Questo interessamento provocò, da quanto emerge dalle dichiarazioni dei pentiti di mafia, una immediata reazione.

Ebbene, tutti i tentativi messi in atto per la liberazione di Moro subirono un improvviso e autorevolissimo stop con l’intervento di Frank Coppola, detto Tre Dita, uomo di fiducia della mafia americana in Italia, oltre che cugino di quell’Agostino Coppola che abbiamo già incontrato all’inizio degli anni Settanta nella Loggia di Palazzo Giustiniani. Il boss, benché anziano e malato, ritenne necessario intraprendere un faticoso viaggio da Latina, dove si trovava al soggiorno obbligato, fino a Cuneo per parlare a quattr’occhi con quanti si stavano adoperando per liberare Moro: doveva fargli capire che in alto loco era stato deciso «che quell’uomo doveva morire». Tornato a Latina, Frank convocò anche Rocco Varrone, il boss della ‘ndrangheta che su mandato di Cazora stava cercando di individuare la prigione. Il vecchio Coppola gli ordinò di interrompere la ricerca: «Di’ ai tuoi amici che i giochi sono finiti». Mentre Cutolo, che in più occasioni ha detto di aver saputo dalla Banda della Magliana dov’era la prigione di Moro, ricevette la visita del suo luogotenente Vincenzo Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: «Don Rafè, faciteve ‘e fatte vuost’». (“Banda della Magliana” e il pensiero mi vola immediatamente a Pippo Calò, n.d.r.)

Il tutto perché:

Pochi giorni prima si era svolta a Palermo una riunione della “Commissione” di Cosa Nostra, la cosiddetta Cupola, in cui naturalmente si discusse del rapimento BR. Bontate illustrò le iniziative messe in atto, poi si rivolse a Pippo Calò che era appositamente sceso da Roma, dove operava a stretto contatto con la Banda della Magliana, per chiedergli cosa intendesse fare: ne abbiamo già parlato. Ma Calò si mostrò guardingo e insofferente. Alla fine sbottò: «Stefano, ma non l’hai ancora capito che sono “loro” che lo vogliono morto?». Lo ha raccontato nel ‘93 Francesco Marino Mannoia ai giudici di Palermo, quando nell’ambito del processo ad Andreotti si affrontò il capitolo dell’intervento della mafia nel rapimento Moro.

Aggiungiamo pure, se vogliamo, che il trasferimento di Buscetta a Cuneo venne bloccato da Carlo Alberto Dalla Chiesa – che in quei mesi era giusto a capo della Sicurpena, servizi di sicurezza penitenziari – per motivi di sicurezza7.

Fatto sta che intorno al 10 Aprile qualsiasi trattativa, da qualsiasi parte provenisse, per la liberazione di Aldo Moro giunse allo stop.

“Lato mafia” lo stop venne dai corleonesi. Calò (uomo della mafia siciliana nelle “istituzioni” di estrema destra, in stretto raccordo con i servizi segreti e che che infiltravano le BR), Coppola (uomo di fiducia della mafia americana in Italia) … Tutti affiliati corleonesi. Ormai nemici giurati di Bontade.

Secondo la versione comunemente accettata, Andreotti, che a quel punto non voleva più la liberazione di Moro, si sarebbe rivolto ancora alla mafia, ma non già al suo riferimento, Stefano Bontade, bensì ai suoi nemici, mettendolo ben oltre che in seria difficoltà.

Ora, chiunque abbia mai sentito parlare della mafia sa perfettamente che questo sarebbe stato il miglior metodo per guadagnarsi un biglietto di sola andata per l’altro mondo con imbarco immediato.

È complottismo sostenere che è tutto illogico?

Certo, nel “memoriale” Moro scrisse peste e corna di Andreotti, quindi ecco il movente.

Quindi ricapitoliamo:

  • Aldo Moro rimase per 55 giorni in “prigionia” sotto la minaccia delle BR;
  • Le BR erano coordinate da Moretti infiltrato dei servizi segreti;
  • Nel “memoriale” Moro dimostrava di ricevere notizie (come quella – tirata fuori dal “tavolo tecnico” di Cossiga – che fosse sotto psicofarmaci);
  • In queste condizioni Moro scrisse il “memoriale” del quale esistono almeno due versioni. Una vergata a mano e l’altra, dattiloscritta , molto più dura nei confronti di Andreotti.

È lecito pensare che le informazioni che pervenivano a Moro potessero essere manipolate? E immaginiamoci in una “prigione del popolo” per 55 lunghissimi giorni e 55 interminabili notti. Qualsiasi pensiero ci traversasse la testa sarebbe lecito. Sarebbe stato tanto difficile manipolare la coscienza con informazioni mirate?

Il fatto, poi, che la versione dattiloscritta (e quindi manifestamente adulterata dai brigatisti) fosse molto più dura nei confronti di Andreotti, non ci induce a sospettare che l’altro obiettivo dei brigatisti (dei loro mandanti, più che altro) fosse anche Andreotti?

E la storia delle parti mancanti?

Dagli atti dei processi:

La pubblica accusa è di parere opposto: la parte riguardante il senatore è ben più ampia e le censure, presenti anche nella seconda versione, devono celare passaggi importanti. Ci sono frasi del tipo: «Come ho già detto», oppure «nella parte in cui abbiamo trattato di ciò»; riferimenti di cui poi non si trova traccia nel testo.

Ma vivaddio, non è più plausibile e verosimile la versione del tecnico della Commissione Stragi?

Anche la Commissione Stragi di Pellegrino dispose una perizia: e la affidò al professor Biscione, secondo il quale le parti “censurate” riguardano i seguenti capitoli: il golpe De Lorenzo, la strage di piazza Fontana e la strategia della tensione, la riforma dei servizi segreti, l’affare Lockheed, il ruolo degli ambasciatori USA in Italia e Gladio.

Anche perché, vogliamo mettere in sequenza qualche data?

10 Aprile 1978: comunicato delle BR n° 5

Poco dopo il 10 Aprile 1978: le trattative di fermano tutte, da qualsiasi parte fossero state aperte

16 Aprile 1978:

Pieczenik comunque lasciò l’Italia, almeno ufficialmente, il 16 aprile, a sequestro ampiamente ancora in corso; ma il medesimo 16 aprile la sua presenza era già attestata negli Stati Uniti insieme a quella di Vito Miceli, ex direttore del SID e al tempo deputato del Movimento Sociale Italiano, proprio mentre rientrava in Italia l’esponente comunista Giorgio Napolitano che aveva con un certo clamore visitato gli USA, facendo tappa in alcune università fra le quali Harvard e MIT, in cui aveva studiato Pieczenik

Il ritorno di Steve Pieczenik in America avvenne in quanto2

Il mio compito era quello di convincere il governo italiano che sarebbe stato un errore trattare con le BR. Dopo il comunicato numero 5 era evidente che non ci sarebbe più stata alcuna trattativa, il mio compito era esaurito.

E specificatamente, Pieczenik2:

Ha riferito al Congresso che le disposizioni date da Cossiga in merito alla vicenda Moro erano quanto di meglio si potesse fare

Quindi, il suo compito era quello di evitare le trattative con le BR; Cossiga aveva dato disposizioni in merito (quanto di meglio si potesse fare); Intorno al 10 Aprile (data in cui viene fatto rinvenire il “comunicato n° 5) tutte le trattative si interruppero.

Se è vero che Pieczenik dice specificatamente che le disposizioni le ha date Cossiga (non Andreotti, e neanche – genericamente – il governo), perché non dovrebbe essere così, visto che è così che tutto diventa perfettamente logico?

E il dopo è ancora più chiarificatore

Da una parte Andreotti, che – secondo i pentiti – torna a parlare due volte con Bontade.

nel primo incontro Andreotti sarebbe intervenuto per ricomporre il dissidio di cui rischiava di fare le spese Mattarella; nel secondo sarebbe invece volontariamente “sceso” in Sicilia per affrontare il capo di Cosa Nostra e rimproverarlo per quanto era successo, «erratamente convinto», così almeno scrivono i giudici, che la sua autorevolezza e il suo peso sarebbero stati tenuti in considerazione dal boss.

Piersanti Mattarella era moroteo. Stava realizzando il “compromesso storico” di Aldo Moro alla Regione Siciliana. In piena sintonia con Michele Reina – (andreottiano, segretario provinciale della DC di Palermo, anch’egli ucciso dalla mafia) che lo stava importando anche alla provincia e al comune di Palermo.

E Andreotti parlava con Stefano Bontade. Abbiamo visto all’inizio del post che ormai si era in piena guerra di mafia e lo stesso Bontade sarebbe stato ucciso l’anno successivo. Già nel 1980 non era più lui ad assumere decisioni. Era Riina che si faceva approvare dalla commissione (supportato da Greco) gli “omicidi eccellenti” sostenendo che “iddi (loro) erano d’accordo”. Bontade non avrebbe avuto il potere né di imporre l’omicidio Mattarella, né, tantomeno, di opporvisi.

E ancora, Andreotti non mostra di essere in qualche modo ricattabile da servizi segreti e “falchi” USA. Basti citare l’atteggiamento tenuto nella notte della “crisi di Sigonella” in cui si sfiorò la guerra con gli Stati Uniti

E parlando di coincidenze, è una coincidenza se, dopo la notte di Sigonella in cui Michael Ledeen giurò che “l’avrebbero pagata tutti” (Andreotti e Craxi), la mafia cominciò a interessarsi di chi venisse eletto alla Presidenza della Repubblica?

Infatti, quando, nel 1992, Andreotti era in predicato per l’elezione alla Presidenza della Repubblica, la mafia intervenne (a modo suo) per placcarlo:

«Fui incaricato da Totò Riina di uccidere Ignazio Salvo, ma non c’era fretta», mi disse, «con Lima e le stragi l’obiettivo era stato raggiunto». E l’obiettivo, come hanno raccontato tutti i pentiti, era impedire che Andreotti divenisse presidente della Repubblica.

Giusto per amore di cronaca, Salvatore Lima venne ucciso il 12 Marzo 1992.

Alla Presidenza della Repubblica venne eletto Oscar Luigi Scalfaro.

E così piombiamo da capo nel pieno dei 55 giorni, giacché:

Il magistrato ne ricavò il forte sospetto che questa versione fosse di comodo e che tutte le persone coinvolte nel complotto «investigativo» fossero a conoscenza di ben altri fatti. Tra i politici, oltre Piccoli, c’erano personaggi di primo piano della DC: dal senatore Vittorio Cervone, molto amico di Moro, a Oscar Luigi Scalfaro che sarrebbe divenuto presidente della Repubblica nel ’92. Anche persone appartenenti al comitato di crisi del Viminale, come il criminologo Franco Ferracuti, alla fine confessarono di esserne stati informati. Vediamo di cosa si tratta.

La citazione si riferisce alla parte del caso Moro che riguarda gli avvenimenti legati a Giancarlo Viglione. Un giornalista di Radio Montecarlo con contatti con Stefano delle Chiaie che, tramite un contatto (Francesco, lo stesso del Generale Musumeci) avrebbe dovuto intervistare Moro nella prigione del popolo.

Abbandonando (magari la riprenderemo in altri post) la divagazione e riprendendo il filo del discorso degli atteggiamenti tenuti da Andreotti e Cossiga nei tempi successivi al caso Moro, potremmo anche ricordare che fu Andreotti a parlare di Gladio. Oppure il caso che scoppiò a causa del servizio di Ennio Remondino (di cui ho parlato qui).

Fu Cossiga a lanciare fuoco e fiamme. Andreotti si tenne la lettera di Cossiga per tre settimane nel cassetto!

E chi, il 24 Giugno 1984 accorse a Santa Margherita Ligure poche ore dopo la strana morte del Presidente dei deputati DC, Toni Bisaglia, prelevando il corpo (di fatto impedendone l’autopsia) per gli immediati funerali di Stato?

“Quello stesso giorno Francesco Cossiga, allora ministro degli interni, piombò nell’ospedale di Santa Margherita, dove Bisaglia, subito ripescato in mare, fu portato già morto. Non fu eseguita nessuna autopsia e la sera stessa la bara fu portata a Genova, poi con un volo militare direttamente a Roma. In acqua oltre il cadavere, quello stesso giorno era stata ritrovata la bandiera dell’imbarcazione, la cui asta era apparsa intatta. Si pensò (ma chi lo pensò non si seppe mai) che poteva essere stato quello il corpo contundente con il quale qualcuno delle sei persone a bordo del Rosalù avrebbe potuto assassinare, con o senza premeditazione il nemico giurato di RUMOR & C., sul cui corpo il medico legale aveva riscontrato una profonda ferita traversale lacero contusa. Furono avanzate molte ipotesi più o meno fantasiose (persino quello di un delitto su commissione compiuto da un uomo rana poi fuggito a nuoto) ma alla fine prevalse la tesi sostenuta fin dall’inizio dalla difesa”. (il virgolettato in corsivo è del Giornale di Vicenza, articolo del direttore, 12 gennaio 2000)

E non ci addentriamo (per adesso) nel caso Bisaglia cui sono correlate almeno altre tre morti: Antonio Varisco (Carabiniere della rete di Dalla Chiesa che aveva indagato proprio sul caso Moro e che stava per lasciare l’arma dei Carabinieri per entrare a far parte della sicurezza di Farmitalia), Ugo Niutta (Presidente di Farmitalia, amico di Toni Bisaglia, probabilmente legato allo scandalo Lockheed – giacché il suo “nome di battaglia” con il quale era conosciuto alla CIA era Antelope Gobbler. Morirà a Londra un anno prima di Calvi) e, non ultimo, il fratello di Toni Bisaglia, Don Mario. Morirà annegato anch’egli. Con le tasche della tonaca piene di pietre, ma … senza acqua nei polmoni.

Dimenticavo un particolare. Toni Bisaglia era amico di Mino Pecorelli, il giornalista ucciso perché sapeva troppo sul caso Moro.

Ma c’è un altro elemento particolarmente inquietante. La puntata di “Blu notte” del 14 Novembre 2009 (qui in versione originale, qui da youtube) La puntata è nel suo intero interessantissima, ma in particolar modo le dichiarazioni del Sen. Cossiga a partire dal minuto 93:

Trascrivo:

Quando mi trovavo a New York, uno dei pentiti accusò non solo Andreotti, ma anche Piersanti Mattarella, dicendo che Piersanti Mattarella era stato ucciso perché aveva combattuto la mafia, cioè, la mafia contava su di lui. Io feci una dichiarazione violenta contro costui e, nel giro di 12 ore, costui – che era sotto il controllo del Dipartimento di Giustizia Americano mi rispose violentemente dicendo “non parli lui che ha lasciato uccidere Moro” Quando sono rientrato in Italia ho chiesto come mai il Dipartimento di Giustizia Americano avesse permesso di fare una dichiarazione così violenta contro di me che ero intervenuto neanche in difesa di Andreotti, ma di Piersanti Mattarella Quando tornai in Italia ci fu l’altro pentito, Mannoia, che fece la stessa dichiarazione. Io gli picchiai di nuovo addosso e lui mi rispose negli stessi termini. Allora io li “o voi la smettete o faccio una interpellanza per chiedere, praticamente, di quando c’è entrata la CIA, attraverso la mafia, per tenere buoni i proprietari le cui terre venivano espropriate per fare la base missilistica di Comiso.” Sarà un caso, ma non ebbi più attacchi da parte dei pentiti.

Ascoltatela:

Le dichiarazioni sono inquietanti perché non solo Francesco Cossiga non riuscì a ribattere ai pentiti che lo accusavano di aver lasciato che Moro venisse ucciso, ma:

  1. Si stupì che il Dipartimento di Stato Americano consentisse che i pentiti – dallo stesso gestiti – facessero dichiarazioni di quel genere contro di lui che era intervenuto “neanche per difendere Andreotti”, ma Mattarella;
  2. Piuttosto che ribattere, lanciò un “contro-ricatto”, una “contro-minaccia”
  3. La contro-minaccia riguardava (in qualche modo legandolo al caso Moro, quindi) un altro caso in cui la mafia intervenne per conto della CIA: la costruzione della base missilistica di Comiso. Caso in cui la mafia eseguì anche un altro omicidio “politico” assassinando Pio La Torre.

Non è strano che a Cossiga viene in mente un avvenimento all’apparenza tanto distante nel tempo, nei modi e (dicono) nei moventi? E Cossiga tiene a sottolineare: “Sarà un caso, ma non ebbi più attacchi da parte dei pentiti”.

Ovvio. Di “casualità” del genere è costellata la storia del nostro Paese. E sicuramente di casualità si tratta se tra Kissinger e Napolitano (che, contro il suo stesso partito, sostenne Francesco Cossiga in occasione della vicenda Gladio) c’è un rapporto di profonda stima e se fra Michael Ledeen e Matteo Renzi un rapporto di amicizia.

Ed è ancora una casualità se, dopo le bombe del 1994 che, a detta di alcuni pentiti, sarebbero state una richiesta di Berlusconi, con un sistema così stabilizzato di bombe non ne abbiamo più avute.


1 Nel 2013 proprio quel Claude Juncker divenuto Presidente della Commissione Europea è stato costretto alle dimissioni da premier lussemburghese
2 Rita di Giovacchino “Il libro nero della prima Repubblica” – Fazi editore
3 Vedi Da Renzi all’omicidio Moro passando per Carrai, Ledeen, Kissinger e… Napolitano? .
4 Altro stretto collaboratore di Kissinger come lo era Michael Ledeen. Entrambi chiamati da Cossiga a comporre il “tavolo tecnico” di crisi per il caso Moro
5 Di alcune delle sue “prodezze” ne ho accennato in “Stato-mafia: una trattativa che non è mai esistita
6 Da ciò discende che non ho alcuna intenzione di riabilitare la moralità di Giulio Andreotti. Chi ha avuto rapporti funzionali con la mafia (sia pur “l’ala moderata” come la definiscono i giudici) non può non avere la condanna della storia. Attribuirgli, però, colpe non sue significa consentire al/ai veri colpevoli di ricevere una assoluzione che grida vendetta.
7 Un giorno, forse, avremo chiarezza. Con tutto il rispetto per la figura di Dalla Chiesa, troppe parti rimangono in ombra. Dalla sua affiliazione alla P2 (ché altrimenti non avrebbe fatto carriera, disse) ai tanti atteggiamenti “strani”, a partire dall’insabbiamento del caso Mauro De Mauro su “dictat” di Miceli e proseguendo con le innumerevoli stranezze sul caso Moro e il suo memoriale. Il blocco del trasferimento di Buscetta essendo solo una delle tante.

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5 commenti su “Fu Andreotti a volere la morte di Moro. Sicuri?

  • Robert

    Io credo a quello che disse il giudice istruttore di quella vicenda, Ferdinando Imposimato: “Aldo Moro ucciso dalle Br per volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Nicola Lettieri” . Sono stati fatti sparire documenti e prove schiaccianti, e tutto il resto che scrivono emeriti “imbecilli millantatori” sono stronzate, degne di questo paese che ospita oggi più mafiosi che “italiani eredi di camice rosse”, mafiosi che militano e collabortano anche dai mass media, come nel parlamento, come nelle forze dell’ ordine. Questo è un paese vergognoso che ha dato luce a tanti assassini di stato, con la A maiuscola. Continiuamo a confodere le acque; serve a poco, perchè di Aldo Moro, oramai, non frega più un cazzo a nessuno. Merde!

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Nonostante gli insulti, pubblico il commento.
      Che tu ci creda o meno (sinceramente mi frega poco) io sto cercando la verità.
      Su una cosa concordiamo: di omicidi di Stato si è trattato. Non solo per Moro, ma anche per La Torre, Piersanti Mattarella, Michele Reina eccetera.
      Resta da capire chi fu il mandante. Se poi aggiungi che gli omicidi di Stato continuano ancora oggi, dopo la morte di Andreotti e Cossiga, allora bisogna ammettere che c’è una regia che prescinde dagli uomini. Non c’è dubbio che Andreotti sia stato un colluso, ma personalmente propendo più per Cossiga e i suoi legami che continuarono fino alla morte. Una opinione in mezzo a tante altre. Solo da prendere in considerazione e valutare, piuttosto che escluderla a priori

      • Robert

        Dubitare su omicidi così chiari e schifosi, come quello di Aldo Moro, un uomo, un italiano, che merita il MASSIMO RISPETTO, morto per mano d’assassini politicanti e killer assetati, partendo dalla banda della magliana, per finire proprio all’ attualissimo clan pluricriminale dei Casamonica. Ringraziando schifosi come Kossiga e Andreotti, che in questo Stato italiano, si sono permessi, con il buonvolere del CMS, minacciato dallo stesso Riina negli anni ’90, come si evince da certe testimonianze, e molto probabilmente ottenendo l’ effetto dovuto anche da dentro un carcere, permettere ancora a dei mafiosi, di potere vivere in mezzo a gente onesta e ITALIANA, che ogni giorno deve subire violenze inaudite, oltre che restare in silenzio, dopo sentenze come quella di Moro; una sentenza sempre fresca, all’ avanguardia, che ricorda lo stile terroristico dei finti musulmani odierni. La verità va ricercata con la lotta e non con le ipotesi, perchè a premere un grilletto, non è sempre lo stesso braccio, ma solitamente sempre la stessa mente. Firmato: un ITALIANO.

        • Stefano Alì L'autore dell'articolo

          Appunto. E come ebbe a specificare Giovanni Pellegrino, il presidente della commissione stragi, non bisogna perdere d’occhio la situazione geopolitica in cui l’Italia sta sempre in mezzo. Quando si parla di braccio, purtroppo, la mia Sicilia è sempre in prima linea. La mafia siciliana, più o meno direttamente (vedi Calò cassiere della banda della Magliana), c’entra sempre. E siccome dall’unità d’Italia a oggi c’entra sempre, io sto cercando di allineare date e fatti italiani con date e fatti interni alla mafia. Le “guerre di mafia” prima di tutto. In ogni caso non c’è indizio che non porti oltremare. Non c’è indizio che non riconduca al nostro essere protettorato. Ogni qual volta un italiano prova ad agire autonomamente rispetto ai “protettori” muore

  • Mauro Amarante

    Come sempre articolo nel suo aspetto affascinante, ma dai contorni inquietanti se lo si abbina alla sovranità di un paese. Ma si sa che siamo di fronte ad una sovranità limitata. Concludo con una frase di un noto politico Italiano, il quale dice che siamo tutti figli di un Dio minore. Io aggiungo ” di un’entità minore”.

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