L’impero economico di Berlusconi


image_pdfimage_print

Berlusconi alle origini dell'impero economico

L’impero economico di Berlusconi, dalla nascita al consolidamento. Il ruolo centrale di Banca Rasini in un vecchio articolo

BANCA RASINI E DINTORNI di Primula Rossa

La migliore biografia mai edita di Silvio Berlusconi è sparita dal web. L’autore che si firma Primula Rossa racconta fatti e circostanze che influenzano tuttora la vita della nostra nazione attraverso la storia di un uomo e della sua famiglia puntualizzando sugli eventi con qualche considerazione personale ma senza comunque perdere la necessaria obiettività. Ho voluto riproporre il testo completo sperando di non fare alcun torto all’autore per tentare di non perdere la memoria storica svanente nel revisionismo e nella censura di regime.

BANCA RASINI E DINTORNI

La Banca Rasini Sas di Rasini, Ressi & C., nota semplicemente come Banca Rasini, viene fondata agli inizi degli anni 50, più esattamente nel 1955, dai milanesi Carlo Rasini, Gian Angelo Rasini, Enrico Ressi, Giovanni Locatelli e Angela Maria Rivolta, e dal palermitano, di Misilmeri, Giuseppe Azzaletto. Con un capitale iniziale di 100 milioni di lire, la Banca Rasini è sin dalle origini un punto di incontro di capitali lombardi (principalmente quelli della nobile famiglia milanese dei Rasini), e palermitani (quelli provenienti da Giuseppe Azzaretto, che ha la particolarità di essere uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia, oltre a quella di aver sposato la nipote di Papa Pacelli). Il motivo per cui la Banca Rasini, piccola banca milanese, ha avuto, ed ancora ha, una certa notorietà, sta in due particolarità. Uno lo vedremo più avanti, l’altra è che ha avuto alle sue dipendenza, da impiegato a direttore generale, procuratore con potere di firma, Luigi Berlusconi, padre del più noto Silvio, del quale vedremo di parlarne subito.

Di Luigi Berlusconi, nato a Saronno nel 1908 e deceduto a Milano nel 1989, viene genericamente detto che lavorò per tutta la sua vita lavorativa alla Banca Rasini. In verità, essendo la Banca nata solo nel 1955, è indubbio che il Berlusconi ha avuto una sua vita precedente della quale non sappiamo molto, se non che il 29 settembre 1936 aveva generato, purtroppo per i posteri, Silvio. Del dopo è lo stesso Silvio a deliziarci con il suo racconto da libretto azzurro ad uso dei polli..

“Facciamo un po’ di conti: sono nato nel 1936 e avevo dunque sei anni quando la guerra entrò, disastrosamente, nella nostra vita quotidiana. Poi arrivò il 1943, la grande crisi, la caduta del fascismo, l’8 settembre, i tedeschi, la paura, i bombardamenti. Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano, e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera. Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi. Per questa lontananza lui soffrì molto, mia madre soffrì molto. Per me fu uno struggimento devastante, il chiodo fisso dei miei pensieri: papà, il mio papà. Mia madre si era trovata con due figli piccoli e il peso di due anziani: suo padre e la mamma di mio padre, che manteneva con il proprio lavoro di segretaria alla Pirelli a Milano. Tutti i giorni doveva arrivare in ufficio molto presto, cosa che la costringeva ad alzarsi alle cinque per prendere la corriera che la portava a Lomazzo, dove trovava il treno delle Ferrovie Nord per piazzale Cadorna a Milano. Da lì a piedi fino alla Pirelli. Alla sera cammino inverso, nel buio. La sua vita era così: ogni giorno avanti e indietro su quella strada, prima con la mia sorellina nella pancia, e poi di fretta alla sera per tornare ad allattarla. E con un ricordo indimenticabile. Quello di vedersi un mitra piantato sul petto e la quasi certezza di lasciarci la pelle. Accadde quando in treno impedì ad un ufficiale delle SS di portar via una signora ebrea destinata al campo di sterminio. Tutti erano paralizzati dalla paura, ma non mia madre. Afferrò per il bavero l’ufficiale tedesco e si mise a gridare: “Vai via, dì che non l’hai trovata e vattene di qui”. Il tedesco incredulo le dette uno spintone facendola cadere e le puntò addosso il fucile: “Zitta tu, o ti ammazzo”. Ma lei ebbe il fegato di continuare: “Guardati in giro: se mi spari, tu da questa carrozza non scendi vivo”. Allora quello si guardò intorno e vide tutte quelle facce spaventate che erano diventate minacciose, che non si sentivano di lasciare sola una donna con una grande pancia, piccola di corpo ma grande di spirito, che metteva in gioco la sua vita per salvarne un’altra. Il tedesco diventò paonazzo, strinse il dito sul grilletto, ebbe un attimo di esitazione e poi se ne andò. Il treno ripartì, mia madre aveva vinto, ma la tensione, lo spavento la stremarono e l’ultima parte della sua gravidanza ne risentì. Ma seguitò a fare il suo dovere sia in ufficio che a casa….Quando la guerra fini, e cominciarono a tornare tutti quei padri, zii e fratelli che si erano sottratti ai rastrellamenti tedeschi e alla deportazione in un campo di lavoro o nei lager, per me iniziò invece un altro periodo di apprensione e di attesa. Andavo ogni giorno ad aspettare il trenino che veniva da Como. Lì arrivavano i rifugiati che tornavano dalla Svizzera. Tornavano in tanti, ma non mio padre. Per un mese ci andai tutti i giorni. Mi arrampicavano su un paracarro che era il mio posto di osservazione. Poi, dopo tante attese a vuoto, cominciai a stare più lontano. No, non era soltanto pudore, era delusione, era dolore. Volevo poter piangere senza dare a nessuno lo spettacolo delle mie lacrime. Perché il treno se ne andava via e mio padre non c’era. Poi un giorno arrivò. Lo riconobbi da lontano, ebbi un tuffo al cuore, mi scattarono le gambe e con una corsa sfrenata piombai tra le sue braccia. Molti altri bambini non rividero più il loro padre e io fui fortunato. Quel momento mi è rimasto nella memoria come quello più straziante e più felice della mia vita”.

Ci limitiamo a poche osservazioni a questo racconto così melenso, lacrimevole, commovente e struggente, tanto che il libro Cuore sembra un racconto di sesso e violenza. Su tutto un domanda: ma mamma Rosa è stata almeno a casa quando ha partorito? Ci ricorda la bambina che, su Mussolini, chiese alla madre: “Ma il Duce quando dorme?”. Sull’intervento della madre con l’ufficiale tedesco bisogna osservare che avrebbe persino un senso se quello fosse stato solo un militare tedesco. Ma quello era un SS, per il quale la vita umana non aveva molto senso, figurarsi per una donna incinta e passeggeri spaventati (che diventano “truci”). Sulla gente che non tornava dalla Svizzera, lasciando i figli in lacrime, sarebbe da osservare che quelli che sono andati in Svizzera ci sono andati o da rifugiati o fuggiti per non essere presi dai tedeschi, ma anche per non andare con i partigiani. Per cui le lacrime le potevano spargere i figli e le mogli di quelli morti nei campi di concentramento o combattendo contro i tedeschi, non quelli rifugiatisi in Svizzera. Quanto alla “scelta giusta” del padre di andare, o scappare, in Svizzera, ci limitiamo ad un semplice raccontino di uno sconosciuto scritto dopo la lettura di tanto lacrimevole racconto, che rende molto bene la “scelta giusta”. Eccolo:

“Un vecchio e un bambino si presero per mano, e andarono in un prato pieno di croci. “Belle queste croci bianche”, disse il figlio. “Sono soldati che attraversarono l’oceano per difendere la nostra libertà”, rispose il padre. “Come te?”, chiese il figlio. “No figliolo, è diverso, io ho attraversato i monti e mi sono imboscato in Svizzera”. “Ma papà, perché non sei rimasto anche tu a difendere la nostra libertà?”, incalzò il figlio. “Per chi mi hai preso, per un comunista?”, replicò sdegnato il padre. Il figlio non chiese più niente”. Ma assimilò molto bene, diciamo noi.

Padre severo, ma affettuoso e poi amico e consigliere, Luigi Berlusconi è una presenza centrale nella vita di Silvio. Nato a Saronno nel 1908 e trasferitosi giovanissimo a Milano, Luigi viene assunto come semplice impiegato alla Banca Rasini, ma inizia subito a far carriera. Il titolare, Carlo Rasini, lo ricordava come “un collaboratore fedelissimo, di una dedizione assoluta. Prima di dare agli impiegati una matita nuova si faceva restituire il mozzicone di quella vecchia, spegneva le luci superflue. Altri tempi”. Luigi andrà in pensione come Direttore Generale dell’Istituto di Credito, Procuratore con potere di firma, ma non cesserà di lavorare; iniziò subito a seguire le attività delle società del figlio, quell’Edilnord che firmerà Milano 2 e Milano 3. Sin dagli inizi papà Berlusconi ha creduto fermamente nelle idee del suo ragazzo tanto da affidargli come capitale iniziale della sua prima società l’intera sua liquidazione, e aiutandolo ad ottenere gli altri finanziamenti necessari, curando i bilanci delle sue prime società e consigliandolo con la sua lunga esperienza. Questo ancora dal racconto del figliolo Silvio. Ma qui ci fermiamo, visto che qualcosa non quadra.

Ragioniamo. La Banca Rasini viene costituita nel 1955, di conseguenza Luigi Berlusconi dovrebbe esservi entrato in quell’anno, all’età di 47 anni. Doveva certamente avere qualche buona conoscenza per essere assunto a quella età. Dato il seguito, molto probabile che certe utili “conoscenze” le abbia acquisite proprio quando era in Svizzera; e che abbia fatto una rapida e straordinaria carriera ne siamo certi, doveva essere davvero un collaboratore “fedelissimo”. E, sulla base anche dei fatti che seguiranno, dovrebbe essere andato in pensione nel 1973, al compimento dei 65 anni.Che abbia avuto una buonissima liquidazione, dati i servizi prestati, anche qui ne siamo certi, ma non certamente, rapportata, alle liquidazioni attuali, come certi nostrani dirigenti. Come certamente non sarebbe bastata per le operazioni intraprese da Silvio. Chi ha finanziato tutte le operazioni di Silvio Berlusconi all’inizio della sua carriera imprenditoriale è stata la Banca Rasini: con una fideiussione per l’acquisto di un terreno in via Alciati nel 1961, quando insieme a Pietro Canali fondò la Cantieri Riuniti Milanesi e, per non andare oltre, nel 1963 quando, sempre affiancato da Pietro Canali e insieme ai fratelli Botta, fondò la Edilnord s.a.s di Silvio Berlusconi & C., con il contributo, oltre che della Rasini, di una finanziaria svizzera, la Finanzierungesellschaft fur Residenzen ag di Lugano. Come, ha detto qualcuno, ogni imprenditore “onesto” fa sempre.Comunque questo ci fa dire, senza ombra di dubbio, che sulla questione dei soldi iniziali, ma non solo quella, Silvio Berlusconi ha mentito!

La prima volta che la Banca Rasini viene, per così dire, alla ribalta è il 18/1/61. In quel giorno, in una interrogazione parlamentare alla Camera, viene criticata la vendita da parte del rag. Torello Ciucci, liquidatore dell’Ente, dell’Enic (Ente Nazionale italiano Cinema), con tutti gli annessi (si parla di 70 sale e altri Enti collegati), alla Banca Rasini per 2 miliardi, 605 milioni e centomila lire, per una attività destinata ad essere passiva. Il ministro del Tesoro Taviani, per il quale sono 47 sale, risponde che l’operazione era stata seguita dal ministro ed era risultata regolare, e che sotto il profilo della legittimità del comportamento della Banca Rasini gli organi di controllo da lui interpellati non hanno ravvisato alcuna violazione della legge. Ma la Banca Rasini non poteva fare quella operazione! E poi, a cosa gli servivano tutte quelle sale cinematografiche?

Il 29 settembre 1968, in vista del progetto “Milano2”, nasce a Milano una nuova Edilnord italo svizzera, la Edilnord Centri Residenziali S.a.s. di Lidia Borsani & C. La socia d’opera è la cugina Borsani, mentre il socio finanziatore che apporta i capitali è la Aktiengeseilschaft fur Immobilienlagen in Residenzzentren Ag., società svizzera costituita a Lugano il 19 settembre 1968 esattamente, guarda un po’, 10 giorni prima. Ovviamente non mancano i capitali donati sempre dalla Banca Rasini.

Qualche parola la meritano certamente le due misteriose finanziarie svizzere dai nomi lunghissimi che eviteremo, se non per necessità, di riscrivere. Misteriose decisamente tanto, ma qualcosa possiamo sapere. Le due finanziarie sono rappresentate dall’avvocato ticinese Renzo Rezzonico, un avvocato d’affari votato al più ferreo segreto professionale. Le due finanziarie elvetiche risultano controllate dalla Discount Bank Overseas Limited, società con sede a Tel Aviv e filiali anche a Lugano, Ginevra e Milano. La Discount Bank Overseas è lo schermo fiduciario che cela i veri promotori finanziari delle due finanziarie svizzere. Secondo quanto pubblicato su “Avvenimenti” del 9 febbraio 1994, “I soci della Discount Bank sono numerosi e sparsi in tutto il mondo. Si tratta degli americani Morton P. Hjman e Raphael Recanati, dei francesi Jean Francois Charrey e Hemi Klein, dei greci Maurice Nissim e Elia Molho, dei milanesi Henry Cohen, Aaron Benatoff e Franco Samini, degli israeliani Oudi Recanati e Joseph Assaraf, dello svizzero Jean Pierre Cottier”. Cottier siede anche nel consiglio di amministrazione della Privat Kredit Bank.

Il 7 ottobre 1968, pochi giorni dopo la costituzione della Edilnord Centri Residenziali sas di Lidia Borsani & C., la Discount Bank Overseas aveva dato origine, a Lugano, a una società “gemella” della Edilnord, la luganese Telecineton Sa, col medesimo fiduciario Renzo Rezzonico e con scopo sociale attività nel settore televisivo. Il 22 ottobre 1979 la Telecineton aveva mutato denominazione sociale assumendo quello di Open Sa. Il successivo 12 novembre a Milano nasceva la berlusconiana Canale 5 Music srl. Il 6 marzo 1980 la Open Sa cambiava nuovamente nome trasformandosi in Open Service Sa, nel quale consiglio di amministrazione figurava Giancarlo Fossale, cugino di Berlusconi.. Il 23 ottobre 1986 la luganese Open Service Sa, elevando il capitale sociale a un milione di franchi, diverrà Fininvest Service Spa, capofila del gruppo Berlusconi in Svizzera: il 94% del pacchetto azionario è posseduto dalla Fininvest Servizi Spa di Milano, il restante 6% dall’antico fondatore Discount Bank Overseas.

La Edilnord S.a.s. di Silvio Berlusconi & C., ultimata la realizzazione del poco soddisfacente Centro residenziale di Brugherio, verrà posta in liquidazione, con effetto 1° gennaio 1972, unitamente alla finanziaria svizzera Finanzierungesellschaft ecc. Anni dopo il costruttore milanese socio di quell’Edilnord, Giovanni Botta, dichiarerà: “Non chiedetemi se Berlusconi ha guadagnato con il centro di Brugherio. Non fatemi queste domande, non posso rispondere. ..Chi ci finanziava? C’erano un po’ di finanziamenti della Banca Rasini, e per il resto non so. Di soldi è meglio non parlare, non sta bene curiosare su chi c’è dietro le società…”.

La Edilnord Centri Residenziali S.a.s. di Lidia Borsani & C., che è da ricordare per aver aperto un gigantesco cantiere per la costruzione di Milano 2 che costava qualcosa come 500 milioni di lire al giorno, ma anche per il fatto che Silvio riuscì pure a dirottare le rotte aeree che sorvolavano la zona in quanto vicino a Linate, fatterello che vedremo più avanti, il 6 dicembre 1977, dopo il succedersi di vari prestanome, avrà come socio accomandatario il commercialista romano Umberto Previti, padre dell’avvocato Fininvest Cesare Previti, nonostante che i lavori per Milano 2 fossero ancora in corso. Previti provvederà alla liquidazione della società italo svizzera a partire dal 1° gennaio 1978, dopo aver ceduto il costruito e il costruendo di Milano 2 alla società Milano 2 S.p.A., che sarebbe la ex Immobiliare San Martino SPA amministrata da Marcello Dell’Utri, trasformata appunto in Milano 2 SpA nel settembre 1977. Cessa, e viene liquidata, pure la società svizzera che ha finanziato Milano 2, la Aktiengesellschaft ecc. I beni mobili e immobili acquisiti, attraverso l’attività della Edilnord Centri Residenziali grazie ai capitali svizzeri, vengono convogliati a Roma nel nascente gruppo Fininvest e divengono di proprietà degli anonimi soci, coperti dalle due fiduciarie romane Servizio Italia e Saf, Società azionaria fiduciaria.

Restiamo ancora in zona Svizzera. Il 2 febbraio 1973 nasce a Milano la società svizzera Italcantieri srl. I soci sono due finanziarie di diritto elvetico:la Cofigen Sa di Lugano, e la ETI Holding Ag di Chiasso, legalmente rappresentate da due prestanome: il praticante notaio Renato Pironi, e la casalinga Elda Brovelli. La Italcantieri, società a capitale interamente svizzero, “braccio esecutivo dei progetti edilizi berlusconiani, e canale collettore dei misteriosi finanziamenti provenienti dalla Svizzera”, annovera nel suo consiglio di amministrazione Luigi Foscale, zio di Berlusconi. La famiglia.

Costituita a Lugano il 21 dicembre 1972, poche settimane prima, ma guarda, della Italcantieri srl, la Cofigen Sa risulta controllata dalla Banca della Svizzera Italiana al 50%, e dalla svizzera Privata Kredit Bank al 48%. La Banca della Svizzera Italiana è controllata da Tito Tettamanti, finanziere vicino alla massoneria internazionale, all’Opus Dei e fervente anticomunista, al centro di mille legami affaristici e trame finanziarie, in rapporti, tra l’altro, con uno dei legali di Licio Gelli, l’avvocato Giangiorgio Spiess. La Privat Kredit Bank risulta controllata all’83% dalla Cofi, Compagnie de l’Occident pour la Finale et l’Industrie. Il controllo della Cofi è suddiviso tra la Banca della Svizzera Italiana di Tettamanti, la Società de Banque Suisse e la milanese Cassa Lombarda. Ma il nome della Cofi fino al 1977 è Milano Internazionale Sa, con sede in Lussemburgo, il cui controllo al 99,9% era di una sigla italiana, la Compagnia di Assicurazioni di Milano, con sede nel capoluogo lombardo in via dell’Auro 7.

La Eti Holding Ag era stata costituita a Mendrisio nell’aprile 1969 (verrà liquidata nel 1978), con un capitale di 50 mila franchi svizzeri suddiviso in 50 azioni da mille franchi. Soci fondatori tre svizzeri: il ragioniere Arno Ballinari e l’avvocato Ercole Doninelli con una azione ciascuna, e le restanti 48 azioni intestate a Stefania Doninelli, moglie di Ercole, in nome e per conto della Aurelius Financing Company Sa di Chiasso. L’Aurelius, fondata l’11 aprile del 1962, ha un capitale sociale di 50 azioni come l’Eti, e come l’Eti Doninelli e Ballinari detengono una azione a testa. Le 48 azioni restanti sono in mano a Angelo Maternini e Dino Marini, che agiscono per conto della Interchange Bank

La Interchange Bank era stata fondata nel luglio 1956 con un capitale sociale di 400 mila franchi svizzeri. Tra i soci fondatori troviamo il costruttore milanese Botta, lo svizzero Alfredo Noseda, coinvolto in uno dei primi scandali finanziari elvetici per esportazione di capitali e frode fiscale, e Angelo Maternini, detto “l’italiano di Caracas”. Nel 1957 era entrato un altro “finanziere di Caracas”, Remo Cademartori, che aveva assunto la presidenza dopo aver sottoscritti l’aumento di capitale a un milione di franchi. Nel 1959 entra lo svizzero Umberto Naccaroni, il duo Ercole Doninelli e Arno Ballinari nel 1961, infine nel 1965 i “venezuelani” di Caracas W. Gerry William Rotemburg Schwartz e Abramo Merulan. Quando i capitali della Interchange arriveranno, dopo passaggi e passaggi, alla Italcantieri nel 1973, la stessa Interchange è già in liquidazione. Ma è una liquidazione la cui procedura è iniziata nell’ottobre del 1967, per concludersi definitivamente il 15 dicembre 1989. A gestire la liquidazione saranno Pierfrancesco e Pierluigi Campana, Guido Caroni e Enzo Tignola. Tutti personaggi, l’ultimo in particolare, appartenenti all’area politica finanziaria di Gianfranco Cotti, potente ex parlamentare della DC svizzera, e dirigente della Fimo, la chiacchierata finanziaria di Enzo Doninelli, un altro dei finanziatori nascosti di Berlusconi.

La Fimo ha sede al n° 89 di via San Gottardo a Chiasso, presso lo studio legale Doninelli. Una società legata alla Fimo, la Fidinam, ha gli uffici al n° 2 di boulevard Royal a Lussemburgo, nello stesso edificio dove ha sede una importante società del gruppo Fininvest, la Silvio Berlusconi Finanziaria. La finanziaria elvetica Fimo estende i suoi tentacoli affaristici anche in Italia, non solo mediante società collegate, ma con una stranissima “Fimo italiana”. La Fimo italiana, intestata ad anonimi, opera nel Nord Italia, a Chiasso, nel Lichtenstain, e i suoi legali rappresentanti e prestanome riconducono alla Interchange Bank di Chiasso, e a finanziarie del giro Lottusi – Doninelli: una ragnatela di case d’arte e gallerie che si estende da Milano a Como, dall’Alto Lario a Lugano e a Londra. La Fimo è finita sotto inchiesta in Italia nel 1989, quando il ragioniere milanese Giuseppe Lottusi venne colto sul fatto a riciclare, per conto della società svizzera, i soldi della mafia colombiana. C’è il sospetto da parte dei magistrati italiani che, tramite i canali del narcotraffico, giungessero in Svizzera anche una parte dei ricavi delle tangenti pagate ai politici italiani. La Fimo è finita sotto inchiesta in Francia per riciclaggio di denaro sporco, in Belgio per la bancarotta fraudolenta della Pibi Finance di Jean Verdoot, morto misteriosamente a Ginevra nel 1993 dopo un incontro con i vertici della Fimo (negato da questi). Sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta anche in diverse procure del Friuli e del Veneto, per il crac delle società legate alla Sirix Intervitrum e al Gruppo Cofibel francese e Pibi Finale belga. Per lo stesso motivo, sotto inchiesta anche in Olanda. La Fimo è inoltre accusata di aver partecipato al riciclaggio delle tangenti Enimont, Eni, Iri, oltre che essere coinvolta nelle inchieste sulla Sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso Fidia, nelle tangenti della Carlo Gavazzi. Uno dei fiduciari dell’area Fimo, Giancarlo Tramezzani, è morto in circostanze misteriose il 17 settembre 1993, poche ore prima dell’arrivo in Ticino del magistrato (Antonio Di Pietro) che indagava sui risvolti elvetici dell’affare Enimont.

Dopo questa digressione svizzera niente male, dimostrante la tortuosità dei giri di denaro alquanto poco pulito, torniamo per ora in Italia, torniamo dalla Banca Rasini, che nel 1970 vede aumentare il peso dei palermitani: Dario Azzaletto, il giovane figlio di Giuseppe, diviene socio della banca. Sempre nel 1970 il procuratore della banca Luigi Berlusconi ratifica una operazione di peso nella storia della Rasini: l’acquisizione da parte della banca di una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio di amministrazionefigurano nomi niente male: Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e il cardinale Marcinkus della banca vaticana dello Ior. Tutte gente che diventerà famosa per vari motivi: per il crack dell’Ambrosiano, della Italcasse, per la lista dei 500 esportatori di valuta, per la successiva lista dei 962 della loggia P2, e per un “suicidio” sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi a Londra.

Nel 1973 la Banca Rasini diviene una S.pa., e il controllo passa dai Rasini agli Azzaletto. Il nuovo consiglio di amministrazione della Banca Rasini S.p.a. è costituito da Dario e Giuseppe Azzaletto, Mario Ungaro, avvocato romano notorio amico di Michele Sindona e Giulio Andreotti, Rosolino Baldani e Carlo Rasini. Cambiano anche i sindaci della banca: entrano due commercialisti di Siracusa, uno di Lecce e uno di Napoli.

Il 1973 è anche l’anno in cui il figliolo di Luigi, Silvio, acquista quella che diventerà villa San Martino ad Arcore. E’ un acquisto che dire chiacchierato è piuttosto poco. Diciamo solo che dimostra che “brave” persone c’erano in mezzo. Annamaria Casati Stampa è l’ereditiera minorenne di villa Casati, rimasta orfana nel 70 per via di un tragico fatto di sangue in famiglia: il padre aveva ammazzato la moglie e l’amante per poi suicidarsi. Tutore della ragazza è il senatore liberale Giorgio Bergamasco, ma pro tutore, agli effetti quello che maneggiava tutto, è, incredibile, l’avvocato Cesare Previti che, altrettanto incredibile, assiste Silvio Berlusconi. Un classico conflitto di interessi. La favolosa villa, un parco da un milione di metri quadrati, campi da tennis, maneggio, scuderie, due piscine, centinaia di ettari di terreno, quadri d’autori, con annessi e connessi, viene acquistata al modico, nel vero senso della parola, prezzo di 500 milioni di lire, a fronte di una valutazione di svariati miliardi. Si badi bene che “la somma di 500 milioni è il valore della sola Via Crucis del Luini in 14 quadri”. Ma l’acquisto avviene non in denaro, bensì in titoli di alcune società immobiliari non quotate in borsa. Quando la ragazza dal Brasile cercherà di monetizzare i titoli, si troverà con un mucchio di carta. Berlusconi e il suo avvocato, pro tutore della poverina, ricompreranno le azioni, ma a metà prezzo: 250 milioni! Questa, però, è solo una sintesi di un racconto che sarebbe molto lungo, anche perché tutta la trafila, o truffa per essere più precisi, è durata svariati anni. Silvio Berlusconi prenderà possesso di villa Casati nel 1974 ma, grazie ai maneggiamenti del suo avvocato Cesare Previti, che “curava” pure gli interessi della Casati, il passaggio di proprietà non avvenne che il 2 ottobre 1980, quando finalmente venne sottoscritto il rogito per la villa di Arcore e circostanti terreni. L’atto di compravendita venne repertato al n° 36119 del notaio milanese Guido Roveda. Per quasi sette anni Silvio Berlusconi ha disposto come voluto della nuova proprietà, pur non essendone il proprietario se non fino alla firma su citata. In questi quasi sette anni le tasse sulla casa sono state tutte regolarmente pagate da Annamaria Casati Stampa su gentile “consiglio” di Previti. Poi finalmente la ragazza ha capito con chi ha avuto a che fare. Una sentenza del Tribunale di Roma nel 2000 ha assolto gli autori Giovanni Ruggeri e Mario Guarino, che erano stati querelati, del libro “Gli affari del presidente” in cui era descritto l’episodio. Davvero due “brave e oneste” persone i “signori” Silvio Berlusconi e Cesare Previti!

Ma la truffa non si ferma qui. Lo stesso 2 ottobre 1980 il notaio Roveda autentica anche un secondo atto di compravendita, che riguarda tutti i superstiti possedimenti terrieri di Arcore dei Casati Stampa non compresi nel primo rogito. Questi possedimenti vengono ceduti sottoforma di permuta ad una società del gruppo Fininvest, la Immobiliare Briantea srl, rappresentata dall’amministratore unico Giovanni Bottino, un prestanome residente a Milano 2. Una permuta decisamente truffaldina: in cambio dei possedimenti terrieri la Immobiliare Brianza srl “trasferisce a titolo di permuta alla signora Annamaria Casati Stampa di Soncino, in Donà delle Rose numero 55.000 azioni del valore nominale di lire 1.000 ciascuna, della Infrastrutture Immobiliari spa, con sede a Milano, via Rovani 2…I beni permutati hanno il complessivo valore di lire 250 milioni. Egualmente le 55.000 azioni della Infrastrutture Immobiliari spa hanno il valore di lire 250 milioni, per cui non si fa luogo ad alcun conguaglio”. In questo modo, siccome il capitale sociale della Infrastrutture Immobiliari spa è di 400 milioni, Annamaria Casati Stampa sarebbe diventa socia di maggioranza della società con il 62.5%. Ma il regista e artefice Cesare Previti fa in modo che alla Casati venga attribuito in realtà un valore equivalente del 13,75% del capitale sociale. E per giunta con azioni senza mercato.

La società Infrastrutture Immobiliari era stata costituita a Roma il 30 dicembre 1977, e nel 1978 la Fininvest Roma ne aveva assunto il controllo. Nel 1980, poco prima della operazione permuta a danno della Casati che, a titolo di precisazione, era maggiorenne dal 1972, il capitale sociale era stato portato a 400 milioni, e il solito Luigi Rastelli ne era stato nominato amministratore unico.

La Immobiliare Briantea srl, nata a Milano il 30 settembre come Edizioni Sociali Villanova srl con 900 mila lire di capitale, con nuova denominazione nel 1978, è una scatola vuota fino ai primi mesi del 1980, quando l’amministratore delle Infrastrutture Immobiliari Luigi Restelli la convoglia nel gruppo Fininvest. Ciò accade il 2 giugno 1980, con l’aumento di capitale a 450 milioni, e la nomina del prestanome Giovanni Bottino ad amministratore unico. Dopo aver acquisito, col secondo atto notarile del 2 ottobre 1980, gli ultimi beni terrieri dei Casati Stampa, la Immobiliare Briantea srl si dedicherà al compito di sloggiare dai terreni di Arcore i contadini che vi sono residenti. Risolto il problema, e ripulito le aree per poter procedere alle speculazioni edilizie, il 4 luglio 1988 la Immobiliare Briantea verrà incorporata dalla Immobiliare Idra, che vedremo più avanti, approdo finale di quello che si può chiamare il sacco di Arcore, o la madre di tutte le truffe.

Ma il 1973 dovrebbe essere anche l’anno in cui Luigi Berlusconi smette di lavorare per la Banca Rasini, avendo raggiunto l’età della pensione, secondo logica. Il 28 marzo 1974 se ne va anche Carlo Rasini. Perché non si sa bene. Secondo analisti sembra si sia dimesso per mancanza di fiducia verso il resto del consiglio di amministrazione, in particolare degli Azzaletto. Ma l’Azzaletto padre aveva fondato con lui la Banca Rasini; non lo conosceva? Non sapeva da dove arrivava? Il posto di Rasini lo prende Dario Azzaletto, assommando anche la carica di direttore generale (ciò che indica che Luigi Berlusconi non c’era, appunto, più). Il 7 giugno 1974, poco dopo due mesi, entra nella Rasini S.p.a. Antonio Vecchione, e sarà questi a prendere l’incarico di direttore generale.

Nel 1974 nasce la Immobiliare San Martino, amministrata da Marcello Dell’Utri, grazie a due fiduciarie della Bnl, la Servizio Italia diretta dal piduista Gianfranco Graziadei, e la Saf, Società Azionaria Finanziaria, rappresentata da un prestanome cecoslovacco, certo Frederick Pollack, nato nel 1887. La famiglia Berlusconi va ad abitare nella villa San Martino, ex villa Casati Stampa, ingaggiando su consiglio di Dell’Utri uno stalliere, Vittorio Mangano. Questi non è uno qualsiasi, ma un mafioso, e neppure di poco conto, che morirà in carcere il 23 luglio 2000. La Immobiliare SanMartino, come abbiamo visto sopra, diventerà nel settembre ‘77 Milano 2 S.p.a.

L’arrivo di Mangano a Villa San Martino era avvenuto in un clima pesante per gli imprenditori milanesi. Lo stesso Silvio Berlusconi, oltre ai progetti di rapimento del padre Luigi e alle minacce di sequestro del figlio Pier Silvio, aveva subito anche un attentato: una bomba contro la sede delle sue società, l’ex villa Borletti di via Rovani a Milano. I pericoli però spariscono con l’arrivo di Mangano. Il che fa pensare che quanto poi raccontato sui motivi che portarono all’ingaggio di Mangano non sia proprio vero. Anzi, sicuramente non vero.

Francesco Di Carlo, capo della potente famiglia di Altofonte, poi espulso da Cosa Nostra con l’accusa di aver imbrogliato gli amici fingendo il sequestro di una partita di droga, riparato a Londra, mafioso pentito, racconta di aver conosciuto Dell’Utri perché “Cinà me lo presentò in un bar di via Libertà a Palermo, a metà degli anni 70. Qualche mese dopo rividi Dell’Utri a Milano. In un ufficio di via Larga di proprietà di alcuni nostri amici incontrai Cinà, Mimmo Teresi e Stefano Bontade. Quel giorno erano particolarmente eleganti. Io domandai il perché e loro mi risposero che dovevano andare da un grosso industriale milanese amico di Cinà e Dell’Utri, e mi proposero di seguirli”. Secondo il racconto di Di Carlo, i quattro si recano nella sede dell’Edilnord dove incontrano Berlusconi e Dell’Utri. Parla Bontade: “Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io…Perché piuttosto non pensa ad investire nella nostra bellissima isola? Da noi c’è tanto da costruire”. E Berlusconi: “Vorrei, vorrei, …Ma sa, già qui al nord ci sono tanti siciliani che non mi lasciano tranquillo…”. Bontade: “La capisco, ma adesso è tutto diverso. Lei ha già al suo fianco Dell’Utri, io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema con quei siciliani”. Berlusconi: “Non so come sdebitarmi, resto a sua disposizione per qualsiasi cosa”. E Bontade: “Anche noi siamo a sua disposizione. Se c’è un problema basta che ne parli con Dell’Utri”. E fu dopo questo incontro che arrivò Vittorio Mangano. Questo secondo il racconto del pentito Di Carlo che, visto anche quanto sopra, non crediamo proprio abbia raccontato balle.

Il fatto è che Mangano non avrebbe fatto solo lo stalliere, come pure l’amministratore, ma anche il furbetto nel suo soggiorno a villa San Martino, organizzando estorsioni, anche ai danni di Berlusconi, e progettando addirittura sequestri ai danni degli ospiti del suo nuovo padrone. Così racconta un altro pentito, Salvatore Cocuzza, successore di Mangano alla guida del clan di Porta Nuova, e suo compagno di cella dal 1983 al 1990. Sempre secondo Cocuzza, Berlusconi si rivolse a Cinà per trattare direttamente con Bontade e Teresi e “raggiunse con loro un accordo per il versamento di una tangente di 50 milioni l’anno. La stessa cifra che veniva prima versata a Mangano”. E così Mangano venne liquidato dalla ditta Berlusconi. I motivi dell’allontanamento di Mangano vanno a quadrare con le stesse dichiarazioni di Berlusconi e Dell’Utri, che lo motivarono con i tentativi di sequestro. Anzi, ci fu persino una bombetta,, un “rozzo ordigno, poca roba”, vicino al cancello della sua villa, e in una telefonata con Dell’Utri, il cui telefono era sotto controllo dell’antimafia, Berlusconi aveva attribuito “l’avvertimento” allo stesso Mangano, ridendoci sguaiatamente sopra con l’amico Marcello, dicendo che “un altro avrebbe mandato una raccomandata, lui una bomba…è perché non sa scrivere”.

In considerazione che Berlusconi ha necessità di una società di comodo per alcune operazioni immobiliari (un’altra, diciamo), un suo stretto e fedelissimo collaboratore, Romano Comincioli, fonda il 15 aprile 1976, insieme con Maria Luisa Bosco, la Generale commerciale srl. Capitale 900 mila lire, scopo sociale la compravendita di immobili in proprio e per conto terzi, amministratori Comincioli e Bosco. Nonostante un risibile capitale sociale, la Generale commerciale comincia subito a manovrare cifre ingentissime, delle quali nei suoi bilanci non vi è traccia. E qui Berlusconi, tramite il suo prestanome Comincioli, entra in contatto con il faccendiere Flavio Carboni.

Flavio Carboni è sardo, conosce il territorio dell’isola,e agisce secondo uno schema molto semplice: accaparrato un terreno agricolo si attiva per mutarne la destinazione in terreno edificabile, duplicandone il valore di mercato. Berlusconi, tramite il paravento Comincioli, concede a Carboni cospicui finanziamenti, in cambio dei quali Carboni coinvolge Comincioli-Berlusconi in numerose operazioni immobiliari. Pur non disdegnando altre località, la zona prevalente è la costa quasi vergine nel nord della Sardegna, tra Olbia e Porto Rotondo. Proprio nella zona di Porto Rotondo Carboni acquista un lotto dalla famiglia del giornalista Jas Gawronski, 45 ettari per 150 milioni, e lo intesta alla società Costa delle Ginestre, dopo di che cede quote societarie a Comincioli. Nella società Costa delle Ginestre sono associati: Flavio Carboni e suo fratello Andrea soci di maggioranza; Romano Cominciali, cioè Berlusconi, socio di minoranza; Domenico Ballucci socio di minoranza e Danilo Abbruciati socio occulto. Questo assetto societario verrà confermato dal mandato di cattura spiccato il 29 gennaio 1983 dal giudice istruttore Imposimato a carico dei fratelli Carboni e di esponenti della Banda della Magliana.

Al duo Carboni-Comincioli (che è poi Berlusconi) si aggiunge Fiorenzo Ravello, Costui è un italiano residente in Svizzera che il 17 ottobre 1973 promuove la costituzione a Tempio Pausania (Sassari) della società Punta Volpe spa. A questa società Ravello intesta i beni che lui stessi amministra e rappresenta a Porto Rotondo e nel Comune di Olbia, per poi trasferire la società a Trieste, dove contemporaneamente vengono costituite altre dieci nuove società per azioni. A Trieste ha già sede la Immobiliare Sea spa, che prende parte attiva all’operazione. Il 12 dicembre 73 la società Punta Volpe si fonde per incorporazione e singolarmente con ognuno delle undici spa. Il senso dell’operazione è di suddividere i terreni in frazioni più commerciabili, che divengono così più snelle proprietà di singole società, il tutto in esenzione di oneri fiscali. Per questo era stata scelta Trieste, che ai tempi godeva di un regime fiscale privilegiato. Ogni altro onere viene fatto ricadere sulla società Punta Volpe che, svuotata, li elude e, anzi, viene cancellata dal registro delle società. Di tutta l’operazione Carboni si assicura l’80%, mentre a Ravello va tacitamente il 20% dei terreni e dei fabbricati delle undici spa. L’80% di Carboni ammonta a 1 miliardo e 800 milioni, pagamento dilazionato all’8% di interesse annuo. Carboni versa una prima rata di 250 milioni, poi fa fronte alle altre scadenze cedendo a Ravello quote di sue società. Al 31 agosto 1974, secondo un promemoria contabile sequestrato dalla Guardia di Finanza, Carboni è in debito di circa 354 milioni, e ciò porta ad una nuova ripartizione delle rispettive quote. I due convengono, sulla parola, che fino all’estinzione del debito, e a garanzia dello stesso Ravello, i due diventano soci al 50% delle società nelle quali è stato disperso il patrimonio della ex società Punta Volpe. Tutta questa operazione, detta delle “12 sorelle”, è stata definita “un patto a delinquere” nella sentenza 8 febbraio 1986 del Tribunale di Roma contro la malavita romana.

Di quella operazione ci interessa la destinazione finale delle singole società e le relative proprietà immobiliari. Tre di esse transitano per la Generale commerciale di Comincioli e finiscono nella Fininvest di Berlusconi: le spa Poderada, Su Ratale e Su Pinnone. In altre due, Prato Verde e Immobiliare Sea, Comincioli è presente direttamente, come è presente in altre due, Monte Majore e Punta Lada, attraverso la fiduciaria Sofini controllata al 50%. In tre società subentrano interessi mafiosi: Iscia Segada e Mediterranea vanno ai siciliani Luigi Falcetta e Lorenzo Di Gesù per conto di Pippo Calò, conosciuto come il cassiere della mafia, mentre Sa Tazza passa a Domenico Calducci. Questi, nella sentenza sopra ricordata dell’8 febbraio 1986, “costituì la cooperativa Delta la quale, con il gioco della cessione successiva delle quote, sembra veramente avere avuto la funzione di stanza di compensazione delle azioni reciproche dei maggiori usurai romani”. La Delta figurerà tra i clienti “in sofferenza” del Banco Ambrosiano (esposizione di 28 milioni, di cui 14 rubricati come “perdita certa”).

Nel 1975 la situazione economica di Carboni, secondo il suo segretario Emilio Pellicani, si fa disperata, creando preoccupazione nei suoi partner. Un incontro verso la fine di settembre all’Hotel Gritti di Venezia con Ravello, Locatelli e Calducci, che avevano tentato un piano di salvataggio, fallisce. Carboni è costretto a cercare altri finanziatori, e trovando in Comincioli grande disponibilità, associa il prestanome di Berlusconi ai suoi affari. Nel 1977 Ravello, coinvolto nello scandalo Italcasse-Caltagirone in quanto membro del cda della società Flaminia nuova, decide di ritirarsi definitivamente in Svizzera, liberandosi della propria parte del patrimonio sardo, quello delle 12 sorelle: l’acquirente è Comincioli, cioè Silvio Berlusconi.

Durante la gestione Comincioli della Prato Verde, nel periodo febbraio-marzo 1978, Carboni entra in affari con esponenti di Cosa Nostra. Tramite i malavitosi Calducci e Diotallevi, Carboni concorda con un gruppo di mafiosi l’esecuzione di lavori di risanamento nel centro storico di Siracusa, e ottiene un anticipo di 450 milioni. L’affare non va in porto per l’opposizione della Regione Sicilia. A quel punto i committenti siciliani, Luigi Falcetta, Lorenzo Di Gesù, Gaetano Sansone, Antonio Rotolo e un certo Mario, che altri non era che Pippo Calò, pretendono la restituzione di 450 milioni anticipati e 250 milioni di interessi. Carboni salda il debito attraverso cambiali per 700 milioni emesse dalla società Elbis di Milano a favore di Romano Comincioli, e da questi girate. Nella Elbis srl, società costituita il 12 dicembre 1969 dal messinese Antonino Franciò e da alcuni prestanome di Berlusconi, Carboni è entrato da poco portando 138 milioni.

Tra l’aprile e il maggio 1978 i rapporti tra il prestanome di Berlusconi, Comincioli, e il Carboni si guastano finendo nientemeno che in Tribunale a Roma. Carboni promuove ben sei cause civili contro Comincioli, la Generale commerciale e la Sofint, sostenendo che nelle operazioni di subentro a Ravello il berlusconiano Comincioli e la berlusconiana Generale commerciale hanno agito per conto dello stesso Carboni, interponendosi come suoi prestanome avendone in cambio cospicui appezzamenti di terreni edificabili. Il curioso che adendo contro la Sofint adisce anche contro sé stesso, in quanto comproprietario effettivo della società. Comunque niente paura, lo scontro non dura molto. Cavolo, potevano saltare fuori grovigli inconfessabili di certi interessi poco puliti! Come, ad esempio, un giro di cambiali tra la Sofint e le spa Finanziaria regionale veneta, Safiorano e Stella Azzurra, società che la sentenza 8 febbraio 1986 del Tribunale di Roma attribuirà alla “famiglia di Josef Ganci in questi giorni deceduto, imputato di traffico internazionale di stupefacenti e di appartenenza a Cosa Nostra”.

Il 9 ottobre 1978, infatti, le parti comunicano al Tribunale la composizione della controversia, estinguendo le cause, per via dell’intervenuta risistemazione generale dei rapporti tra Carboni e Comincioli, che è poi Berlusconi. Berlusconi paga 3 miliardi e 800 milioni (detratto il miliardo e 825 milioni già versati nel 1977 in contanti e in cambiali), ottenendo in cambio la definitiva proprietà delle società Su Ratale, Su Pinnone e Poderada. Cominciali viene confermato socio di Carboni nella Prato Verde, che rimane intestata fiduciariamente alla Sofint (con altre società del faccendiere sardo), Sofint che Carboni e il prestanome di Berlusconi Cominciali controllano paritariamente al 50%.

Ma nel 1978, precisamente il 26 gennaio, Silvio Berlusconi si era affiliato alla loggia massonica deviata e occulta “Propaganda 2”, meglio nota come “P2”, del maestro venerabile Licio Gelli, al quale era stato presentato dal giornalista Roberto Gervaso. Pagata regolare quota di iscrizione di 100 mila lire, e registrato con tessera 1816, codice e.19,78, gruppo 17, fascicolo 0625. La partecipazione alla loggia gli procurerà notevoli vantaggi di ogni genere (come se non ne avesse mai avuti fino a quel momento): dai finanziamenti della Servizio Italia ai crediti facili e ingiustificati del Monte dei Paschi di Siena, con tutta gente affiliata alla P2, alla collaborazione come commentatore di politica economica sul Corriere della Sera, diretto dal piduista Franco Di Bella e controllato dalla Rizzoli dei piduisti Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani. La P2 verrà poi sciolta, in quanto eversiva, con un provvedimento del governo Spadolini.

L’esito di una perizia sui bilanci della Fininvest effettuata dagli esperti della Banca d’Italia su incarico della magistratura, ha evidenziato che negli anni dal 1977 al 1984 sono entrati nelle casse della Fininvest almeno 200 miliardi in contanti e a volte con assegni circolari, transitati sui conti delle 22 Holding, seguendo giri talmente tortuosi che di ben 114 miliardi i tecnici non sono riusciti a ricostruire la provenienza. Il capitale sociale della Fininvest, pari a 400 miliardi di lire, era ed è posseduto dalle 22 Holding, da Italiana prima e Italiana 22. Il capitale di queste è posseduto per metà direttamente da Berlusconi, e per l’altra metà da una società fiduciaria (di copertura) della Bnl, la Servizio Italia Spa, i cui capitali si dice che siano sempre di Berlusconi. Questi aveva dato vita alla Fininvest Srl il 21 marzo 1975 a Roma, con un capitale di 20 milioni, diventati poi 2 miliardi l’11 novembre, con il contestuale trasferimento della sede a Milano. L’8 giugno 1978 aveva fondato, sempre a Roma, la Finanziaria di Investimento Srl amministrata da Umberto Previti, padre di Cesare, con il solito capitale di 20 milioni. Questi diventano 50 milioni il 30 giugno, e 18 miliardi il 7 dicembre 1978. Il 26 gennaio 1979 le due Fininvest si fondono in una sola società.

Ecco in particolare alcune “stranezze” emerse dalla perizia della Banca d’Italia.

Il 6 aprile 1977 la Fininvest aumenta il capitale da 2,5 miliardi a 10,5 miliardi. 8 miliardi tutti con versamenti in contanti.

Il 2 dicembre 1977 arrivano nelle casse della Fininvest altri 16,4 miliardi come “finanziamenti soci”, non si sa se in contanti o assegni causa documentazione bancaria mancante.

Il 7 dicembre 1978 affluiscono sul conto di Berlusconi presso la filiale di Segrate della Popolare di Abbiategrasso altri 17,98 miliardi, tramite otto girocondi che coinvolgono varie società di comodo. Ma i periti non sono riusciti a trovare il “primo girante” e “l’ultimo beneficiario”, anche perché la documentazione bancaria era registrata su microfilm che risultano bruciati.

Tra il 24 e il 31 dicembre 1979 la Fininvest riceve altre 25 miliardi dalle Holding.

Tra marzo 1981 e maggio 1984 le varie Holding ricevono oltre 12 miliardi, tutti rigorosamente di provenienza ignota.

Ma il caso più divertente è quando il 19 ottobre 1979 Berlusconi costituisce la PALINA Srl, società fantasma che vivrà solo sette mesi. Il 14 dicembre 1979 la Palina fa girare sul suo conto corrente acceso presso la sede milanese della Popolare di Abbiategrasso 27,68 miliardi, che vengono poi bonificati alla SAF, che a sua volta gira alle Holding italiane, le quali accreditano l’intera somma sui conti Fininvest, la quale la storna alla Milano 3 Srl, altra società del gruppo. Quest’ultima restituisce il tutto alla Palina. Divertente vero? Ma ancora più divertente quanto accertato sui controllori: “Amministratore unico era Enrico Porrà, un invalido di 75 anni, appena colpito da ictus quando i consulenti di Berlusconi lo accompagnarono a firmare le carte”. Davvero notevole, ma c’è anche la testimonianza alla Dia del commercialista presso il quale era domiciliata la Palina, Amilcare Ardigò: “Non ho mai avuto notizia del transito di quei soldi”, affermando anche che la Palina non ha mai avuto un solo documento contabile. Ardigò accompagnava in carrozzella alle assemblee l’amministratore settantacinquenne colpito da ictus Enrico Porrà., e sulla questione dei 27 miliardi si sorprende: “Non ho mai accompagnato in banca Porrà, un prestanome di Berlusconi, per il perfezionamento di operazioni relative a quella società!”. Certo che se accompagnava uno colpito da ictus alle assemblee c’è da chiedersi quanto pelo sullo stomaco avessero i “soci”!

Nel 1977 a Silvio Berlusconi viene conferito il titolo di Cavaliere del Lavoro con la seguente motivazione: “Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti, decise di dar vita ad una attività indipendente nel settore dell’industria edile fondando la Società “Cantieri Riuniti Milanesi Spa”. Nel 1963 ha costituito la Società “Edilnord” che ha realizzato, tra l’altro in provincia di Milano, un centro per quattromila abitanti, il primo in Lombardia dotato di centro commerciale, centro sportivo, campi di gioco, scuole materne ed elementari. Dal 1969 al 1975, inapplicazione di una nuova concezione urbanistica Silvio Berlusconi ha realizzato la costruzione di “Milano 2”, una città per diecimila abitanti contigua a Milano, dotata di tutte le più moderne attrezzature pubbliche e sociali, la prima sanità urbana in Italia con tre circuiti differenziati per auto, ciclisti e pedoni. E’ Presidente e Direttore Generale della Edilnord progetti S.p.A. e Presidente della Fininvest S.p.A.”. La domanda è: sapevano che quella di Milano 2 e dintorni è una vicenda originata da misteriosi capitali provenienti dalla Svizzera, scandita da prestanome ed espedienti, da irregolarità ed abusi, accompagnata dal forte sentore di tangenti e corruttele e impregnata di collusioni col potere politico?

Ma quelle parole: “la prima sanità urbana in Italia” ci portano ad un altro fatto collegato, molto collegato con le imprese del novello cavaliere. La convenzione stipulata nel 1963 dal conte Bonzi col Comune di Segrate era comprensiva di un’area di 46.000 mq che il conte aveva venduto, nel1966, a un oscuro Centro assistenza ospedaliera Monte Tabor di don Luigi Maria Verzè. Il compiacente sindaco segratese Turri nel luglio 1967 aveva rilasciato a don Verzè una licenza edilizia per la costruzione sull’area di una clinica geriatria privata (Ospedale San Raffaele). Ed è qui che la vicenda della clinica segratese di don Verzè si salda con quella di Milano 2 del suo socio (occulto) Silvio Berlusconi, con un seguito di scandalo nello scandalo a colpi di abusi, irregolarità e collusioni politiche.

Don Luigi Verzè (prete “interdetto” dalla Curia milanese il 26 agosto 1964 con “la proibizione di esercitare il Sacro ministero”) aveva potuto acquistare l’area del conte Bonzi grazie a un finanziamento statale di 600 milioni, ottenuto attraverso i suoi stretti legami con alcuni leader della Dc romana. Stessi politici che gli avrebbero fatto avere altri finanziamenti per edificare la sua clinica privata. Berlusconi, ovviamente, vedeva con estremo favore il sorgere di una clinica ospedaliera nei pressi di Milano 2, ma soprattutto, con un don Verzè così ben introdotto nella Dc romana, sarebbe stato più facile per l’Edilnord risolvere il grave problema delle fragorose rotte aeree sulla zona.

Sulla questione delle rotte aeree, il 24 luglio 1969 la Direzione generale dell’Aviazione Civile (Civilavia) aveva emanato una prima direttiva di regolamentazione del corridoio di decollo da Linate, con la sigla “Notam” e il numero d’ordine “AIII/69”. La disposizione stabiliva che subito dopo il decollo gli aerei procedessero dritti lungo la rotta Sud-Nord, per poi virare ad una altezza di 3.600/5.000 metri, a seconda del tipo di aeromobile, dal punto di stacco. In tal modo gli aerei evitavano gli abitati di Segrate, San Felice, Vimodrone, Cologno e Brughiero, e sorvolavano la disabitata zona verde del conte Bonzi posta oltre il confine orientale del Comune di Segrate. Tale area, in base alla Convenzione di Chicago sulla Aviazione civile, avrebbe dovuto essere considerata “inabitabile” e destinata a “zona verde”, essendo proprio sull’asse della pista n° 36 di Linate e a pochi chilometri dall’aerostazione. Il fatto è che da pochi mese l’area non è più del conte Bonzi, ma dell’Edilnord Centri Residenziali, che intende costruire una cittadella. Nel 1967 il Piano Intercomunale Milanese si era chiaramente pronunciato contro la lottizzazione urbanistica dell’area Bonzi. Ma questo non era certo un cruccio per Berlusconi, visto che alla fine del 1970 l’edificazione di Milano 2 procede spedita sotto il costante fragore degli aerei che sorvolano l’area, che mettono in ridicolo lo slogan commerciale di Milano 2: “un’oasi di pace ai confini della città”.

Il 24 giugno 1971 il duo Berlusconi-don Verzè inoltra al ministero dei Trasporti una petizione che sollecita “immediati provvedimenti” per salvaguardare la quiete dei cittadini (in quel momento sono circa 200) di Milano 2 e dei “degenti” dell’Ospedale San Raffaele, “che inizierà la sua attività nel luglio 1971 e che nel prossimo futuro raggiungerà la potenzialità di 600 letti”. In pratica non si sarebbe mai potuto costruire in quell’area, tanto meno un ospedale, proprio sulla rotta degli aerei, ma i due se ne sono altamente fregati e, visto che hanno cominciato, sono le linee aeree a doversi spostare.

E qui comincia la telenovela. Civilavia asseconda prontamente la richiesta e il 15 dicembre ’71, con Notam A267/71, con entrata in vigore il 15 gennaio successivo, dispone un allontanamento del corridoio di uscita da Linate “di circa 700 metri dal limite orientale della zona interessata”. Con il dirottamento la rotta evita le zone di proprietà dell’Edilnord, ma aumenta l’inquinamento acustico sugli abitanti di Segrate, Vimodrone, Cologno e Brugherio. L’aggiustamento ad uso del duo Berlusconi-don Verzè provoca la protesta dei piloti associati all’ANPAC e della direzione dell’Alitalia in quanto si è prodotta una riduzione dei margini di sicurezza nel decollo. Civilavia recepisce il 30 marzo ’72, con Notam A107/72, le obiezioni dei piloti e della compagnia di bandiera. Un mese dopo, al fine di stabilizzare in via definitiva la delicata questione delle rotte, Civilavia, con Notam A128/72 in vigore dal 25 maggio, allontana ulteriormente il corridoi di decollo dall’area di Milano2/Ospedale San Raffaele. Solo che la nuova rotta va a disturbare gravemente l’acustica degli abitanti di Segrate, i quali formano il Comitato antirumore segratese, CAS, raccogliendo oltre 3000 firme in calce ad una serie di richieste, prima tra tutte il ripristino delle rotte in vigore al 1971. Il 15 settembre ’72 una rappresentanza del consiglio comunale di Segrate si reca a Roma alla direzione di Civilavia, e ottiene una sensibile modifica della quota di virata, ratificata con Notam A282/72 del 26 settembre ’72. Torna così la pace su Segrate, ma l’Edilnord prepara la reazione.

Il 13 settembre 1972 gli sparuti abitanti di Milano 2 ricevono un volantino in cui l’Edilnord chiede loro una mano per alcuni problemi, in primis il passaggio degli aerei sulle loro teste. Si forma così un “Comitato intercomunale antirumore”, in sigla CIA, che come nome è niente male. Il Comitato, alla guida di un ambiguo personaggio, tale Marcello Di Tondo, riesce ad attirare come alleati anche otto comuni dell’hinterland settentrionale: Brughiero, Vimodrone, Cernusco sul Naviglio, Cologno Monzese, Cassina dè Pecchi, Carugate, Pussero e Pessano con Bornago. A Roma il berlusconiano CIA ha un santino in paradiso nella persona del deputato Dc Egidio Carenini (futuro “fratello” di Berlusconi nella Loggia P2 e intimo amico del Venerabile maestro Licio Gelli). Il 13 marzo 1973 la direzione di Civilavia convoca un vertice sulle rotte da Linate, dove partecipano l’on. Carenini, esponenti del CIA, del CAS, i direttori dei quattro ospedali dei comuni settentrionali, funzionari del ministero della Difesa responsabili del controllo aereo, dirigenti dell’Alitalia e don Luigi Verzè in persona. Secondo un esponente del CAS, nel corso di tale riunione vengono utilizzate carte topografiche per Segrate e Pioltello risalenti al 1848, mentre per Milano 2, che è edificata solo al 25%, complete come se la cittadella fosse già stata ultimata.

Il 30 agosto 1973 Civilavia emette il “Notam A235/73”, che entra in vigore il 15 settembre. La nuova rotta degli aerei ha la prioritaria cura di evitare l’area Belusconi/don Verzè, ma con la nuova direttrice va a passare proprio sopra il municipio di Segrate, peggiorando l’inquinamento acustico anche nei comuni di Pioltello, Linito e San Felice. Gran festa dell’Edilnord, celebrata da un volantino dell’Associazione dei residenti di Milano 2 che celebra l’avvenimento. Ma nella vittoria ci sono anche i fregati, che sono gli otto comuni alleati. Costoro accusano l’Edilnord/Milano 2 strumentalizzazione per interessi di parte. Il fatto è che penalizzati, e fortemente, sono pure i piloti degli aerei. La vicenda assume sempre più i connotati dello scandalo, al punto che la stampa locale scrive: “Dirottamenti aerei col sistema della mafia”. Bisogna dire che ci avevano centrato.

Partono varie denunce contro i dirottamenti, mentre l’Edilnord prosegue il suo incessante lavoro manipolatorio. Verso la fine del 1973 viene fatto circolare un ponderoso “studio scientifico” sul problema delle rotte, attribuito al prestigioso Politecnico di Milano. L’”imparziale” studio indica nell’ultimo “Notam” del 1973 la “soluzione ottimale” per l’area di Milano 2/Ospedale di don Verzè. Qualche mese dopo la presidenza del Politecnico scoprirà che lo studio era stato commissionato proprio dall’Edilnord, con “incarico privato” a un gruppo di docenti dell’Istituto capeggiati dall’ing. Giovanni da Rios. I docenti coinvolti nella truffaldina iniziativa si vedranno costretti, per evitare l’espulsione dall’Istituto, a pubbliche scuse e ad eliminare dallo studio pro-Edilnord ogni riferimento al Politecnico.

Ma siccome non tutte le ciambelle riescono col buco, tutta la questione dei dirottamenti finisce nelle Preture. Il direttore generale di Civilavia, il generale Paolo Moci, viene condannato dal Pretore di Monza, mentre viene disposto lo stralcio dal procedimento di alcuni atti di ben diversi reati: abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio, corruzione, a carico del rettore dell’Università Statale Giuseppe Schiavinato, del sindaco di Segrate Gianfranco Rosa, dell’assessore regionale all’Ecologia Filippo Bertani e di don Luigi Verzè. Il 18 giugno 1975 il Pretore di Milano, in una seconda sentenza a carico di Paolo Mocci, manda la questione delle rotte alla Procura della Repubblica per competenza, “in quanto è chiara la connessione tra tali fatti ed eventuali fenomeni di speculazione e di illeciti comportamenti da parte di pubblici amministratori (e di altri)…Perché è certo che (la modifica delle rotte) portò rumorosità su paesi densamente abitati, e inoltre perché si sospetta che mutamento delle rotte e conseguente inquinamento acustico furono conseguenza di illeciti di grandi proporzioni implicanti responsabilità di pubblici amministratori”.

Il 3 marzo 1977 la Seconda sezione penale del Tribunale di Milano riconosce l’imputato don Luigi Verzè colpevole di “istigazione alla corruzione” per avere, quale Presidente dell’Ospedale San Raffaele, con atti idonei diretti in modo non equivoco ad indurre il dottor Rivolta, assessore alla Sanità della Regione Lombardia, a compiere atti contrari ai doveri del proprio ufficio, promesso di corrispondergli il 5 per cento sull’ammontare del residuo contributo pari a 1.500.000.000 circa, quale corrispettivo della erogazione da parte dell’Ente Regione ad esso Verzè del predetto residuo contributo”. Nella sentenza è scritto anche di “sorprendenti circostanze attraverso le quali l’ente di don Verzè era riuscito ad ottenere la qualifica di “istituto scientifico””, del fatto che l’imputato era “strettamente legato agli ambienti della Democrazia cristiana, ma egli aveva dimostrato di esercitare (anche) una notevole influenza sulle pubbliche autorità”. E dopo una minuziosa ricostruzione dell’intricato tentativo di corruzione dell’imputato nei confronti dell’assessore Rivolta, il Tribunale conclude: “Il reato commesso da don Verzè non poteva essere considerato lieve, se valutato nel quadro delle circostanze in cui era sorta e si era sviluppata l’iniziativa di costruire l’Ospedale San Raffaele. Da questo punto di vista, don Verzè doveva essere ritenuto un imprenditore abile e spregiudicato, inserito in ambienti finanziari e politici privi di scrupoli sul piano etico e giuridico-penale”.

Comunque nessuna preoccupazione. Gli strascichi scaturiti dallo scandalo Milano 2/San Raffaele non approderanno a sentenze di condanna definitive. Tra archiviazioni, stralci, rinvii a giudizio, ricorsi, assoluzioni, prescrizione di reati, se la cavano il rettore Schiavinato, i sindaci Rosa e Turri, la stessa Edilnord, e pure don Luigi Verzè, che si vedrà risparmiata, per intervenuta prescrizione, la condanna subita in primo grado per “tentata corruzione”. Gli antesignani del loro amico Silvio Berlusconi.

Per l’agiografia berlusconiana, la costruzione della città satellite Milano 2 sarebbe stato il primo “miracolo” compiuto del superinprenditore fattosi da solo il quale, senza disporre di capitali e col solo ausilio della sua straordinaria genialità, sarebbe riuscito a edificare dal nulla l’avventuristica cittadella. Come abbiamo visto non è proprio per niente così. Non abbiamo detto, anche se qualcosa si può già ben capire da quanto sopra, che tutta l’operazione, Milano 2 e Ospedale San Raffaele, è stata esclusivamente una grandiosa opera di corruzione a tutti i livelli. Dopo i giornali locali se ne sono occupati anche diversi giornali nazionali: Il Manifesto nell’agosto 1973 (I mille volti della speculazione edilizia…); il settimanale il Mondo del 4 ottobre 1973 (Le rotte di cemento); l’Avanti, che nel dicembre 1973 informa dell’inchiesta del Pretore di Monza sul dirottamento dei voli; il Corriere della Sera il 18 aprile 1974 sul tentativo di corruzione nei confronti dell’assessore regionale alla Sanità Vittorio Rivolta; il Giorno, che il 25 giugno 1974 informa di 14 avvisi di procedimento a ex consiglieri del Comune di Segrate (retto ora da un commissario prefettizio); ancora il Giorno il 27 giugno 1974 che scrive che “il commissario prefettizio dott. Ajello si è rifiutato di firmare le tre licenze (le ultime) richieste dall’impresa costruttrice di Milano 2, perché sono in contrasto con le norme di rispetto cimiteriale.”; il settimanale milanese L’Ambrosiano, che nel dicembre 1974 scrive che i cittadini di Segrate accusano la Edilnord di aver ottenuto, con abusi e irregolarità, il dirottamento degli aerei. “…Nello scandalo di Milano 2 sono coinvolti i partiti politici che vanno per la maggiore, uomini politici di grosso e piccolo calibro, e persino un prete spretato, direttore della clinica San Raffaele che è lo specchietto per le allodole al servizio della Edilnord.”; il Corriere della Sera del 12 febbraio 1975 che scrive che sono stati indiziati di reato per una serie di illeciti edilizi l’ex sindaco di Segrate, il Dc Gianfranco Rosa, il legale rappresentante della Edilnord, Giorgio Dall’Oglio (che è il fratello della prima moglie di Berlusconi), e il direttore dei lavori della stessa Edilnord; il Corriere d’Informazione del 20 marzo 1975, che scrive sulla sospensione, da parte del commissario prefettizio dott. Ajello, della concessione delle licenze di abitabilità nelle nuove case di Milano 2; il 20 giugno 1975 il Corriere della Sera informa che la “Pretura penale ha deciso di trasmettere alla Procura della Repubblica tutti gli atti relativi al generale Paolo Moci, direttore di Civilavia.”; e infine il Giorno del 13 giugno 1975 dove, sotto il titolo “Milano Uno Due Tre”, Giorgio Bocca scrive: “Storie di astuzie, corruzioni, raggiri, guadagni giganteschi. Tutto risaputo, sperimentato: i comitati locali che nascono battaglieri, decisi a fare i conti in tasca al padrone amministratore e dopo due anni sono già addomesticati…”.

Come si sarà notato, pur nella sintesi, negli articolo sopra citati non appare mai il nome si Silvio Berlusconi. Lui, infatti, opera nell’ombra, coperto da prestanome e con capitali di anonime finanziarie svizzere. Ma anche sulla figura del palazzinaro Silvio Berlusconi, in seguito alla scandalosa speculazione multimiliardaria di Milano 2, comincia ad appuntarsi l’attenzione della stampa. Tra i primi ad occuparsi del misterioso affarista è ancora Giorgio Bocca, che nel marzo 1976 scrive: “Milano è la città in cui un certo Berlusconi di 34 anni costruisce Milano 2, cioè mette su un cantiere che costa 500 milioni al giorno. Chi glieli ha dati? Non si sa. Chi gli dà i permessi di costruzioni e dirottare gli aerei dal suo quartiere? Questo lo si sa, anche se si ignora il resto. Come è possibile che un giovanotto di 34 anni come questo Berlusconi abbia un jet personale con cui raggiunge nei Caraibi la sua barca, che sarebbe poi una nave oceanografica? Noi saremmo molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita: ci racconti come si fa a passare dall’ago al milione o dal milione ai cento miliardi”.

Lotta Continua scrive il 25 marzo 1977: “Berlusconi lavora sott’acqua, non appare mai. Gli strascichi amministrativi e giudiziari si sono risolti senza danno per Berlusconi…Quel che sorprende è la capacità di Berlusconi di costruire una intera città senza praticamente possedere nulla di suo, avvalendosi di potenti protezioni (e di alcune grosse banche come il Monte dei Paschi di Siena e la Banca Nazionale del Lavoro). Berlusconi ha venduto le case, e incassato i soldi, prima ancora di costruirle…Mentre la Edilnord mette in cantiere un nuovo villaggio residenziale, Milano 3, Berlusconi comincia a viaggiare, e avendo come intermediarie banche panamensi e lussemburghesi, combina affari in Medio Oriente e in Libia”

Sempre a marzo 1977 Berlusconi rilascia a Camilla Cederna “la sua prima intervista”. La Cederna descrive l’intervistato così: “E’ cattolico e praticante, e ha votato Dc…E’ considerato uno dei maggiori speculatori edilizi del nostro tempo. Si lega prima con la corrente di Base della Dc (Marcora e Bassetti), poi col Centro, così che il segretario provinciale Roberto Mazzotta è il suo uomo. Altro suo punto di riferimento è il PSI, cioè Craxi, che vuol dire Tognoli, cioè il Sindaco di Milano. E’ allergico alle fotografie “Anche per via dei rapimenti”, spiega con un sorriso ironico solo a metà…In settembre comincerà a trasmettere la sua “Telemilano”, e pare che in questo suo progetto sia stato aiutato dall’amico democristiano Vittorino Colombo, ministro delle Poste e della Tv”. Noi possiamo aggiungere che se avesse continuato ad essere allergico alle fotografie forse non sarebbe diventato presidente del consiglio. Ma poi si vede che le protezioni sono aumentate, ed arrivò la tv.

Il 4 maggio 1977 Berlusconi fonda la Immobiliare Idra. La società viene costituita dalle due stesse fiduciarie Servizio Italia spa e Saf spa della Banca Nazionale del Lavoro che originano la Fininvest. La BNL è controllata da banchieri affiliati alla Loggia P2, e gli stessi piduisti controllano le due fiduciarie dietro le quali si celano i promotori della Immobiliare Idra. La società nasce con un capitale di un milione, che crescerà a 900 l’anno successivo, è amministrata dal prestanome Giovanni Dal Santo, e nel suo collegio sindacale figurano Cesare Previti e suo padre Umberto. Il 28 giugno 1979 la sede sociale dell’Idra viene trasferita a Milano in via Rovani 2, e lo stesso giorno Cesare Previti lascia il collegio sindacale. Tra il 1984 e il 1985 l’Immobiliare Idra acquista una faraonica villa a Punta Lada, in Sardegna (28 stanze e 12 bagni per 2.500 mq e 7 ettari di parco), venditore è uno che abbiamo già conosciuto, il faccendiere Flavio Carboni (che poi finirà condannato a 15 anni per il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, altro P2, finito tragicamente, e a 10 anni e 4 mesi quale mandante del tentato omicidio di Roberto Rosone, direttore ai tempi in società con Berlusconi).

Il 10 dicembre 1986 la Immobiliare Idra incorpora la Gir, Gestioni immobiliare romane srl, una società che da un lato riconduce a misteriosi ambienti svizzeri, e dall’altro a operazioni immobiliari con il boss mafioso Pippo Calò. Infatti la Gir è la ex Pinki, orbita Fininvest, costituita a Milano il 23 settembre 1982 dalla cittadina svizzera Monica Merzaghi, e dal prestanome Pasquale Guaglianone. Interessata a un edificio di Portorotondo costruito, per conto della Marius srl di Pippo Calò, dal palazzinaro mafioso Luigi Falcetta, la Gir ha acquistato dal cassiere della mafia un appartamento.

Nel 1993 la Immobiliare Idra viene acquistata personalmente da Silvio Berlusconi. “Al centro dell’operazione c’è l’Immobiliare Idra, sede a Milano, 10 miliardi di capitale sociale, proprietaria, tra l’altro, della Ala di Arcore. Fino all’anno scorso questa società faceva capo alla Fininvest. Poi è stata ceduta, come risulta dal bilancio 1993 della holding del Biscione. In veste di compratore è intervenuto Silvio Berlusconi in persona…Prezzo pattuito: 10 miliardi. La Fininvest però aveva in carico la controllata Idra per 16 miliardi, così l’operazione si è risolta in una perdita di 6 miliardi per la holding. Poca cosa rispetto alle perdite registrate dall’Immobiliare Idra negli ultimi esercizi: 14 miliardi nel 1991 e 20 miliardi nel 1992, secondo gli ultimi due bilanci disponibili”. Una operazione a dir poco singolare, alla quale è stato attribuito lo scopo di “alleviare” il bilancio Fininvest delle passività dell’Idra.

Il 24 ottobre 1979 Berlusconi riceve la visita di tre ufficiali della Guardia di Finanza nelle sede dell’Edilnord, che ora è intestata a Umberto Previti. Il proprietario, lo sappiamo, in effetti è Silvio, ma ai finanzieri dice di essere un “semplice consulente esterno addetto alla progettazione di Milano2”. Nonostante l’ispezione abbia riscontrato diverse anomalie, i tre finanzieri chiudono in fretta senza conseguenza alcuna. Passano alcuni mesi, ed il motivo di sì tanta, o scarsa, solerzia esce. Uno dopo l’altro i tre, Massimo Maria Berruti, Salvatore Gallo e Alberto Corrado, passano alle dipendenze di Berlusconi, certamente attirati da stipendi ben più notevoli che nella Finanza. Saranno molto fedeli al nuovo padrone. Dei tre il più noto è il Berruti, finito in diverse inchieste, condannato in primo e secondo grado e, sarà indubbiamente per questo, eletto in Forza Italia.

Sul finire del 79 Berlusconi, che comincia a lanciarsi nel settore televisivo, dà l’incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia per acquistare frequenze televisive. Galliani si dà molto da fare, e inizia dalla Sicilia, dove entra in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri nella loro rete Sicilia Srl. Giuseppe Inzaranto, uno dei fratelli e neo socio di Galliani, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta che, all’epoca, era un boss importante, non ancora il grande pentito. Ma sospettiamo che Galliani, e Berlusconi, siano stati là indirizzati da un altro importante personaggio proveniente da Misilmeri: Giuseppe Azzaletto, uno dei fondatori della Banca Rasini.

Il 26 ottobre 1981, interrogato dalla Commissione parlamentare sulla P2 nella sua qualità di affiliato alla Loggia, Berlusconi tra l’altro dichiara: “Mi sono iscritto alla P2 nei primi mesi del 1978, su invito di Licio Gelli che conoscevo da circa sei mesi, e che avevo visto solo due volte. Ero convinto che la Loggia fosse parte del Grande Oriente d’Italia. Non ho mai versato contributi…Gelli mi chiarì che tramite la Massoneria,organizzazione internazionale, avrei potuto avere dei canali di lavoro, e contatti internazionali utili alla mia attività di presidente del Consorzio per l’Edilizia industrializzata. Non vi fu cerimonia di iniziazione, non ho avuto alcun rapporto con altri affiliati. Nulla so dei rapporti di Gelli con Carmine Pecorelli”.

Ma l’ex senatore Sergio Flamini, già componente della Commissione d’inchiesta, preciserà: “La deposizione di Berlusconi davanti alla Commissione fu menzognera e reticente. Berlusconi mentì quando affermò di non avere versato contributi: il 22 marzo 1982 la Guardia di Finanza verificò la piena corrispondenza tra la quota pagata di Lire 100.000, la ricevuta trovata nell’ufficio di Gelli, e i versamenti sul conto “Primavera” presso la Banca d’Etruria che Gelli utilizzava per i pagamenti degli affiliati. Mentì quando negò la cerimonia di iniziazione: la Commissione acquisì un documento proveniente dall’archivio di Gelli in Uruguay nel quale, a fianco del nome “Silvio Berlusconi”, vi era l’annotazione “Juramento Firmado”. Berlusconi mentì anche e soprattutto quando affermò di non avere avuto alcun rapporto con altri affiliati: basti considerare tutti i rapporti avuti con i banchieri piduisti del Monte dei Paschi di Siena e della Bnl,e a quelli che intrattenne con giornalisti (Gervaso e Di Bella) e editori (Rizzoli e Tassan Din). Del resto, la stessa storia della P2 dimostra come la falsa testimonianza sia essa stessa prova di “appartenenza” alla Loggia segreta, proprio perché i “fratelli” piduisti erano vincolati alla segretezza da un giuramento e da regole che li vincolavano alla fedeltà della Loggia”.

Nel corso della sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta sulla P2 anche il piduista Bruno Tassan Din (ad del gruppo Rizzoli/Corriere della Sera) confermerà: “Gelli era molto amico di Berlusconi, e in diverse occasioni mi disse di fare degli accordi con lui sia nel settore della televisione che dell’editoria. Io conoscevo Berlusconi direttamente, e questo in verità mi fece riferimento alla opportunità di un accordo nel quadro anche dei contatti che lui aveva con Gelli”.

Torniamo alla Banca Rasini. Come è stato detto, nel 1974 era arrivato il nuovo direttore generale dell’Istituto, Antonio Secchione. Costui si è dato talmente da fare che il valore della banca è letteralmente esploso, passando dal miliardo del 1974 ai 40 miliardi del 1984. Sul come lo vedremo tra poco. Ma anche di uno dei nuovi consiglieri, l’avvocato romano Mario Ungaro, c’è da dire qualcosa. Questi si è detto che era amico di Sindona e Andreotti. In effetti doveva essere davvero molto amico, fidato, per quei due, se proprio Ungaro fu il latore di una lettera scritta da Sindona e diretta ad Andreotti. Questo il testo della lettera ripreso dalle “Relazioni” della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona. Scrive Sindona: “Lei dovrebbe fare qualcosa almeno in Italia, e precisamente: sollecitare la Banca d’Italia per la sostituzione di Ambrosoli; ridimensionare il comportamento del giudice istruttore e del pubblico ministero che dopo tre anni non sono riusciti a prendere alcun provvedimento conclusivo, eccezion fatta per il mandato di cattura; trovare una soluzione per la Banca Privata Italiana, sollecitando gli interessati, tale da far cadere il presupposto dei reati fallimentari”. Niente male, vero? Ma il bello arriva adesso.

Nella notte del 14 febbraio 1983 scatta quella che è stata definita l’”0perazione San Valentino”, la più imponente operazione degli ultimi anni contro la mafia e la camorra. Un blitz sviluppato contemporaneamente a Milano, Roma, Palermo e in altre città. 130 tra ordini e mandati di cattura emessi, 200 perquisizioni, decine di denunciati, sequestrati beni immobili, società, azioni, bloccati assegni e conti correnti per diverse centinaia di miliardi. Solo a Milano i provvedimenti restrittivi emessi sono 52, dei quali 30 eseguiti, 70 i provvedimenti di sequestro, 164 le persone denunciate. L’accusa contestata è quella dell’art. 416 bis del Codice penale: “Appartenenza ad associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di una serie interminabile di delitti contro la persona, quali omicidi e sequestri, contro il patrimonio, quali estorsioni e ricettazioni, contro l’amministrazione della giustizia, quali favoreggiamento, contro la pubblica amministrazione, quali corruzione, di delitti di detenzione e porto d’armi, di delitti legati alla gestione di attività economiche e alla realizzazione di profitti e vantaggi ingiusti”. Tra le persone catturate figurano Luigi Monti, Antonio Virgilio, Romano Conte, Carmelo Gaeta, Antonio Enea, Giovanni Ingrassia, Claudio Giliberti, Giuseppe Bono e altri. Ordine di cattura anche per Gaetano Fidanzati, Alfredo Bono (fratello di Giuseppe), Vittorio Mangano (chi si rivede!), Ugo Martello detto “Tonino”, tutti noti mafiosi da tempo in carcere.

E la Banca Rasini, direte? La Banca Rasini non è altro che uno degli istituti di credito sotto inchiesta a Milano, in Italia e all’estero, segnatamente la Svizzera. Buona parte dei mafiosi arrestati sopra nominati erano correntisti della banca, direttamente o per tramite. Solo un paio di esempi. “Sul conto corrente n° 6861 acceso da Antonio Virgilio presso la Rasini transitano, tra il 28 febbraio 1980 e il 31 maggio 1982, operazioni per circa 50 miliardi di lire. Inoltre la Rasini, nel periodo tra febbraio ‘81 e novembre ’82, sconta a Virgilio 135 effetti per oltre un miliardo. Parte degli effetti, 360 milioni, proveniva da una gioielleria di piazza di Spagna a Roma (secondo la requisitoria del Pm nel troncone romano nel procedimento contro la “mafia dei colletti bianchi”) riconosciuta essere strumento di riciclaggio in favore di Giuseppe Bono. Anche sul conto corrente n° 6410 transitano notevoli e ingiustificati importi; il conto è intestato a Luigi Monti, socio di Virgilio in tutta una serie di società, ma anche in operazioni che portano alla loro incriminazione”.

“La flagrante connivenza della Rasini con Monti e Virgilio rientra nel novero dei più vasti rapporti che la banca intrattiene con esponenti della “mafia dei colletti bianchi”, e con personaggi a essa mafia attigui, come il costruttore Silvio Sonetti (condannato per crac della Concordia a 9 anni di reclusione). Il comune tornaconto è tale che a un certo punto il malavitoso “giro” manifesta alla Rasini la “disponibilità a trattare l’acquisto del pacchetto azionario di controllo della banca dal 51 al 73% sulla base di una valutazione dell’intero pacchetto di lire 40 miliardi. L’operazione di compravendita della banca non andrà in porto, ma è un fatto che la Rasini risulterà particolarmente compiacente con i correntisti mafiosi: il suo direttore generale, Antonio Vecchione, verrà rinviato a giudizio per “violazione dei doveri inerenti al pubblico esercizio del credito””. Vecchione verrà poi condannato a 4 anni, ma solo il 5 giugno del 1987 verrà licenziato. Per quanto riguarda i mafiosi patentati Monti e Virgilio, tutto l’impianto accusatorio verrà cancellato dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione, presidente dott. Corrado Carnevale, diventato molto noto per questo tipo di sentenze assolutorie, che in tutta onestà gridano vendetta. Il risultato è che i due mafiosi si vedranno restituire tutti i beni mobili e immobili, compreso i soldi che avevano alla Rasini!

Come si vede, questa è l’altra particolarità per cui la Banca Rasini è diventata famosa: essere la banca della mafia. Diciamo subito che questa “particolarità” ha preso piede alla grande dal 1974, all’arrivo del nuovo direttore generale Vecchione, e dei nuovi soci. Ma certamente non ha avuto un comportamento pulito neppure prima. Già la presenza iniziale di Giuseppe Azzaretto da Misilmeri dovrebbe dire molto, ma la Rasini era dedita al riciclaggio di denaro sporco, con quelle stranissime società svizzere del figliolo dei suo direttore generale. Al proposito, c’è seriamente da ritenere che tutti quei contatti in Svizzera sia stato proprio il padre Luigi a farle conoscere al figlioletto Silvio. Comunque, se ci fosse ancora qualche dubbio sulla attività della Banca Rasini, c’è Michele Sindona nel 1985 che, alla domanda del giornalista americano Nich Tosches su quali fossero le banche della mafia, rispose: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a Milano una piccola banca in piazza Mercanti”. In piazza Mercanti a Milano c’era solo la Banca Rasini. E che pure Umberto Bossi, quando non era ancora stato comprato, confermò su La Padania del 6/10/99 in una delle sue tante dichiarazioni. Erano i tempi in cui Bossi chiamava Silvio Berlusconi “il mafioso di Arcore”.

E’ sempre nell’’83, il 30 maggio, che la Guardia di Finanza di Milano, che sta controllando i telefoni di Berlusconi nell’ambito di una inchiesta su un traffico di droga, redige un rapporto investigativo in cui si legge: “E’ stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni in Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero. Operativamente le società in questione avrebbero conferito ampio mandato ai professionisti della zona”. L’indagine è seguita inizialmente dal pm Giorgio Della Lucia, che passerà poi all’ufficio istruzione e finirà imputato per corruzione in atti giudiziari insieme al finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex datore di lavoro e ex socio di Marcello Dell’Utri. L’inchiesta langue per otto anni. Alla fine del ’91 il gip milanese Anna Cappelli archivierà tutto per decorrenza dei termini.

Torniamo alla Banca Rasini, che tra i suoi clienti non aveva solo quei due, ma anche numerosi altri, direttamente o tramite prestanome. Gaeta, Bono, Enea, Fidanzati, persino conti che riconducevano a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Una banca beccata in simili condizioni avrebbe quantomeno dovuto chiudere i battenti, con messa sotto sequestro. Macché, né la Banca d’Italia, la magistratura, la Guardia di Finanza, il Tesoro o il ministero delle Finanze andarono a fondo, e così nel 1984 arrivano due finanzieri di Zurigo (ancora Svizzera!), Rubino Mensch e Karl G. Burkhardt, come “amministratori”, e la Banca Rasini viene ceduta a Nino Rovelli. Con quali soldi di quest’ultimo non si sa, ma con i giri poco puliti dell’ambiente si può tranquillamente pensare male.

Ma chi è Nino Rovelli? E’, anzi, era, il proprietario della Sir, Società Italiana Resine, arrivata praticamente sull’orlo del fallimento. Nel ’78, nonostante sia stato generosamente assistito dal sistema creditizio, ed abbia goduto di grandi coperture politiche, da Giulio Andreotti a Giacomo Mancini, Rovelli non ha più mezzi finanziari per andare avanti. Per i finanziamenti alla Sir è nell’occhio del ciclone la stessa Banca d’Italia, coinvolta in una inchiesta della magistratura, che finirà nel nulla, che spingerà il governatore Paolo Baffi, nella primavera del ’79, a rassegnare le dimissioni. Il 19 luglio 1979, per salvare i crediti, le banche sottoscrivono una convenzione con Rovelli e assumono il controllo della società: 700 miliardi di debiti vengono trasformati in quote di proprietà in mano agli istituti. A firmare l’intesa sono l’allora presidente dell’Imi Giorgio Cappon e Piero Schlesinger, presidente del costituendo consorzio bancario di salvataggio, che succederà a Cappon al vertice dell’Istituto, rimanendovi però solo sei mesi, fino all’estate dell’80. Nella convenzione si afferma che Rovelli potrà riavere il 10% della Sir se le valutazioni del patrimonio netto del gruppo daranno luogo a plusvalenze.

Nel 1980 viene costituito il Comitato per l’intervento nella Sir, finanziato con circa 500 miliardi dal Tesoro, che rileva il 60% della Sir-Rumianca. Il resto rimane alle banche.. Nel 1982 inizia la battaglia delle carte bollate. La mancata applicazione dell’accordo del 19 luglio ‘79 induce Rovelli a iniziare una vertenza giudiziaria. Malgrado il dissesto della Sir abbia provocato una voragine nei conti, Rovelli dai banchi dell’imputato va a indossare i panni del danneggiato. Nel 1986 il Tribunale Civile di Roma, sezione prima, presidente Filippo Verde, ricordatevi il nome, dà ragione a Rovelli, e nomina tre periti per la valutazione della Sir e per calcolare l’ammontare del risarcimento all’ex azionista del gruppo chimico. Nel 1988 la sentenza viene convalidata in appello. Nel 1989 la Cassazione accoglie il ricorso dell’Imi e annulla la precedente sentenza. La causa torna in Corte d’Appello.

Nel novembre del 1990 la Corte d’Appello, giudici Arnaldo Valente e Vittorio Metta, ribalta la sentenza della Cassazione. Viene intimato all’Iri il risarcimento di 800 miliardi a Rovelli. Un mese più tardi Nino Rovelli muore in Svizzera, dove nel frattempo ha spostato la residenza. L’Imi ricorre nuovamente in Cassazione. Il giudice Metta si dimetterà poi dalla magistratura e diventerà associato delle studio legale di Cesare Previti.

Il 2 gennaio 1992 l’udienza davanti alla prima sezione civile della Suprema corte si conclude con un colpo di scena: scompare la procura speciale conferita dall’Imi al collegio di difesa che lo deve rappresentare in giudizio. Il 30 gennaio l’Imi sporge denuncia contro ignoti per la scomparsa della procura speciale dagli incartamenti depositati in Cassazione. Il giorno seguente i legali dell’Imi sollevano eccezione di incostituzionalità verso l’articolo 369 del codice di procedura civile, in quanto lederebbe il diritto alla difesa. Il 6 novembre la Consulta decide di rimettere il giudizio alla Cassazione, a cui spetta di interpretare le leggi ordinarie. La procura scomparsa riapparirà nel fascicolo, accompagnata da una lettera anonima, il 10 giugno 1993.

Il 14 luglio 1993 la prima sezione civile della Cassazione condanna definitivamente l’Imi a risarcire gli eredi Rovelli. Presidente è Vincenzo Salaria, consiglieri Antonio Ruggiero, Giuseppe Borre, Gian Carlo Bibolini (relatore), Rosario Morelli. Il risarcimento previsto per il 29 ottobre viene effettuato solo all’inizio del ’94. Sono sui 900 miliardi, ma gli eredi Rovelli chiedono all’Iri altri 60 miliardi per il ritardo. Ma il 1° luglio 1993 l’Imi inizia causa di risarcimento contro il consorzio bancario di salvataggio e propone il “ricorso per revocazione contro la sentenza della Corte di Cassazione per errori di fatto”. Il ministero del Tesoro “ha proposto opposizione di terzo contro la sentenza della Corte d’appello”.

A fine maggio ’97 viene arrestato negli Usa Felice Rovelli, figlio del defunto Nino, in esecuzione di una richiesta internazionale basata sull’ordinanza emessa dal Gip milanese Alessandro Rossato. Si contesta il reato di corruzione in concorso con persone da identificare nei confronti degli avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico. L’accusa è che ai tre Nino e Felice Rovelli diedero 70 miliardi affinché, violando i propri doveri, favorissero i corruttori nella causa con l’Imi. In seguito a quanto, tra il 2001 e 2003 la Corte d’appello di Roma condanna gli eredi Rovelli a restituire all’Imi 980 miliardi. Ma il recupero non sarà molto agevole. Nei mesi successivi verranno unificati i processi Imi-Sir e lodo Mondatori, con un protagonista: Cesare Previti. Come si è visto Nino Rovelli era ben addentro alle trame del clan Berlusconi.

Come abbiamo anche già visto, tra marzo 1981 e maggio 1984 le varie Holding ricevono oltre 12 miliardi, tutti rigorosamente di provenienza sconosciuta. Ma intanto Silvio Berlusconi si era ormai lanciato nel business della televisione. Già nel 1980 aveva annunciato di aver investito 40 miliardi nel nuovo affare mediatico. Con l’avvento dall’agosto 1983 dell’amico Bettino Craxi alla presidenza del consiglio, le fortune di Berlusconi lievitano. Prima di continuare, però, due parole su Craxi. Costui aveva fatto dimettere il precedente governo Spadolini (quello che aveva messo fuori legge la P2), per poter andare lui al governo. Ricordiamo molto bene che quando presentò il suo programma, questo era pari pari lo stesso del precedente governo. Al tempo c’era una inflazione pesantissima, a due cifre,. Il governo Spadolini prese delle misure per far scendere l’inflazione, misure che, necessariamente, avevano bisogno di tempo per vedere i risultati. Fu durante il governo Craxi che le misure cominciarono a fare effetto, scendendo poco a poco, ma in misura notevole, a livelli normali. Il curioso, se vogliamo dire così, è che l’effetto arrivò alla sua fine, ricominciando poi lentamente a risalire, proprio verso il termine del governo Craxi. Ma Craxi si prese il merito del calo dell’inflazione, mentre in realtà costui non aveva proprio fatto niente per sostenere quelle misure. Bugiardo al pari del suo amico.

Torniamo a Silvio. Come d’incanto le principali banche italiane fanno la fila per prestare soldi all’amico di Bettino. Dalla Centrale Rischi della Banca d’Italia si vede che fino al 1984 il gruppo Fininvest lavorava con la Popolare di Novara, la Bnl e il Monte dei Paschi di Siena. Dal 1984 al 1987 Berlusconi ottiene decine di miliardi anche da Cariplo, Comit, Banca di Roma e Credito Italiano. Si dirà: ma la Fininvest è ormai un colosso. Però qualcosa non quadra. Efibanca, la banca d’affari del gruppo Bnl, tra il 1982 e il 1993 presta alle società di Berlusconi ben 295 miliardi. Nel rapporto dei funzionari della Banca d’Italia viene assegnata grande rilevanza al primo finanziamento di 10 miliardi concesso nel 1992 alla Cofint. Il giudizio iniziale dell’ufficio fidi dell’Efibanca parla di “situazione consolidata alquanto provata, che al 31 dicembre 1980 evidenzia mezzi propri per circa 16 miliardi contro debiti per 31”. Ma i 10 miliardi vengono puntualmente concessi. Tre anni dopo, in occasione di una modifica delle garanzie offerte al primo finanziamento Cofint, i responsabili dell’ufficio fidi di Efibanca parlano di “struttura patrimoniale indebolita”, e notano che a fronte di debiti certificati da Arthur Andersen nel 1983 pari a 840 miliardi, vi siano “solo notizie di stampa secondo cui il fatturato del gruppo oscillerebbe tra i 1.000 e i 1.200 miliardi, senza nessun riferimento al risultato reddituale conseguito”. Con una simile relazione la bocciatura di nuovi finanziamenti sarebbe più che logica. Invece la Dia troverà in margine al documento “un appunto con sigla non appurata: “relazione non esatta nella sua impostazione””.

Insomma, Berlusconi qualche santo in paradiso dovrebbe averlo in Efibanca. Infatti chi appare tra i consulenti dell’istituto? Proprio lui, Cesare Previti! E la società Sirea, Società italiana revisione aziendale, da chi, tra gli altri, è amministrata? Da Giuseppe Previti, fratello di Cesare e figli entrambi di Umberto. Come si suol dire, tutto torna. Infatti ben presto Efibanca rinuncia persino a chiedere ipoteche per i finanziamenti al gruppo Fininvest, con il collegio sindacale piuttosto silente, quando avrebbe avuto tutti i diritti per intervenire. Ma pure nel collegio sindacale tanto a posto non erano. Uno dei sindaci, per esempio, Antonio Berton, è stato sindaco dal 1984 al 1994 di Bnl holding, mentre nello stesso periodo era anche titolare della Fiduciaria Padana, altro schermo societario utilizzato da Berlusconi per i suoi misteriosi aumenti di capitale. E lo stesso Berton viene pure nominato liquidatore della berlusconiana Cofint. La generosissima Efibanca verrà poi rilevata nel dicembre ‘99 dalla Banca Popolare di Lodi, un altro bello elemento che vedremo presto.

Qualche parola sulla vita privata di Silvio Berlusconi. Costui sarà un grande difensore della cattolicità e della famiglia, ma non si può certo dire che sia un grande esempio. Anzi, sarà l’esempio dell’ipocrisia, ma può consolarsi, visto che si troverà in buona compagnia. Berlusconi sposa nel 1965 la genovese Carla Elvira Dell’Oglio, che gli darà due figli: Maria Elvira, detta Marina, nel ’66, e Piersilvio nel ’69. Nel 1980 conosce l’attrice Veronica Lario, vero nome Miriam Bartolini, mentre questa recita al teatro Manzoni in uno spettacolo dal titolo “Milano senza veli”. Se ne innamora e la nasconde per tre anni in una ala segreta della sede Fininvest di via Rovani a Milano. Poi la donna rimane incinta, e nel 1984, sempre nel segreto più assoluto, partorisce in Svizzera una bambina, Barbara, che Berlusconi riconosce. Padrino di battesimo Bettino Craxi. Nel 1985 Berlusconi divorzia da Carla Dell’Oglio e ufficializza il legame con Veronica Lario (Miriam Bartolini). Questa gli dà altri due figli: Eleonora nel 1986 e Luigi nel 1988. Nel 1990 celebra con rito civile le seconde nozze, officiante il sindaco socialista di Milano Paolo Pillitteri, cognato di Craxi. Testimoni degli sposi Bettino e Anna Craxi, e Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Una piccola nota sulle nascite in terra elvetica. Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ha dato alla luce le figlie Barbara ed Eleonora nella svizzera Arlesheim. E nella svizzera Arlesheim anche Marcello Dell’Utri è diventato due volte padre nel 1981 e nel 1985. Non solo meri interessi affaristici, ma si vede che la Svizzera conviene. In tutti i sensi.

Nel luglio ’88 la Fininvest compra per 769 miliardi il 70% della Standa dalla Iniziativa Meta, controllata Montedison. Ma gli interrogativi sulla regolarità dell’operazione sono molti. Perché il presidente della Montedison, Raoul Gardini, che controllava Iniziativa Meta, aveva deciso di venderela Standa, privando così di uno dei cespiti più importanti di Iniziativa Meta proprio alla vigilia della fusione di questa società con Ferruzzi Finanziaria? Poi si pone un altro interrogativo. Alla vigilia del passaggio del 70% della Standa, la Fininvest conferma che è stata la società di Silvio Berlusconi a rastrellare un pacco del 13% della Standa, ininfluente al fine del controllo, spendendo altri 75 miliardi. Perché Berlusconi spese questa somma? Mistero che si infittisce quando si viene a sapere che quel 13% era stato comperato attraverso un giro di società estere. E mistero che si aggiunge al mistero quando ai 769 miliardi pagati per il 70% della Standa Berlusconi va ad aggiungere 200 miliardi per acquisire una serie di immobili di proprietà della società. Cosa questa che portò Berlusconi e Gardini ad aprire una vertenza, poi risolta con accordo, con Gardini che restituì parte della somma. Infine abbiamo la stranezza del bilancio della Standa. Nei primi sei mesi dell’88 denuncia la perdita di 76,8 miliardi, contro una perdita di 21,6 miliardi del primo semestre dell’87. Ma la Standa aveva chiuso il bilancio 1987 con un utile consolidato di 24 miliardi; come è stato possibile un simile tracollo? I piccoli risparmiatori protestarono, i dubbi circolarono anche in Borsa, ma nessuno ha mai chiarito i misteri dell’operazione Fininvest-Iniziativa Meta.

Il 27 settembre 1988. al Tribunale di Padova, in un processo da lui stesso intentato contro gli autori di un libro in cui si diceva che apparteneva alla P2, Silvio Berlusconi viola l’art. 373 c.p. per falsa testimonianza. La sentenza n. 97 del 22/20/1990, n. 215/89 del Registro Generale della Corte d’Appello di Venezia dice: “Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non rispondano a verità, smentite dalle risultanze della Commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti il giudice istruttore di Milano e mai contestate…Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso con dichiarazioni menzognere…e compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza…Ma il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia”. Sentenza passata in giudicato il 13/2/1991. Sarà stato amnistiati (che fortuna!), ma la condanna per falsa testimonianza c’e!

Tra il 1989 e il 1991 c’è una lunga battaglia fra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per il controllo della Mondatori, la prima casa editrice che controlla quotidiani (La Repubblica, e 13 giornali locali), settimanali (Panorama, Espresso e Epoca) e tutto il settore libri. Grazie a una sentenza del giudice Vittorio Metta, che abbiamo già visto, Berlusconi strappa la Mondatori al suo concorrente. Una successiva mediazione politica porterà alla restituzione a De Benedetti di Repubblica, Espresso e giornali locali. Tutto il resto rimarrà a Berlusconi. Il tribunale di Milano troverà poi comprata la sentenza del giudice Metta grazie alle tangenti dell’avvocato Previti per conto di Silvio Berlusconi.

In un rapporto della polizia cantonale di Bellinzona, e qui siamo di nuovo in Svizzera, datato 13 settembre 1991, “Aggiornamento operazione Atlatida e Mato Grosso”, firmato dal comandante della sezione “Informazioni droga” del Canton Ticino Daniele Corazzino, e dal comandante della polizia di Bellinzona Silvano Sulmeni, a pag. 2 è scritto: “Per quanto riguarda il denaro da ricevere in provenienza dall’Italia (v. nostro rapporto 10/6/91) il medesimo apparterrebbe al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone del codice di chiamata (per il trasferimento del denaro dall’Italia), dovranno unicamente designare una persona di fiducia di tale gruppo. Il nome di Berlusconi non deve impressionare più di quel tanto poiché anni fa, segnatamente ai tempi della Pizza Connection, lo stesso era fortemente indiziato di essere il capolinea dei soldi riciclati. All’epoca si interessava dell’indagine l’allora giudice Di Maggio, che era stato anche in Ticino per conferire con l’ex procuratore pubblico on. Dick Marty”.

Questo rapporto, rivelato dal settimanale “Avvenimenti” il 23 marzo 1994, risulta essere stato inviato anche al comandante della polizia cantonale Mauro Dell’Ambrogio, al Procuratore Pubblico di Lugano Carla Del Ponte e a quello di Bellinzona Jacques Ducry. Il rapporto continua con la testimonianza di un funzionario “coperto” della polizia ticinese infiltratosi nel giro del narcotraffico internazionale: “Attraverso uno stratagemma sono entrato in contatto con il finanziere brasiliano Juan Ripoli Mari, personaggio che in Brasile gode di poderosi appoggi politici, specialmente quando era al potere l’ex presidente Collor, destituito perché coinvolto in uno scandalo legato ad un vasto giro di trafficanti di cocaina e riciclatori…Juan Ripoli Mari dispone di quattro società paravento panamensi dislocate a Lugano, dove tra l’altro è in contatto con un avvocato fiduciario con funzione di amministratore…L’intenzione di Ripoli Mari era quello di riciclare 300 milioni di dollari provenienti dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia, oltre ad altri 100 milioni del gruppo terroristico Eta…A suo dire, il denaro fermo in Italia e da riciclare proveniva dall’impero finanziario di Silvio Berlusconi, attualmente alle prese con grosse difficoltà finanziaria”.

Il 25 settembre, meno di due settimane da questo rapporto, la polizia di Ginevra arresta Winnie Kollbrunner, trovata in possesso di titoli rubati provenienti da una strana rapina ai danni di una filiale romana del Banco di Santo Spirito. La Kollbrunner risulta avere “trattato, per mesi, operazioni di cambio valuta fra banche per tranches di 50 milioni di dollari la settimana. Nel passaggio si fingevano perdite sul cambio intorno al 6%, una parte delle quali (generosamente il 4%) andavano a ingrassare i conti in nero della Dc e del Psi. La Kollbrunner ha trattato anche affari immobiliari e operazioni di cambio, tra gli altri, con Paolo Berlusconi (il fratellino)”. Ma la Kollbrunner è anche una stretta collaboratrice del ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli (a carico del delfino di Craxi la magistratura inoltrerà richiesta di autorizzazione a procedere per ricettazione).

Martelli e Craxi risulteranno essere stati i beneficiari del conto cifrato “Protezione” 633369, aperto presso l’Unione Banche Svizzere di Lugano dal faccendiere Silvano Larini (amico di Silvio Berlusconi, e tramite dell’incontro Berlusconi-Craxi sul finire degli anni sessanta). Nel conto “Protezione” affluì, tra il 1980 e il 1981, una prima tangente di 7 milioni di dollari pagata dal bancarottiere piduista Roberto Calvi con la regia del Venerabile maestro Licio Gelli. L’operazione venne concepita all’interno della Loggia P2 , alla quale Berlusconi era affiliato, ed era a beneficio di Craxi, padrino politico della Fininvest e intimo amico di Belusconi.

Nel novembre 1992, in seguito al fallimento della sua finanziaria svizzera Sasea Holding Sa per un crac da 4,5 miliardi di franchi svizzeri, circa 5 mila miliardi di lire, finisce nel carcere ginevrino di Champ Dollon per bancarotta il faccendiere italiano Florio Fiorini. Fiorini, nel 1980, era stato il direttore finanziario dell’Eni che, con Bettino Craxi e Roberto Calvi, aveva propiziato l’operazione piduista “conto Protezione” mediante un finanziamento dell’Eni per 220 miliardi di lire al Banco Ambrosiano. Ma oltre che con Craxi e la Loggia P2, “Florio Fiorini è sempre andato fiero dei suoi rapporti di amicizia con Silvio Berlusconi. A partire dal 1989, quando si mise in testa di fare affari nel settore dei mass media (Odeon Tv, Pathè cinema, Mgm), Fiorini usò quei rapporti come una specie di biglietto da visita in un mondo che gli era sconosciuto, e che poi gli è risultato fatale. Ai tempi d’oro della sua Sasea, quando Hollywood sembrava a portata di mano, non si contano le interviste in cui Fiorini dava per imminente l’intervento al suo fianco dell’amico Berlusconi. Da parte sua la Fininvest di Berlusconi partecipò, in veste di finanziatore, alla disastrosa scalata alla Mgm tentata da Fiorini in coppia con Giancarlo Parretti”.

“Il Mondo” del 13 giugno 1994 riporta quanto dichiarato da Fiorini in un interrogatorio del 12 ottobre 1993 davanti ai magistrati di Ginevra. “Il prezzo d’acquisto definitivo di Mgm fu di 1.312 milioni di dollari. 862 milioni di dollari furono forniti direttamente dal gruppo Crédit Lyonnais. In particolare Mgm aveva raggiunto un accordo per cedere i diritti di trasmissione dei film della sua biblioteca. Tra gli acquirenti c’era anche Fininvest Spagna. Il Crédit Lyonnais di New York scontò il contratto d’acquisto di Fininvest Spagna per 66 milioni di dollari. Riguardo altri 160 milioni forniti dal Crédit Lyonnais erano in parte garantiti da un impegno della Finivest a comprare azioni Mgm per 50 milioni di dollari”. Un impegno che deve essere caduto nel vuoto in quanto non risulta che la Fininvest abbia mai comprato una partecipazione azionaria della casa cinematografica americana. In un successivo interrogatorio Fiorini ha fatto notare che il Crédit Lyonnais rinunciò a far valere le garanzie fornite da Fininvest. In quelle giornate dell’ottobre 1990, che videro la scalata di Parretti e Fiorini a Mgm, anche la Popolare di Novara, allora guidata da Piero Bongianino,fece la sua parte. Dei 112 milioni di dollari che rappresentavano l’impegno diretto, poi destinato ad aumentare notevolmente, di Sasea Holding nell’operazione, circa 50 milioni di dollari furono forniti dall’istituto piemontese. Un prestito, come confermato da Fiorini ai giudici, che era garantito dalla stessa Fininvest.

Comunque Fiorini non era solo legato a Berlusconi, Craxi, la P2, ma pure al boss mafioso residente a Lugano Michele Amandini, attraverso la finanziaria Blax Corporation di Vaduz, nel paradiso fiscale del Liechtentein. Amandini è risultato, nella maxi inchiesta chiamata Nord Sud, affiliato a una organizzazione mafiosa coinvolta nel traffico d’eroina, e in alcuni sequestri di persona (Il Mondo, 18 aprile 1994). Amandini è stato in affari anche col faccendiere sardo Flavio Carboni, a sua volta in affari con Silvio Berlusconi. Come dire: tutto torna, tutto è collegato. Per quanto riguarda Fiorini, una volta nel carcere ginevrino di Champ Dollon pare passasse il tempo ad inviare alla magistratura periodici memoriali nei quali ricorreva spesso il nome di Silvio Berlusconi.

In un rapporto datato 27 novembre 1992 inviato ai vertici della polizia cantonale ticinese, il già citato funzionario svizzero infiltrato nel narcotraffico internazionale scrive: “Agli inizi del 1991 alcune informazioni confidenziali rivelarono che presso la Banca Migros di Lugano venivano riciclate forti somme di denaro provenienti dall’Italia…L’inchiesta produsse un primo significativo effetto il 13 giugno 1991, a Lugano, quando furono arrestati tali Edu de Toledo e Donizete Ferriera Pena con circa un milione di franchi svizzeri in contanti. Unitamente a Gianmario Massa, cassiere della Banca Migros di Lugano pure arrestato, i due erano intenti nell’operazione di parziale pagamento di una partita di 70 chili di cocaina giunta precedentemente a Rotterdam. La droga, proveniente dal Brasile, era stata ritirata da emissari della criminalità organizzata italiana. Il riciclatore Giuseppe Lottusi faceva capo, per le operazioni di riciclaggio, alla piazza finanziaria svizzero italiana e, in particolare, alla Fimo Sa di Chiasso”.

Della Fimo, e di Lottusi, abbiamo già accennato, ma le cronache giornalistiche del 1994 dicono qualcosa in più riguardo all’acquisto di un calciatore da parte del Milan-Fininvest: “Tutte le inchieste portano a Chiasso. Al numero 89 di via San Gottardo, dove ci sono le sedi di una finanziaria e di una banca che sono al centro di infinite indagini su mafia e tangenti. E dalle quali si scopre che sono passati anche i soldi per il trasferimento di Gianluigi Lentini , l’attaccante granata acquistato dal Milan a suon di miliardi”. A parlare è stato Mauro Borsano, ex parlamentare del Psi, amico di Bettino Craxi, e ex presidente del Torino Calcio, che curò la vendita di Lentini nel marzo 1992, ricostruendo davanti al pm Gherardo Colombo la trattativa e soprattutto i versamenti in nero estero su estero.

Secondo Borsano il primo accordo prevedeva un prezzo ufficiale di 14 miliardi e mezzo più un anticipo di 4 miliardi in nero. Per la gestione degli accrediti Borsano si rivolge alla famiglia Aloisio, che controlla sia la Banca Albis sia la finanziaria Fimo, entrambe di Chiasso, entrando in contatto con Emilio Aloisio, consigliere della Fimo, per poi prendere accordi per il versamento con Adriano Galliani, amministratore del Milan. I primi 4 miliardi vengono depositati sulla Banca Albis nella primavera del ’92. Da lì si provvede a trasferirli alla società Cambio Corso di Torino, sempre degli Aloisio, che consegna il controvalore in titoli di Stato a Borsano. In tutto, per il contratto di Lentini, sulla Banca Albis viene versata una cifra compresa tra i 6 miliardi e gli 8 miliardi e mezzo. I soldi del Milan sono arrivati dalla Banca Ubs di Chiasso, ma Borsano sospetta che non sia quella la sorgente dei fondi neri. Comunque è sorprendente l’aver scelto l’istituto ticinese, che con la Fimo era finita in inchieste varie, compresa quella dell’arresto del Lottusi solo sei mesi prima. L’unica ipotesi potrebbe essere una spudorata sfacciataggine.

“Avvenimenti” del 9 febbraio 1994 ci dice qualcosa di più di quanto abbiamo gia detto sul deus ex machina della Fimo, Tito Tettamanti. “Uomo potentissimo, a capo di una delle più importanti lobbies internazionali facenti capo alla Svizzera, il gruppo Saurer, Tettamanti è al centro di una vasta rete di rapporti d’affari e d’amicizia nel mondo della finanza europea. Socio di Vittorio Ghidella (ex numero due della Fiat, indagato a Bari per truffa ai danni della Cassa del Mezzogiorno), grande amico dell’ex vicepresidente del Banco Ambrosiano Orazio Bagnasco e del faccendiere luganese Marco Gambazzi (coinvolto nelle inchieste sul crac Ambrosiano, e più recentemente gestore del “Conto Cassonetto” del giudice Diego Curtò), legato all’Opus Dei (e al suo boss zurighese Pter Duft, processato a Milano per concorso in ricatto ai danni di Roberto Calvi), alla Banca Karfinco (il cui presidente, Hubert Baselmagel, è stato per anni l’analista economico del gruppo di Tettamanti), a Florio Florini, al deus ex machina degli affari in Medio Oriente Nadhmi S. Auchi (coinvolto nel giro delle tangenti del gruppo Eni, ma anche punto di riferimento al Lussemburgo per l’area di Mauro Giallombardo e Jean Faber). Un socio di Tettamanti, John Rossi, fu incaricato da Larini e da Fiorini di opporsi alla rogatoria italiana sul “Conto Protezione”. Alla fiduciaria di Tettamanti, la Fidinam, e alla banca a lui collegata, la Bsi (Banca della Svizzera Italiana), si rivolse il manager Pino Berfini per smistare la “madre” di tutte le tangenti del caso Enimont. Fidinam e Bsi, inoltre, sono entrate a più riprese nella misteriosa nascita della Merchant Bank di Cagnotti & Partners, anch’essa coinvolta nell’affare Enimont. Ma le due sigle compaiono anche in altre inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti, il caso Kallbrunner, e indirettamente il caso Techint”. Niente male come “amicizie”!

Il 17 febbraio 1992 a Milano, per colpa di una ex moglie incavolata perché l’ex marito non gli pagava gli alimenti, viene arrestato mentre cerca di buttare un po’ di milioni nel water Mario Chiesa, socialista. L’inchiesta della Procura di Milano scoperchia un sistema corruttivo imperante tra classe politica e imprenditoria pubblica e privata. E’ l’inizio di “Tangentopoli” e di “Mani pulite”, ed è la fine del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). L’11 febbraio 1993 Craxi di dimette dalla segreteria del Psi: sul suo capo pendono innumerevoli avvisi di garanzia emessi dalla magistratura, e numerose richieste al Parlamento di autorizzazione a procedere nei suoi confronti. E’ la fine di un quinquennio di potere fondato sulla corruzione, sulla concussione, sulla stessa alterazione delle regole e della dialettica democratiche. Dovrebbe essere la fine, ma non passerà molto tempo che sarà ancora peggio.

Come numerose delle principali realtà industriali e produttive del Paese, anche il gruppo Fininvest è parte di Tangentopoli. L’8 aprile 1993 il vicepresidente della Fininvest Comunicazioni Gianni Letta viene interrogato dal magistrato Antonio Di Pietro, davanti al quale ammette che nel 1988 l’allora segretario del Psdi Antonio Cariglia lo contattò alla vigilia delle elezioni per chiedergli più spazio in tv e un contributo al partito. Letta conferma di aver versato circa 70 milioni al Psdi, anche se dice di non ricordare bene. Comunque il reato di finanziamento illecito ai partiti era stato amnistiato fino al 1989. La stessa amnistia che “pulì”, per modo di dire, Silvio Berlusconi dopo la condanna per falsa testimonianza. A fine maggio del ’93 il gip Italo Gritti rinvia a giudizio Paolo Berlusconi, fratellino di Silvio e formale intestatario della quota di maggioranza del “Giornale” di Montanelli. L’accusa per una mazzetta di 150 milioni versati all’ex segretario regionale della Dc Gianstefano Frigerio, che avrà la bontà di specificare “in contanti e in nero”, per partecipare alla spartizione delle discariche lombarde. Frigerio è un altro che farà carriera nel clan Berlusconi.

Il 18 giugno 1993 viene arrestato Aldo Brancher, un altro del clan, braccio destro di Confalonieri, accusato di aver passato 300 milioni al ministro Francesco De Lorenzo. Costui diventò poi famoso per la gioielleria nel sofà grazie ai suoi intrallazzi nella sanità. Brancher difende Fininvest, affermando che era un rapporto tra lui e il ministro. Ma il segretario di De Lorenzo, Giovanni Marone, smentisce Brancher: i soldi erano stati dati in cambio di un maggior spazio su Fininvest della campagna pubblicitaria contro l’aids. Brancher deve rispondere anche dei finanziamenti illeciti al giornale “Avanti” del Psi, in una altra inchiesta condotta dai giudici di Napoli.

Il 12 luglio ’93 Fedele Confalonieri, presidente della Fininvest Comunicazioni, viene interrogato dal sostituto procuratore Paolo Ielo perché indagato per falso in bilancio per sospetti finanziamenti ai partiti. In mezzo già ci era stata la scoperta del “Piano frequenze”, quello che avrebbe dovuto ridisegnare la mappa del potere televisivo in Italia, con i carabinieri al Ministero delle Poste per farsi consegnare tutta la documentazione relativa. Il 30 maggio 1993 Silvio Berlusconi e Adriano Galliani vengono ascoltati come testimoni dal sostituto procuratore Maria Cordova presso il Tribunale di Roma. Vengono arrestati l’ex direttore generale dei telefoni Giuseppe Parrella e il suo aiutante Cesare Caravaggi, poi Davide Giacalone, uomo del ministro delle Poste Mammì, e l’ex segretario di Parrella, Giuseppe Lo Moro. Per addomesticare, la Fininvest ha pagato tangenti a Dc, Psi e Pri. Nel caso di quest’ultimo partito la tangente veniva ritirata da Giacalone, per gli altri due provvedevano Parrella e Caravaggi.

Quando il contumace, non esule, Bettino Craxi dal suo esilio volontario di Hammameth confermerà al New York Times che anche la Fininvest è stata parte attiva nella cosiddetta “Tangentopoli”, Previti, che non poteva certamente smentire l’autorevolissimo sodale, ma essendo un tipo sottile, preciserà: “Sì, ma quello della Finivest è stato un coinvolgimento minimale, non è stato un coinvolgimento strutturale”. Davvero sottile, ma non male per essere minimale! E sentite cosa avrà modo di dichiarare la parlamentare di Forza Italia Cristina Matranga: “Dicono che Previti è l’avvocato degli affari illegali di Berlusconi? E’ vero…”.

Il 21 maggio 1992 il magistrato palermitano Paolo Borsellino rilascia a un giornalista francese quella che sarà l’ultima intervista. Una intervista che Rainew 24 trasmetterà diverso tempo dopo, senza che succeda niente. Tutto finirà nel dimenticatoio. Nell’intervista Borsellino parla, senza sbilanciarsi troppo, in quanto inchieste sono in corso o possono essere ancora in corso, di Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e, a domanda del giornalista, di Silvio Berlusconi. Proprio alla fine il giornalista chiede: “C’è una inchiesta ancora aperta?”. Borsellino risponde: “So che c’è una inchiesta ancora aperta”. Giornalista, in francese: “Su Mangano e Berlusconi a Palermo?”. Borsellino: “Sì”. Un paio di mesi dopo Paolo Borsellino viene ucciso dalla mafia in un attentato. Dell’inchiesta non si sa più nulla.

Il 20/10/1993 Silvio Berlusconi, in una intervista a Epoca, afferma: “Noi non abbiamo giornali-partito. Noi non teorizziamo né tantomeno pratichiamo l’informazione come strumento di ricatto politico. I nostri sono eccellenti prodotti editoriali, non fabbriche di consenso o, quel che è peggio, di calunnie, di derisione, di disprezzo. Non ho mai usato ne mai userò i miei mezzi di comunicazione per scatenare campagne di aggressione contro un concorrente,ne diffamare chi non è d’accordo con me. Lascio questi metodi ad altri”. Davvero un “uomo” di parola! Dopo l’entrata in politica giornali e tv berlusconiane (le sue, ma non solo, tre reti tv, Il Giornale, Libero, Il Foglio) si trasformeranno in formidabili strumenti di attacco, aggressione e spesso di diffamazione. Memorabile, indimenticabile, come vedremo più avanti, la bufala di “Telekom Serbia”!

Ma questa intervista in effetti annuncia il suo intervento in politica. Smentita in continuazione, fino a quando, agli inizi del 1994, non va ad annunciare la costituzione del partito-azienda di Forza Italia e, dagli schermi della tv il 26 gennaio ’94, la sua “Discesa in campo”. Ufficialmente per “salvare l’Italia, per un nuovo miracolo economico”, ma in effetti, visto che le cose non stanno andando molto bene in tutti i sensi, per salvare le sue aziende e lui stesso dalle inchieste che stanno proliferando, come lo stesso Berlusconi aveva già confermato a Biagi e Montanelli. Ma non possiamo neppure dimenticare quello che dissero i suoi stessi amici più vicini. Giuliano Ferrara a La Stampa il 25/2/94: “Sì, Berlusconi è entrato in politica per impedire che gli portassero via la roba. Tenta di evitare che gli scippino insieme la sua impresa e la sua libertà di imprenditore”. Marcello Dell’Utri il 28/12/94: “Silvio Berlusconi è entrato in politica per difendere le sue aziende”. Ma il migliore è il suo amico d’infanzia Fedele Confalonieri a Repubblica il 25/6/2000: “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel lodo Mondatori!”. Più chiaro di così non poteva essere! Quanto a Forza Italia, in effetti non è nata nel gennaio ’94, ma qualche mese prima. Ma questa è un’altra interessantissima storia che racconteremo a parte.

Sempre nel gennaio 1994 viene estromesso dalla direzione de “Il Giornale” il suo direttore Indro Montanelli. “Il Giornale” era stato gentilmente regalato nel ’92 da Silvio Berlusconi al fratellino Paolo, allo scopo di aggirare la legge Mammì, che vietava la proprietà di network televisivi e giornali quotidiani. Ma, in verità, il vero padrone è sempre stato Silvio che, visto che Montanelli non voleva allineare il quotidiano a sostegno del partito della Fininvest, ha pensato bene di farlo fuori. Il fratellino Paolo si è segnalato solo per questa barzelletta allusiva: “Al mio paese c’è un signore molto vecchio che cade dal decimo piano e non si fa niente. Poi finisce sotto una macchina e non si fa niente. Poi cade in un tombino e non si fa niente. Alla fine abbiamo dovuto abbatterlo”.

Il 23 marzo 1994, a quattro giorni dalle elezioni politiche, nell’ambito di una inchiesta sulla massoneria deviata, il sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Palmi Maria Grazia Omboni dispone l’acquisizione degli elenchi dei candidati di Forza Italia. Alcuni agenti della Digos eseguono l’ordine del magistrato presso la sede romana della Fininvest, suscitando la furente reazione del leader maximo: “E’ una provocazione contro la libertà degli italiani…Queste cose avvengono solo nei Paesi totalitari…La situazione in Italia sta degenerando e trasformando una democrazia in uno Stato giustizialista e poliziesco”. 24 ore dopo il pm Omboni viene convocata al cospetto della prima commissione del Consiglio superiore della magistratura per “giustificare” il proprio operato.

Come scrive il settimanale “L’Europeo”, “Per quattro ore la Omboni ha raccontato dei voti che alcune Logge coperte della massoneria avrebbero dirottato sui candidati di Forza Italia. Ha rivelato l’esistenza di una Loggia coperta che già sta lavorando per garantirsi appalti e commesse per l’Anno Santo del Duemila. Ha accennato a un contributo di 100 milioni versato da Berlusconi all’ex ministro degli Esteri, il socialista Gianni De Michelis. La Omboni sostiene di avere deciso il blitz a Forza Italia dopo aver ricevuto due rapporti della Digos di Cagliari e di Roma. E il primo, datato 23 marzo, proverebbe gli stretti legami tra massoneria e partito di Berlusconi. La Digos di Cagliari”, ha detto la Omboni, “ ci ha comunicato che il potente gruppo massonico che fa capo all’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Armando Corona, appoggia il partito Forza Italia. Lo provano alcune intercettazioni telefoniche. In una, un certo Locatelli rassicura così Corona: “Tutti i fratelli sono coinvolti, un mucchio di loro amici stanno organizzando club di Forza Italia. Il rapporto della Digos riferisce poi di una conversazione tra un medico (rimasto senza nome) e Ketty Corona, figlia dell’ex Gran Maestro. Forza Italia, spiega il medico, incontra qualche difficoltà nella raccolta delle firme per la presentazione della lista a Carbonia. ‘Avvisa tuo padre’, dice il misterioso dottore a Ketty, ‘e digli di chiamare tutti i fratelli della zona, di mobilitarli, di muoverli, altrimenti non ce la facciamo’. La Omboni commenta: “Questi sono i dati dai quali già emergevano buone ragioni per pensare che la massoneria, al di là della sua sbandierata apoliticità, fosse impegnata a sostenere alcune forze politiche di questo o quel candidato, non tanto perché appartenente ad un certo partito, bensì perché massone”. Richiesto da un consigliere del Csm. “Ma perché non ha aspettato le elezioni? Perché tanta fretta?”, la Omboni ribatte: “Per verificare se era in atto una interferenza nella propaganda elettorale, dovevamo capire cosa stava succedendo prima delle elezioni”.

Dopo l’udienza il Csm non adotterà alcun provvedimento disciplinare nei confronti del Pm Omboni, né esprimerà censure verso il suo operato, la cui puntualità troverà una conferma indiretta il successivo 11 maggio, con l’arresto di quattro “fratelli” della massoneria deviata. “Sono: il principe Giovanni Alliata di Montereale, 73 anni, già coinvolto nel golpe Borghese, Sovrano dell’associazione segreta Obbedienza; Il colonnello Benedetto Miseria, Gran Maestro dell’Obbedienza di Alliata; Cosmo Sallustio Salvemini, massone di una loggia coperta e fondatore del Movimento Salvemini intitolato al grande storico Gaetano, di cui è nipote; e Alfredo Rasoli, segretario del Movimento Salvemini. L’accusa: il principe Alliata aveva promesso al gruppo Solidarietà la lista anti Rutelli del colonnello Pappalardo, e in particolare, ai candidati Salvemini e Rasoli, un finanziamento di 500 milioni e 2.500 voti a patto della loro affiliazione alla sua Loggia segreta. Le prove: 45 intercettazioni telefoniche fatte tra il giugno 93 e l’aprile di quest’anno. Emergono in maniera inequivocabile le finalità illecite che la Loggia persegue come centro di affari attraverso non ben definibili collegamenti con il Vaticano, con la famigerata Banda della Magliana, con l’Fbi e i servizi segreti americani…Risulta che Alfredo Rasoli, vero braccio destro di Salvemini, ai è presentato alle recenti consultazioni politiche in qualità di presidente di un club di Forza Italia, mentre Antonio Pappalardo, già candidato per la lista Solidarietà democratica facente capo al Salvemini, parteciperà come testimonial a un incontro elettorale organizzato dal club di Forza Italia”. I giudici scrivono anche:che: “tale Gustavo Selva (affiliato P2), già appartenente al Movimento Salvemini, ha avanzato la sua candidatura nelle liste di Forza Italia, su sollecitazione dello stesso Salvemini che a tale scopo aveva convocato una riunione”.

Il 27-28 marzo 1994 Silvio Berlusconi, alla guida di una coalizione di centrodestra denominata umoristicamente “Polo delle libertà”, vince le elezioni politiche e diventa presidente del consiglio. Nel governo del piduista Berlusconi, tessera 1816, trova posto quale ministro dei Trasporti l’ex democristiano e neofascista Publio Fiori, tessera 1878. Alla presidenza della Commissione Affari costituzionali della Camera Gustavo Selva, tessera 1814. Selva ha la particolarità di essersi affiliato alla P2 il 26 gennaio 1978, lo stesso giorno dell’affiliazione del “fratello” Silvio Berlusconi.

Il fatto che Berlusconi sia entrato in politica per pararsi le spalle non esclude per niente che le indagini della magistratura continuino, sempre per fatti precedenti, e non, come dirà lui, perché era diventato presidente del consiglio. E’ il fratellino Paolo e finire sotto i riflettori. Già nel novembre ’99 la Procura di Roma si era interessata a Paolo Berlusconi per via di strane compravendite nella nuova cittadella di Milano 3, dove diversi edifici sono stati comprati dall’Inadel e dall’Inail, con l’immancabile giro di tangenti. Il 30 marzo 1994 entra in azione anche la Procura di Brescia, dove “Paolo Berlusconi è stato interrogato dal sostituto procuratore di Brescia Guglielmo Ascione, e ha scoperto di essere sotto inchiesta per corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Al centro di tutto c’è un business immobiliare da 20 miliardi, concluso il 17 luglio 1991 dal gruppo Fininvest con l’Inadel, l’Istituto di assistenza dei dipendenti degli enti locali. Un affare denunciato alla Procura della Repubblica di Brescia dai consiglieri del Pds di Desenzano. Lì, infatti, si trova un grande centro commerciale acquistato nel 1989 dalla Standa e dai Cantieri riuniti per circa 11 miliardi, e rivenduto all’ente pubblico, meno di due anni dopo, a quasi il doppio.

Nell’aprile ’94 anche la Procura di Milano, dopo averlo arrestato, dispone il rinvio a giudizio di Paolo Berlusconi per corruzione: secondo l’accusa “avrebbe versato tangenti del 5% all’ex funzionario Cariplo Giuseppe Clerici, a sua volta inquisito, per sboccare la vendita di tre palazzi di Milano 3 al fondo pensioni della Banca. Un affare da 22 miliardi, con mazzette per 1.227 milioni, 60 dei quali pagati in nero attraverso fatture false”.

Nel maggio 1994 la Procura di Milano muove una nuova accusa di corruzione aggravata a carico di Paolo Berlusconi per una tangente di 800 milioni pagata agli amministratori del Comune di Pioltello, nei pressi di Milano, nel 1988, e grazie alla quale la Edilnord aveva ottenuto l’edificabilità di alcuni terreni agricoli di sua proprietà. Nel luglio ’94 il fratellino del presidente del consiglio viene di nuovo arrestato con l’accusa di aver ripetutamente corrotto la Guardia di Finanza: centinaia di milioni di mazzette per eludere e addomesticare i controlli dei finanzieri presso tre società del gruppo Fininvest (Mondatori, Videotime e Mediolanum). Paolo Berlusconi ammette le bustarelle (già confessate dai militari corrotti), ma parla ai magistrati di “imposizioni” dei finanzieri, dichiarandosi vittima di “altrui pretese concessive”. Le dichiarazioni di Paolo Berlusconi verranno definite dai magistrati “molto poco convincenti”. E siccome non sono convincenti, Paolino si prende tutta la colpa: “…Solo io potevo gestire quei fondi neri, e nessun dirigente delle varie società ne era a conoscenza…Ero io che autonomamente ho deciso di costituire questo fondo nero”.

In una intervista pubblicata dal quotidiano inglese “Herald Tribune”, Silvio Berlusconi, presidente del consiglio in carica, difende il fratellino. Ammette, bontà sua, le bustarelle Fininvest pagate alla Guardia di Finanza per addomesticare i controlli fiscali ma, a suo dire, si sarebbe trattato di somme “estorte” al fratello Paolo dai voraci finanzieri. Comunque erano somme “ridicolmente piccole”, e lui, Silvio, non ha mai saputo assolutamente nulla delle bustarelle da centinaia di milioni, pagate ai finanzieri talmente in segreto da essere versate a sua insaputa, e senza che mai lui venisse informato!

Non c’è proprio da stupirsi, pare che in Fininvest esista una regola molto ferrea: “Pur di salvare Silvio Berlusconi, tutti i gregari sono tenuti al sacrificio di sé; e dunque, se proprio non possono negare la mazzetta, devono caricare su di sé l’intero peso delle responsabilità del misfatto…Ogni volta che salta fuori una tangente Fininvest, Silvio Berlusconi si affretta a precisare che non ne sapeva niente…Emblema di questa strana vocazione aziendale al martirio in nome del capo, nonché figura sommamente patetica dell’universo berlusconiano, è il giovane Paolo che viene mandato allo sbaraglio. Nonostante che le società coinvolte nei giri di mazzette fossero tutte, all’epoca dei fatti, di proprietà di Silvio”.

Nella formazione del suo governo, intanto, a Silvio Berlusconi viene il ghiribizzo di nominare a ministro dell’Interno nientemeno che l’avvocato, il suo, Cesare Previti. La cosa, come in subordine la nomina a ministro di Grazie e Giustizia, provoca il veto dal Presidente della Repubblica Scalfaro. Il neo senatore Previti dovrà “accontentarsi” della poltrona di ministro della Difesa, dalla quale può comunque controllare il Servizio segreto militare, l’Arma dei Carabinieri e le pingui commesse di armamenti. Arrivato ormai sotto le luci dei riflettori, Previti trova il modo di dichiarare: “Sì. Ero protutore della marchesa Casati. Lei aveva deciso di vendere la villa di Arcore a delle persone che a me non piacevano. Così ho detto a Silvio di non lasciarsi scappare questa casa, che era molto bella e stava meglio in mano sua che in mano altrui”.

Nel mentre una anziana signora romana, Giovanna Ralli, denuncia di essere vittima di una disinvolta operazione che ha per protagonista Clelia Previti, sorella di Cesare e figlia di Umberto, attraverso una strana società previtiana, e per oggetto un immobile della Ralli situato sulle scogliere dell’Argentario, a Punta Maddalena, una splendida torre spagnola, per il cui acquisto Clelia Previti ha rilasciato alla Ralli 700 milioni di cambiali parte delle quali finite in protesto. La Ralli si rivolge al neoministro Previti, e l’avvocato Romano Vaccarella, per suo conto, le risponde. “Le debbo, purtroppo, comunicare che pur immedesimandosi nel Suo problema, l’avv. Previti non è in grado di compiere alcun intervento sulla sorella Clelia…Pur manifestandoLe mio tramite la Sua comprensione, nulla può egli fare di concreto neanche per approfondire i termini della questione da Lei sottopostagli”. Per limitarci solo a un “piccolo” fatto, il tempo Previti lo aveva trovato con la marchesina Casati Stampa. Ma lì c’era da guadagnare!

Ma le cronache giornalistiche registrano pure il coinvolgimento di Giuseppe Previti, altro fratello di Cesare e figlio di Umberto, nello scandalo massonico affaristico della Cassa Di Risparmio di Firenze. “Oltre 100 miliardi di fidi non iscritti a bilancio e ormai inesigibili, affidamenti erogati senza garanzie a imprenditori di dubbia solidità. Comune denominatore del comitato d’affari che dettava legge nella Carifi è l’appartenenza alla Massoneria. Coinvolto nella vicenda anche Giuseppe Previti, fratello maggiore di Cesare, ministro della Difesa”. Giuseppe Previti risulta indagato dalla Procura della Repubblica di Firenze per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla appropriazione indebita. Però, che famiglia!

Il 21 giugno 1994 la magistratura milanese dispone l’arresto del faccendiere romano Giancarlo Rossi. Rossi è l’intestatario occulto del conto corrente cifrato FF 2927, presso la Trade Development Bank di Ginevra, sul quale sono transitati 2 milioni e 200 mila dollari della maxi tangente Enimont destinati alla Dc. Ma i magistrati hanno scoperto anche altro sull’oscuro faccendiere: “Sei banche sparse fra New York e Lugano. Due società offshore domiciliate a Panama. Altrettanti conti cifrati su cui è passato un migliaio di miliardi. E tre magistrature che indagano: quella di Ginevra per riciclaggio, quella di Roma per concorso in corruzione e quella di Milano per violazione della legge sul finanziamento dei partiti. La storia del signor Giancarlo Rossi, professione agente di cambio finito a San Vittore, non è proprio una bella storia. Una storia dove compaiono vecchie conoscenze di Tangentopoli, come il finanziere Sergio Cusani e l’ex responsabile delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi, Luigi Bisignani, già affiliato alla P2, E come Francesco Pacini Battaglia, quello della Karfinco di Ginevra, da cui transitavano le mazzette pagate a Psi e Dc dall’Eni. Ma una storia dove forse c’è anche qualcosa di diverso perché, quando il Rossi viene arrestato, nella valigetta il magistrato Antonio Di Pietro trova delle carte che non si aspettava. Spunta infatti uno strano fascicolo di appunti “riguardanti il Sismi (il servizio segreto militare) e l’Organizzazione centrale della Difesa”. Questo la giustificazione di Giancarlo Rossi: “Al riguardo dichiaro che io ho ottimi rapporti con l’attuale ministro della Difesa Previti. Mi sono documentato sull’organigramma della Difesa per parlarne con Cesare Previti, per scambiare con lui opinioni e dare le mie valutazioni”. Certo che come spiegazione è piuttosto singolare. Come se fosse normale che un tizio vada in giro con documenti sul Sismi e sulla Difesa. Infatti, ecco quello che si dice.

“L’arresto dell’agente di cambio romano Giancarlo Rossi…sta creando più di un imbarazzo al governo Berlusconi. E’ stato lo stesso operatore di Borsa a rivelare i suoi rapporti con Cesare Previti, ministro della Difesa…al sostituto procuratore Antonio Di Pietro. Previti ha replicato dicendo di avere visto Rossi occasionalmente e di non aver mai fatto affari con lui. La realtà è un po’ più complicata. Stefano Previti, figlio del ministro, avvocato come il padre, ha lavorato per il recupero crediti della Fincom, controllata fino al 1989 dalla famiglia Lefebvre d’Ovidio, e dallo stesso Rossi attraverso una quota minoritaria intestata alla sorella Stefania. C’è di più. In occasione delle ultime elezioni politiche Rossi ha svolto, durante la campagna elettorale. attività a favore di due candidati. Uno è il suo ex socio e agente di cambio Fabrizio Sacerdoti, già segretario della Dc romana quando Vittorio Sbardella ne era il leader incontrastato. Sacerdoti è stato eletto deputato nella lista “Forza Italia”. L’altro candidato di Rossi era proprio Previti. Lo studio legale dell’attuale ministro della Difesa era uno dei recapiti ufficiali di Rossi a Roma…Le relazioni Rossi/Previti, per quanto inquadrate in un rapporto fra professionisti, non sembrano proprio occasionali. E’ stato Rossi, per esempio, a presentare Previti a Fabrizio Cerina, titolare del gruppo bancario/finanziario in liquidazione Attel. E alla luce di alcune circostanze, non sono casuali i rapporti fra società di Rossi e società appartenenti al gruppo Fininvest. Nel dicembre 1993 la Cofiniab di Rossi ha comprato per 3,3 miliardi di lire un immobile dalla Edilnord di Paolo Berlusconi”.

Nel settembre 1994 la cupola berlusconiana decide di dotare il partito-azienda “Forza Italia” di un segretario politico. Candidato naturale sarebbe il suo creatore, Marcello Dell’Utri. Ma costui è un pochino bruciato per via di inchieste in cui è coinvolto e per via di certe frequentazioni mafiose. Allora il segretario non può essere che l’altra entità della Fininvest, l’avvocato e ministro Cesare Previti. Eletto con due soli voti: quello di Berlusconi e quello di Dell’Utri. Previti era il terzo uomo. Democrazia avanzata.

Dopo che il 21 novembre ’94 viene coinvolto nelle indagini sulle tangenti alla Guardia di Finanza, il 22 dicembre successivo Berlusconi e il suo governo è costretto a dimettersi per via di una mozione di sfiducia della Lega Nord, che non condivide più la sua politica sociale e preme per la risoluzione del conflitti di interessi. Bisogna dire che all’epoca i leghisti avevano ancora un’etica. Nei quasi nove mesi di governo, un parto in piena regola, Berlusconi con i suoi sodali non lascia certamente tracce memorabili. Aveva appena cominciato a farsi gli affari propri. Infatti il suo ministro del Tesoro, il commercialista Tremonti, aveva fatto passare una legge che prevedeva la detassazione degli utili reinvestiti, e la Fininvest aveva subito approfittato chiedendo al governo se l’acquisto di film potesse essere considerato investimento detassabile, in modo da poter risparmiare circa 250 miliardi. Cosa pensate che abbia risposto il governo Berlusconi alla Finivest di Berlusconi? Pensate, la Fininvest aveva nel 1993 debiti ammontanti alla “piccolissima” cifra di 4.500.000.000.000 di lire. Qualcuno doveva pur dargli una manina, no?

Ma nel suo periodo è riuscito a ribaltare la politica estera dell’Italia nei Balcani. Quanto prima era pericolosamente sbilanciata verso Zagabria, con lui si sbilancia altrettanto pericolosamente verso Belgrado. Una scelta decisamente spregiudicata, proprio negli anni in cui le truppe regolari e irregolari di Milosevic massacravano migliaia di musulmani. Praticamente si era in flagranza di reato. Malgrado l’embargo, le relazioni italo-jugoslave erano amichevoli, tanto che una delegazione serba andò a Torino, e il ministro degli Esteri Antonio Martino era il benvenuto a Belgrado, dove la stampa governativa gli attribuisce frasi impegnative: “Il commercio cancellerà le tracce della guerra”. Per il governo Berlusconi Milosevic non è il problema, ma la soluzione. Si trattava, come dice Martino, di aiutarlo “ad uscire dall’isolamento. Corre rischi ad opera dei falchi del suo Paese. Senza la cooperazione internazionale sarebbe in pericolo”. Dobbiamo dire già fin d’ora che Antonio Martino ha due particolarità: la prima riguarda la sua mancata affiliazione alla P2. La domanda firmata era tra le carte sequestrate a Gelli, che non aveva fatto in tempo a regolarizzarlo. La seconda particolarità è quella di detenere il Guinnes dei primati per le previsioni sbagliate.

In quel clima molto collaborativo, la Telecom italiana manda i suoi esploratori in Serbia per sondare il terreno. Tre anni dopo, nel 1997, la vicenda si conclude con l’acquisto della Telecom-Srbija, che chiameremo come è stata poi chiamata, ovvero Telekom-Serbia. In quel periodo Milosevic non era più il tanghero che incontrava Martino ma, avendo firmato la Pace di Dayton, figurava come un pacificatore per la diplomazia europea. Era un po’ come scambiare Nerone per un pompiere, ma la diplomazia, sappiamo, non è sempre perfetta. Di conseguenza, nella logica di una strategia regionale, l’entrare in Serbia aveva per Telecom una sua razionalità. Peccato solo il fiume di denaro entrato nelle casse serbe proprio quando Milosevic era alla vigilia delle elezioni e non era proprio in gran forma. Nessuno, però, fece rilevare questo fatto. Nessuno, salvo Repubblica, che scrisse un articolo molto critico su quel flusso di denaro. E lo stesso quotidiano scrisse un altro articolo in merito tre anni dopo, all’indomani della caduta di Milosevic. Reazioni? Niente anche allora! Questi episodi sono stati ricordati in quanto utili a comprendere quanto succederà qualche anno più avanti.

Nel 1996 Berlusconi, nel frattempo indagato anche per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscale e, soprattutto, corruzione giudiziaria in compagnia del fedele avvocato Cesare Previti, si ricandida alle elezioni politiche. Ma stavolta non gli va per niente bene, perché viene sconfitto dal candidato del centrosinistra, dell’Ulivo, Romano Prodi. Insieme ai vari guai giudiziari deve beccarsi anche la violenta ostilità della Lega di Bossi, che aveva già da un po’ cominciato a sparare da tutte le posizioni contro l’ex capoccia.

Il 6 maggio 1997 Mario Borghezio, leghista nazista (non è una invenzione, è vero), rivolge queste domande ai comandanti della Gdf chiamati a informare la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia: “…Vorrei sapere, da un punto di vista quasi storico, se è stata acquisita o se riteniate di dover acquisire la documentazione relativa all’archivio della Banca Rasini, inglobata dalla Banca Popolare di Lodi, una banca storica che viene citata da Sindona come banca propriamente mafiosa, mi pare una citazione autorevole, in particolare sul presidente e sul vicepresidente Giuseppe e Dario Azzaretto, finanzieri originari di Misilmeri, in provincia di Palermo, in quanto, oltre alla citazione che ho fatto, l’inchiesta San Valentino nel 1984 evidenziò che moltissimi boss erano correntisti di quella banca che quindi era considerata una vera e propria cassaforte della mafia”. La prosa non è granché, ma da Borghezio non pretendiamo molto, ma la richiesta è molto chiara. Infatti, come abbiamo già scritto, trovato che quella banca teneva i depositi della mafia, perché non si è indagato oltre? Perché la banca ha comunque continuato la sua attività fino a quando non è stata incorporata nella Banca Popolare di Lodi?

Su la Padania del 26 aprile 1998, Max Parisi riporta nel suo articolo dove parla della “Decima puntata della nostra inchiesta sull’Imi-Sir – Novità sulla Banca Rasini”, una lettera inviata da una signora, la baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, la quale così scrive: “Ho letto il suo servizio comparso domenica sulla Padania, e ho notato che le mancano, Parisi, alcune fondamentali informazioni che spiegano molte cose. Sono stata correntista della Banca Rasini dal 1980 al 1989. Ero titolare di due conti correnti, nonché di un fido di oltre 100 milioni circa il quale non mi erano mai state chieste garanzie di sorta perché venni presentata all’allora presidente e direttore generale dottor Dario Azzaretto da amici del vero proprietario del pacchetto azionario di maggioranza della banca. Formalmente era intestato alla famiglia Azzaretto, ma nella realtà era controllata da Giulio Andreotti. Il commendator Giuseppe Azzaretto, padre di Dario, era all’epoca uomo di fiducia di Andreotti. Il punto saliente, ai fini della sua inchiesta giornalistica, che non è stato evidenziato è che quando la mafia siciliana si impossessa della Banca Rasini, la banca è già di Andreotti. Lasciai la Banca Rasini quando la lasciarono gli Azzaletto, cui subentrò, mi fu detto, una società svizzera”.

Prendiamo con cautela tale lettera, che Max Parisi ha invece preso molto sul serio. Non tanto per il fatto che c’è di mezzo Andreotti, in fin dei conti è pacifico che Azzaletto fosse un suo uomo.. Ma la Cordopatri dice di Azzaletto che è presidente, e qui ci siamo, e direttore generale. Abbiamo visto che fino al giorno di San Valentino il direttore era Vecchione, mantenuto in servizio, tra l’altro, fino all’87, nonostante fosse finito dentro. Nell’84 arrivarono due amministratori svizzeri e la banca fini a Nino Rovelli. Piuttosto che Giuseppe, era logico che dopo riprendesse a fare il direttore generale Dario Azzaretto, che lo aveva già pur fatto per un paio di mesi.

Max Parisi è molto prolifico nelle sue inchieste quasi settimanali contro Silvio Berlusconi.. Su la Padania del 19 agosto 1998, poi, rivolge dieci domande sotto il titolo: “Berlusconi sei un mafioso?”. Non avrà mai risposta. D’altronde “qualità” di Silvio Berlusconi è sempre stata quella di evitare risposte a domande scomode. E con Parisi c’è pure Umberto Bossi che, come abbiamo appena accennato poco sopra, rilascia dichiarazioni su dichiarazioni sempre contro Berlusconi, definito “il mafioso di Arcore”. Di Bossi vogliamo ricordare questa dichiarazione del 1995: “Non stringeremo mai più accordi né con il mafioso Berlusconi, uomo di Craxi e della P2, né con il fascista forcaiolo Fini. La Lega correrà da sola per l’autodeterminazione dei popoli del Nord”. Dopo una simile dichiarazione potremmo dire che per fortuna in Italia ci sono persone “coerenti” come Bossi.

Ed è una calda giornata di agosto del 1998 quando la quiete della Banca Popolare di Lodi viene turbata da una visita inattesa. Un gruppo di uomini della Dia venuti da Palermo chiedono di vedere gli archivi della Banca Rasini (non è mai troppo tardi, diceva il maestro Manzi). Cercano su incarico del pool antimafia, nell’ambito dell’inchiesta a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (inchiesta poi archiviata per Berlusconi, ma proseguita fino alla condanna per Dell’Utri) per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro della mafia, i conti correnti di Silvio Berlusconi e tutta la documentazione relativa alle 25 “Holding Italiana” che custodiscono il capitale della Fininvest. I pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo hanno spedito la Dia a Milano per ricostruire i finanziamenti alle Holding Italiana a cavallo tra gli anni 70 e 80, quando il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex amico e poi accusatore di Dell’Utri, fa risalire i presunti investimenti miliardari del capo della mafia Stefano Bontade nell’avventura televisiva di Berlusconi.

Alla richiesta di vedere le carte della Rasini l’ufficio legale della Popolare di Lodi cade, o finge di cadere, dalle nuvole: “Della Rasini e dei conti Fininvest non ci risulta nulla”. A quel punto il consulente della Procura Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo, tira fuori un estratto conto dimostrante l’esistenza di alcuni conti correnti intestati a Berlusconi o riferibili alla Fininvest presso la Rasini. A qualcuno dei banchieri lodigiani finalmente torna un pochino di memoria: “Ci deve essere un archivista in pensione che sa qualcosa”. Trovato l’archivista, visita con agenti e consulente all’ultimo piano della banca, dove si trovano gli archivi della Rasini, che sono sotto voci alquanto fantasiose, come ad esempio, parrucchiere, estetista e simili. E qui salta fuori almeno una parte di quello che gli inquirenti cercavano: la documentazione delle Holding Italiana. Si scopre che le Holding non sono 25, ma 38. Si scopre anche un patrimonio parallelo di Berlusconi: 105 libretti al portatore accesi presso il Monte dei Paschi di Siena, la Banca Popolare di Abbiategrasso, la Comit e la solita Rasini. Tra l’88 e il ’95 i libretti, materialmente in possesso di Giuseppino Scabini (che amministra il patrimonio personale di Berlusconi), registrano movimentazioni per 130 miliardi in entrata e 126 in uscita. Poi entrano in vigore le norme anti-riciclaggio, e il “nero” verrà trasferito in Svizzera (come sempre). Comunque sapete a cosa servivano i 105 libretti miliardari al portatore? Alle spese spicciole di Silvio Berlusconi, quali pane, frutta, ortaggi…! Almeno cosi ha detto lui stesso.

Purtroppo gli archivi sono ampiamente incompleti, con la conseguenza che la Dia e il consulente Giuffrida dovranno arrendersi di fronte alla anomalia di vari finanziamenti, non riuscendo a ricostruire la provenienza di almeno 113 miliardi di lire negli anni 70, una quarantina dei quali addirittura in contanti. Colpa, diranno i pm al processo Dell’Utri, della condotta poco collaborativi della Bpl. Ma non solo di questa banca, ma anche dell’altra banca con cui la prima Fininvest condusse gran parte delle sue operazioni: la Bnl, tramite le fiduciarie Saf e Servizio Italia e la sua banca d’affari a medio termine, la Efibanca, quella che abbiamo già visto. La teste “Alfa”, Stefania Ariosto, racconta che Cesare Previti le parlò di “fondi illimitati” a disposizione di Berlusconi presso Efibanca per corrompere i giudici romani. E l’Efibanca finisce nel 1999, guarda un po’, pure lei nella Banca Popolare di Lodi del rag. Gian Piero Fiorani.

Ma chi è Gian Piero Fiorani? Fiorani entra nella Bpl nel 1978 con un semplice diploma di ragioneria, per laurearsi solo nel 1990 in Scienze Politiche. Inizia la sua arrampicata gestendo due affari molto delicati: uno è la ristrutturazione del gruppo bancario in Sicilia, inglobando ben cinque banche sicule e facendo così della Lodi la seconda banca dell’isola; l’altro è appunto l’ingresso nella Rasini, prima con una partecipazione di controllo, poi con la fusione, inglobandone patrimonio, clientela e archivi. Quegli archivi. Ma nel 1998 aveva inglobato pure la Bipielle Suisse che, però, prima si chiamava Adamas, prima di chiamarsi a sua volta Albis, di cui l’azionista di maggioranza era la Fimo, ve la ricordate?, considerata la sentina della finanza criminale italiana, utilizzata da tangentisti e narcotrafficanti, poi diventata Conscor. E’ proprio vero che tutto, gira e rigira, torna. Il rag. Gian Piero Fiorani qualche attinenza ha con il cav. Silvio Berlusconi, tanto per cambiare. Ma di Fiorani parleremo più avanti.

Nel 2000 la Lega di Umberto Bossi, dopo anni di insulti e rivelazioni da parte di Max Parisi su la “Padania”, improvvisamente si riavvicina a Berlusconi, complice qualche miliardo sganciato dal cavaliere con tanto di contratto davanti ad un notaio per sanare le ristrettezze della Lega. Così arriviamo al 15 maggio 2001, quando il cosiddetto “Polo delle Libertà”, al quale bisognerebbe aggiungere “Proprie”, vince le elezione politiche. Prima Berlusconi aveva presentato al cosiddetto salotto di Porta a porta del “notaio” Bruno Vespa l’altrettanto cosiddetto “Contratto con gli italiani”, firmato da lui solo davanti all’ossequioso Vespa. Peccato che i cinque punti non verranno per niente rispettati, ma per il cav. Silvio Berlusconi anche lo zero è 10, per cui…

Sulle elezioni sono da segnalare tre punti. Il primo è che, per effetto del sistema maggioritario, pur essendo l’Italia praticamente divisa a metà, il polo ottiene la più grande maggioranza che si sia mai vista nel Parlamento italiano, sia alla Camera che al Senato. Il secondo è il risultato delle elezioni in Sicilia: 61 seggi a zero per il polo! Se c’era bisogno di qualche dimostrazione su chi la mafia appoggia, eccola! Il terzo vede uno già visto in precedenza, Gianstefano Frigerio, condannato definitivamente ad oltre 6 anni che, anziché in Parlamento, viene dirottato a San Vittore. Ma niente paura, un magistrato di buon cuore, anziché in galera, lo destina a lavori socialmente utili. E quale è il lavoro socialmente utile? Il Parlamento dove è stato eletto! Così la legislatura avrà un tizio a cui sono stati negati i diritti civili, non potrà votare né per le politiche, né per le amministrative, né per le comunali, ma le leggi del suo governo si! Però non si può certo dire che il tizio non sia in buona compagnia. Infatti sono presenti nella nuova maggioranza più di un centinaio di personaggi con qualche problema a vario titolo con la giustizia, per lo più nel partito-azienda di Forza Italia. Ma è anche da ricordare lo strepitoso numero di avvocati, in maggioranza lì a difesa di Silvio Berlusconi.

Il 19, 20, 21 e 22 luglio 2001 sono le giornate del G8 a Genova. Un fascicolo riservato di 36 pagine compilato dalla Questura di Genova nei primi giorni di luglio, sotto il titolo “Informazioni sul fronte della protesta anti-G8”, e reso pubblico dal quotidiano genovese “il Secolo XIX” qualche giorno dopo il G8, comprendeva una analisi dei vari gruppi che dovevano partecipare alle manifestazioni. Individuati come intenzionati a provocare incidenti e disordini sia gruppi vicini alle diverse realtà dei centri sociali italiani (definiti Blocco Blu e Blocco Giallo), e ai movimenti anarchici (definiti Blocco Nero), sia gruppi legati alle organizzazioni di destra. Queste ultime avrebbero potuto infiltrarsi tra i gruppi delle tute bianche, confondendosi con i manifestanti anti-G8, per provocare incidenti colpendo i rappresentanti delle forze dell’ordine, scopo screditare l’area antagonista di sinistra contro il G8. Il fascicolo elencava anche alcune delle possibili azioni dei manifestanti, tra cui: lancio di “frutta con all’interno lamette di rasoio”, o di “letame e pesce marcio” tramite catapulte, “blocchi stradali e ferroviari”, lancio di “migliaia di palloncini con sangue umano”, uso di “fionde tipo “falcon” per lanciare a distanza biglie di vetro e bulloni allo scopo di perforare gli scudi di protezione e i parabrezza dei mezzi in uso alle forze dell’ordine limitandone la capacità di movimento”, lancio di copertoni in fiamme, rapimento di esponenti delle forze dell’ordine e uso di auto con targhe dei Carabinieri falsificate per avere accesso i varchi della zona rossa. Alquanto anomalo il riferimento nel dossier alle strategie non violente. Messa in guardia le forze dell’ordine da una serie di iniziative non violente e del tutte legittime, come il “costituire gruppi con conoscenze giuridiche per affrontare tutte le problematiche relative ad eventuali problemi giudiziari e legali con le Forze dell’ordine, munirsi di computer portatili e radio ricetrasmittenti nonché di telecamere per trasmettere in tempo reale nel circuito Internet le immagini della protesta, o affittare, anche per poche ore, un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale”. Per quanto la presenza di gruppi di destra, il Viminale dichiarerà, in risposta ad articoli di stampa, che durante il G8 le forze di Polizia di Genova non avevano rilevato “la presenza di provocatori o estremisti di destra, né nel corso delle manifestazioni, né tra gli arrestati coinvolti nei disordini”. Però, alla fine, non sarà individuato nessun appartenente a questi gruppi, né di sinistra, né anarchici, né di destra.

Le misure di sicurezza prevedono una zona gialla, ad accesso limitato, ed una zona rossa assolutamente riservata, definita da qualcuno “Fortezza Genova”, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi. Poste sotto controllo strade e autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l’Aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove vengono installate batterie di missili terra-aria, per via delle segnalazioni dei servizi segreti del rischio di attentati via aerea. Sigillati anche i tombini delle fognature nelle adiacenza della zona rossa, oltre ad apparecchiature in grado di disabilitare temporaneamente i telefoni cellulari. Nota particolare che riguarda il presidente del consiglio Silvio Berlusconi il quale, dobbiamo dirlo, aveva ricevuto in dono il G8 di Genova dal predente governo di centrosinistra, anche se poi ci ha messo molto, troppo, del suo. Per far vedere agli ospiti le bellezze di Genova, proibisce le lenzuola appese nei vicoli, che sarebbero state la normalità, e si supera con gli alberi di limoni. Non essendo la stagione, riempie gli alberi spogli di limoni di plastica, quasi fosse un albero di Natale. Megalomania berlusconiana. Ma fosse solo questo…

Giovedì 19 luglio si svolge una pacifica manifestazione di rivendicazione dei diritti degli extracomunitari e dei migranti, a cui partecipano moltissimi gruppi stranieri, cittadini genovesi, rappresentanti della Rete Lilliput e un piccolo gruppo di anarchici in coda al corteo. Corteo stimato in circa 50.000 persone.

Venerdì 29 luglio, una giornata nera. Sono previste diverse manifestazioni in varie zone della città. Prima dell’inizio delle manifestazioni, visti in alcune zone del centro gruppi di manifestanti anarchici, di estrema sinistra ed estrema destra, intenti a procurarsi pietre e benzina, danneggiando alcuni distributori, per fabbricare bombe molotov. Costoro si sono mossi per tutta la durata del G8 quasi sempre indisturbati, con rari interventi delle forze dell’ordine tardivi ed inefficaci, così che i potenziali autori di azione violente riescono spesso a disperdersi ed a confondersi con i manifestanti. La presidente della Provincia di Genova, Marta Vincenti, segnala, sia attraverso i canali ufficiali, sia nelle interviste nelle dirette televisive, la presenza di uno di questi gruppi sospetti, circa 300 persone, in un edificio scolastico di proprietà della Provincia nella zona di Quarto. Edificio che era stato assegnato al Genoa Social Forum e ai Cobas per ospitare i manifestanti venuti da fuori città, ma i pochi che sono già entrati vengono scacciati dall’arrivo dei primi “Black Bloc”. Le stesse segnalazioni provengono, come scoperto poi nei processi, anche da cittadini residenti nella zona e da diversi manifestanti. Un controllo da parte della Polizia si risolve in un nulla di fatto. Il capo gabinetto della Questura di Genova si giustificherà sostenendo che il venerdì gli agenti erano impegnati negli scontri, per cui l’organico non era sufficiente, mentre il sabato la vicinanza dell’edificio al corteo avrebbe garantito la protezione della folla in caso di intervento. Black Bloc non significa l’appartenenza a quel gruppo, tanto temuto. Significa, piuttosto, altri gruppi che usano la tattica dei Black Bloc, tanto più che nessuno di questi del “Blocco Nero”, significato di Black Bloc, risulterà aver avuto a che fare con il G8. Partecipazione smentita pure dagli stessi Black Bloc che, per smarcarsi dalla cattiva fama, cambieranno il nome in “Antrax Bloc”, Blocco Antrace.

Nel primo pomeriggio del 29 manifestanti violenti, possibili simpatizzanti della tecnica del black bloc incominciano ad inserirsi nei cortei causando lunghi e violenti scontri con uso di bastoni, molotov e sassi. Per sfuggire alle cariche delle forze dell’ordine si disperdono tra la folla dei manifestanti pacifici, con scontri tra questi ultimi, intenzionati a mantenere la manifestazione pacifica, e i violenti. Gli scontri aumentano con il passare delle ore, ma il comportamento delle forze dell’ordine in più di una occasione lascia alquanto perplessi. Segnalati individui con il volto coperto e con abbigliamento scuro, simile a quello usato dai gruppi violenti, discorrere tranquillamente con poliziotti, carabinieri ed agenti dei servizi di sicurezza, persino all’interno del perimetro delle caserme. 300 carabinieri avanzano a piedi verso piazza Giusti, dove un gruppo di violenti sta compiendo vandalismi contro un distributore, un supermercato, una banca e arredi urbani. Secondo le testimonianze dei residenti la polizia, benché sollecitata, non interviene perché l’ordine era limitarsi a passare le segnalazione alla centrale. I carabinieri invece arrivano, ma sbagliano strada, e finiscono dove passa il corteo autorizzato, in testa al quale il gruppo delle “Tute bianche”. Secondo la loro versione, i carabinieri vengono accolti da un fitto lancio di sassi, ma secondo diversi giornalisti presenti i sassi sono solo due o tre, lanciati da un gruppetto estraneo al corteo. Ma i carabinieri caricano per alcune centinaia di metri la testa del corteo autorizzato, bersaglio di numerosi lanci di lacrimogeni. Dalle registrazioni provenienti dalla Questura, come risulterà al processo, si sentono sia un operatore urlare: “Nooo!…Hanno caricato le tute bianche porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide…Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi”, sia le ripetute richieste del dirigente del Commissariato di Genova, responsabile della sicurezza del corteo, relative al far ritirare il gruppo dei carabinieri dalla zona per evitare di fare da tappo e bloccare il corteo in arrivo. Dopo la carica i carabinieri cominciano a ripiegare per permettere il passaggio del corteo ma, a quel punto, manifestanti pacifici, unitamente ai violenti giunti, assaltano e poi danno fuoco a un mezzo blindato in panne, oltre ad incendiare cassonetti dell’immondizia e le automobili, utilizzandoli come barricate e compiendo altri atti vandalici. In uno scontro i carabinieri riescono a disperdere gli attaccanti andando giù molto pesante. In un altro lo scontro avviene tra i manifestanti e alcune decine di carabinieri, circa 70 Questi ultimi, però, non riescono a disperdere gli altri, ed allora cominciano a retrocedere, finendo alla fine in piazza Alimonda, dove si prepara il peggio della giornata.

Nella ritirata i carabinieri sono seguiti da due Land Rover Defender. Il capitano del reparto Claudio Cappello dirà poi ai processi: “Vi fu un arretramento disordinato. Io non mi ero reso conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non c’era alcun motivo operativo.”. Arrivando in piazza Alimonda uno dei due Defender dei carabinieri, con a bordo l’autista Filippo Cavataio di 23 anni, il carabiniere ausiliario di leva Mario Placanica di 20 anni e il coetaneo e collega Dario Raffone, resta temporaneamente bloccato di fronte ad un bidone dei rifiuti mentre sta cercando di attraversare la piazza. Secondo la testimonianza dell’autista la causa fu una manovra errata dell’altro mezzo e, sempre a suo dire, per l’asserito spegnimento del motore. Una quindicina di persone che stavano inseguendo i carabinieri attaccano il mezzo, che viene danneggiato a tergo e dal lato destro con pietre, bastoni, una palanchina di legno e un estintore. I carabinieri Placanica e Raffone vengono feriti al viso da pietre. Uno degli aggressori raccoglie un estintore e lo scaglia contro il mezzo, colpendo l’intelaiatura del finestrino della porta posteriore, restando appoggiato tra la carrozzeria e la ruota di scorta. Dall’interno del Defender uno degli occupanti colpisce con un calcio l’estintore, facendolo rotolare ad alcuni metri di distanza in direzione di un manifestante con il volto coperto da un passamontagna. Questi solleva da terra l’estintore e si dirige verso la parte posteriore del mezzo con l’atto di lanciarlo, ma viene colpito da uno sparo. Si saprà poi che chi ha sparato è il carabiniere Placanica, secondo il quale avrebbe sparato due colpi in aria. Uno di questi colpi venne effettivamente trovato nel muro a destra della Chiesa in piazza Alimonda, ma diversi mesi dopo.

Gli spari spingono gli aggressori ad allontanarsi. Il Defender improvvisamente riparte, passando due volte sul corpo del ragazzo colpito, che impiegherà diversi minuti prima di morire. I carabinieri, un gruppo dei quali si trovava a una decina di metri a lato, riprendono la piazza. Il fotoreporter Eligio Paoni, che sta fotografando il corpo dell’ucciso, che risulterà solo più tardi, grazie al telefonino, essere Carlo Giuliani, viene malmenato, con ferite alla testa e frattura di una mano, dalle forze dell’ordine intervenute; sequestrata la macchina fotografica e costretto a consegnare la pellicola che aveva cercato di nascondere. Anche il prete della chiesa di Nostra Signore del Rimedio, che tentava di benedire il corpo del Giuliani, non viene lasciato avvicinare. Qualcuno, mentre la zona è completamente circondata dalle forze dell’ordina, mette un sasso a fianco della testa di Giuliani dopo averlo colpito procurandogli una profonda ferita sulla fronte. L’intenzione è quella di far pensare che il Giuliani è morto per una sassata. Circa mezz’ora dopo la morte di Carlo Giuliani, alcuni giornalisti di “Libero” filmano il vicequestore Adriano Lauro mentre insegue un manifestante urlando, davanti alle telecamere di Mediaset prontamente accorse sul posto con Renato Farina (uno che ritroveremo più avanti): “Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l’hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l’hai ucciso! Prendetelo!”. Saranno le riprese e le fotografie di altri che sono riusciti a riprendere la zona, a smentire il vicequestore, chiaramente e volutamente in mala fede, ad uso, ma guarda un po’, di “qualcuno”. Ricordiamo anche il colloquio, emerso dalle registrazioni al processo, tra un poliziotto ed una poliziotta, con questa che urla al microfono, dopo la notizia della morte del Giuliani, “Uno a zero per noi!”

Sui fatti di piazza Alimonda non riteniamo, come poi è stato quasi celebrato, Carlo Giuliani un eroe o un martire. Il fatto che avesse un passamontagna significa che era lì per creare incidenti, ed a noi quelli che vanno mascherati nei cortei non ci piacciono per niente. Ma, detto questo, un ragazzo è morto, e non doveva, e che faceva il Defender in mezzo la piazza? Sarà pur vero che i fatti si sono svolti nello spazio di pochi minuti, ma i carabinieri ripresi a lato della piazza che guardavano quasi tranquilli, e il Defender che parte immediatamente subito dopo gli spari, non sono proprio una cosa normale. Non è che cercavano il capro espiatorio? Ma la giornata non è ancora finita. Nel pomeriggio un gruppo di persone vestite di nero cerca di infiltrarsi nel corteo principale, ma vengono bloccati dal cordone di sicurezza del corteo. Dopo alcuni minuti di tensione, le forze dell’ordine iniziano un lancio di lacrimogeni verso i contendenti. I presunti Black Bloc fuggono, mentre una violenta carica colpisce i manifestanti pacifici provocando decine di feriti. Mesi dopo il ministro dell’Interno Claudio Scajola (poi noto per un “rompicoglioni” dato a un morto ammazzato, Marco Biagi) ammetterà di aver ordinato alle forze di polizia, nella serata del 20, dopo gli scontri e la morte di Carlo Giuliani, di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la zona rossa. Affermazione che poi ritratterà, mentre i funzionari di polizia e carabinieri presenti a Genova dissero che in ogni caso si sarebbero rifiutati di eseguire l’ordine, in quanto “manifestamente criminoso”. Il fatto è che quello che successe il giorno dopo non fu molto distante dallo sparare.

Sabato 21 luglio è la giornata della manifestazione principale, con un corteo di circa 300 mila persone che dovrebbe svolgersi lungo corso Italia. Come già successo il giorno prima, gruppetti di manifestanti violenti si mischiano a quelli pacifici provocando scontri, incendi, distruzione di auto, banche e negozi. Già dal mattino un gruppo di alcune decine di manifestanti, molti dei quali vestiti di nero, inizia a distruggere auto e vetrine, assalendo un chiosco. Diversi residenti fanno numerose telefonate al 113, senza che però si verifichi un solo intervento dalle forze di polizia, tra l’altro poco distanti. Il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, aggregato presso la Questura di Genova, confermerà durante il suo interrogatorio di aver assistito ad atti di vandalismo e devastazione, oltre al lancio di oggetti contro le forze dell’ordine, da parte di un gruppo di una cinquantina di persone, dalla mattina dalle 10,30 per circa sei ore, ma che solo verso le 15,30-16, mentre il corteo stava già transitando, venne ordinata una carica per disperdere i dimostranti violenti. C’è da dire che questo lasciar fare a certi gruppi è un po’ una costante delle tre giornate. Noi ci ricordiamo di un filmato dove si vede un gruppo di presunti Black Bloc, tutti rigorosamente in nero, compreso passamontagna, che si divertono a distruggere auto, vetrine e tutto quanto si trovano tra le mani, sotto l’occhio tranquillo di un gruppo di funzionari in borghese delle forze dell’ordine, con un ufficiale dei carabinieri in divisa. Questo gruppetto di funzionari è intento a parlare con uno dei presunti Black Bloc, sempre mascherato, come se fossero tra amici, o buonissimi conoscenti. Dietro intravisto un reparto di polizia fermo, in riposo. Sono, erano, davvero Black Bloc, o era qualcosa di preparato?

Mentre il corteo prosegue, un gruppo di circa 400 persone, secondo la valutazione del Ministero degli Interni, si stacca da vari punti e inizia a fronteggiare le forze di polizia schierate davanti a piazzale Kennedy, accatastando bidoni, transenne e altro materiale per fare barricate. Per quasi un’ora non succede quasi niente. Quelli che hanno creato il blocco si limitano a slogan verbali contro la polizia, salvo qualche lancio di oggetti, in risposta ai quali vengono effettuati alcuni lanci di lacrimogeni. Nel mentre il corteo continua a fluire, salvo qualche rallentamento, arrivano nuovamente alcuni gruppi di manifestanti vestiti di nero che iniziano un fitto lancio di oggetti contro la polizia, oltre a rovesciare un’auto e rompere le poche vetrine ancora rimaste in piedi. Questo gruppo cerca anche di inserirsi nel corteo, ma viene respinto dal servizio d’ordine di quelli che stanno sfilando. Corteo che devia dal percorso per evitare il fumo dei lacrimogeni. Infatti, dopo alcune decine di minuti, erano iniziate le cariche della polizia con un fitto lancio di lacrimogeni. I gruppi violenti spariscono, e le cariche della polizia vanno a colpire il corteo pacifico e autorizzato, spezzandolo in due. Il secondo spezzone del corteo pacifico è costretto di fatto a sciogliersi, mentre la parte finale del primo spezzone si disperde, inseguita dalle forze dell’ordine che picchiano violentemente i dimostranti. Alla fine saranno centinaia i feriti tra i dimostranti pacifici, compresi anche persone anziane, e alcune decine di arresti. La costante di queste giornate è picchiare, e sodo, i deboli, a lasciare stare i violenti. Verso le 16, al termine di una carica in corso Italia, vengono trovate dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, quello di cui sopra, due molotov in una siepe di una strada laterale, che va a consegnare a un suo superiore, il generale Valerio Donnini che, non essendo un ufficiale di polizia giudiziaria, non è tenuto a verbalizzare il ritrovamento. Le due molotov le ritroveremo tra poco. Anche stavolta, durante gli scontri, filmati e foto amatoriali vanno a mostrare persone in borghese o con abiti scuri parlare con esponenti delle forze dell’ordine, per poi tornare nella zona degli scontri.

La scuola Diaz e l’adiacente scuola Pascoli, nel quartiere di Albaro, erano state concesse dal Comune di Genova al Genoa Social Forum, in un primo tempo come sede del loro media center, poi anche come dormitori. Verso le 23 alla Diaz stanno dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri. Con la scusante di una perquisizione, in quanto ci sarebbero stati dei lanci di pietre poco tempo prima contro mezzi degli agenti (ma nessun rapporto riuscirà a confermare cosa, dove e quando questo era successo, visto che differivano uno dall’altro), un reparto della polizia in piena tenuta antisommossa (per una perquisizione?) entra nella scuola e comincia il massacro. Alla fine decine di persone vengono portate fuori in barella. Dei 63 feriti, che umoristicamente la Questura affermerà che erano ferite pregresse, tre hanno la prognosi riservata: la studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch presentava trauma cranico celebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cronici vari, policontusioni al dorso, spalla e arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena e alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang trauma cranico con emorragia venosa; il giornalista inglese Mark Covell la perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla e omero e trauma cranico, oltre la perdita di 10 denti. Il pestaggio di quest’ultimo, avvenuto tra le due scuole, ripreso in un video. Nella “perquisizione” saltano fuori due molotov, ed un agente di polizia afferma che uno dei soggiornanti lo ha colpito con un coltello sfregiando il corpetto antiproiettile. Tutti i 93 vengono arrestati in massa senza un ordine di cattura, giustificato dall’unico reato che lo prevede: il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso. Sarà tutto fasullo. Le due molotov sono quelle rinvenuto qualche ora prima e portate lì dai poliziotti; la coltellata al corpetto se l’è data lo stesso poliziotto. Anche sbarre metalliche “ritrovate” erano state prese dal cantiere vicino. Tutti gli arrestati verranno rilasciati dalla magistratura, chi quasi subito, altri nei giorni successivi. Tutti si porteranno dietro i segni della drammatica notte. Quella “perquisizione”, comunque, verrà definita anni dopo da un dirigente di polizia “macelleria messicana”.

Ma non è finita. Le persone fermate durante i giorni della manifestazione erano state portate in gran parte nella caserma di Genova Bolzaneto, approntata come centro per l’identificazione dei fermati, che saranno poi trasferite in diverse carceri italiane. Secondo il rapporto dell’ispettore Montanaro pochi giorni dopo il vertice, nei giorni della manifestazione transitarono per la caserma 240 persone, delle quali 184 in stato di arresto, 5 in stato di fermo e 14 denunciati in stato di libertà. Ma altre testimonianze di agenti parlano di quasi 500 persone tra arrestati e semplici identificazioni. Ma cosa è successo nella caserma di Bolzaneto? In numerosissimi casi i fermati accusano il personale delle forze dell’ordine (c’era la celere) di violenze fisiche e psicologiche, e di mancato rispetto dei diritti legali degli imputati, impossibilitati di essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione. Gli arrestati raccontano di essere stati costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche. Inoltre riferiscono di un clima di “euforia” tra le forze dell’ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, con invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista, e minacce a sfondo sessuale nei confronti di diverse manifestanti. Celebre il “Uno, due, tre, viva Pinochet!”. Comunque i giudici scarcereranno, nei giorni successivi, tutti i manifestanti per l’insussistenza delle accuse che ne avevano provocato l’arresto.

Il ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, era stato in visita alla caserma nelle stesse ore in cui succedeva quel finimondo ma, come le tre scimmiette che ben rappresentano la mafia con il non vedo, non sento, non parlo, dichiarerà di non aver visto nulla. Per la verità la stessa cosa venne detta anche dal magistrato antimafia Alfonso Sabella, che durante il vertice ricopriva il ruolo di ispettore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ed era responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano. Ma pochi giorni dopo questi ammise la possibilità che ci fossero state violenze da parte delle forze dell’ordine contro i manifestanti arrestati, ma appunto escludeva che queste fossero state commesse da parte di quelle che erano a Bolzaneto sotto la sua responsabilità. Da rilevare, inoltre, il giro ai vari comandi, e poi lo stazionamento nella sala operativa della Questura genovese del vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini. Diversi giornalisti e politici misero la sua presenza in relazione ai molti abusi compiuti dalle forze dell’ordine. Siamo dell’idea anche noi che sia avvenuto proprio così. D’altronde: manganello e moschetto, fascista perfetto!

Domenica 23 luglio Genova si lecca le ferite. Finito il G8 si contano i danni, e sono tanti, ma a distanza di anni la maggioranza dei responsabili non sono stati identificati, e la maggior parte dei fermati nei giorni degli scontri sono poi risultati estranei ai fatti, o non sono state individuate responsabilità specifiche. A distanza di anni del G8 andranno avanti due processi: uno contro i presunti responsabili, 25, degli incidenti, l’altro contro le forze dell’ordine per le violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Noi siamo pienamente favorevoli a che vengano puniti gli autori degli incidenti, ma sarebbe interessante capire quanti erano gli utili idioti che amano andare mascherati alle manifestazioni con il solo scopo di sfasciare tutto quello che possono, e quanti erano effettivamente i provocatori. Cioè quelli che erano lì per provocare gli incidenti per poter accusare quelli del Genoa Social Forum o, ancora meglio, la sinistra. Ma siamo anche pienamente favorevoli a che vengano punti, e severamente, i responsabili delle violenze contro delle persone indifese. Il comportamento delle forze dell’ordine è stato a dir poco ambiguo, quanto meno all’inizio. Ambiguo perché ha lasciato troppa gente fare i propri comodi senza intervenire, e quando interveniva se la prendeva con quelli che non ci entravano. La situazione è poi trascesa con la morte di Carlo Giuliani, e al sabato si è scatenata la macelleria messicana. Ci viene un sospetto piuttosto pesante: era tutto preparato? I famosi Black Bloc che i servizi avevano annunciato, e che tutti aspettavano, sono veramente arrivati? O, a giudicare da certe scene, erano solo finti Black Bloc d’accordo con le forze dell’ordine? Che, in tutta onestà, se fosse così, sarebbero da chiamare forze del disordine.

E il presidente del consiglio Silvio Berlusconi? Alla notizia del blitz notturno della polizia alla Diaz ha subito attaccato il Genoa Social Forum: “E’ la prova che coprivano i violenti”. Poi ha detto di avere avuto notizie dal ministro dell’Interno Scajola “tendenti a chiarire che non c’era distinzione tra i violenti ed esponenti del Ggf che avrebbero favorito e coperto questa loro presenza”. Ovvio che l’uscita ha mandato su tutte le furie quelli del Genoa Global Forum. Peccato per il presidente del consiglio che questa sicurezza sia poi stata prontamente smentita dalla magistratura. Comunque lui è soddisfatto: “Abbiamo lavorato bene”, per poi ringraziare le forze dell’ordine. Ad un giovane di questi che gli che gli chiede aumenti di stipendio risponde: “Ci penseremo più avanti”. Certo, potremmo dire, il lavoro sporco ormai lo avevano fatto. Comunque la cosa non è certo passata sotto silenzio negli altri paesi. Molti paesi occidentali parlano di repressione cilena. Due paesi africani chiedono conto delle violenze sui manifestanti. Molto dura nella sua sintesi, la dichiarazione di Amnesty International: “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Delle porcherie alla Diaz e a Bolzaneto quelli del governo non sanno niente, poverini. Infatti sono molto più occupati a fare gli affari del presidente del consiglio. Questa tendenza del governo provoca l’interesse di “The Economist”, che il 18 agosto 2001 parla in un articolo delle leggi su misura che Silvio Berlusconi ha cominciato a far approvare in Italia. Delle nuove norme sul falso in bilancio scrive: “Il disegno di legge farebbe vergognare anche gli elettori di una Repubblica delle banane”. Ma è solo l’inizio, perché dodici giorni dopo l’articolo del quotidiano inglese abbiamo il ministro delle infrastrutture Lunardi che declama una sacrosante verità (ovviamente per il governo di cui fa parte): mafia e camorra ci sono sempre state, e ci si deve convivere. Infatti, per fare un favore a quelli con cui si deve convivere, a settembre il governo ritira le scorte ai magistrati antimafia, corruzione e terrorismo. E prima della fine del 2001 arriva pure lo scoop di un giornale berlusconiano: vertice segreto tra Ilda Boccassini e Carla Del Ponte a Lugano per fregare Berlusconi. La Boccassini e la Del Ponte sono grandi nemiche, in particolare Ilda la rossa, del povero presidente del consiglio, ed allora bisogna colpirle. Peccato che la Boccassini fosse a Milano, e la Del Ponte in Tanzania. Come succede in questi casi, segue smentita dello scoop taroccato. :

Raccontare i cinque anni del governo Berlusconi sarebbe molto, molto lungo. Noi ci limiteremo ad episodi molto interessanti che indicano come il clan Berlusconi agisce anche quando è al governo. Per i cinque anni ci limitiamo ad una sintesi, perfettamente descritta da Nando Dalla Chiesa.

“Ho visto approvare in Parlamento la legge sul falso in bilancio il giorno dopo l’11 settembre. Di corsa, per onorare con il nostro lavoro, così ci venne detto, i morti di New York.

Ho visto la commissione giustizia del Senato prolungare i suoi lavori dopo la mezzanotte per tre leggi in cinque anni: per il falso in bilancio, per la Cirami, per l’immunità delle più alte cariche dello Stato.

Ho visto aprire l’ultima legislatura con una legge ad personam, quella che abolisce l’imposta di successione sui patrimoni più grandi. E l’ho vista chiudere con una legge ad personam, quella che abolisce l’appellabilità delle sentenze di assoluzione.

Ho visto il Parlamento decidere quali magistrati possono o non possono restare in esercizio, alzando e abbassando l’età pensionabile secondo le convenienze: fuori Borrelli, dentro Carnevale.

Ho visto il Parlamento decidere quali magistrati possono dirigere gli uffici giudiziari più delicati. Insomma, ho visto il Parlamento scegliere i giudici.

Ho visto più di mezzo Senato applaudire in piedi l’appoggio alla guerra preventiva in Iraq. Ho visto la standing ovation della maggioranza e i sorrisi di festa, in attesa dei bombardamenti del giorno dopo. Ho visto sbeffeggiare le senatrici che si battevano per le quote rosa. Le ho viste sommerse dagli sberleffi della maggioranza. Le ho sentite chiamare “vacca” e “gallina”.

Ho visto togliere ai giudici di pace la competenza sugli incidenti stradali più gravi. Lavoravano troppo velocemente creando problemi alle assicurazioni. Anche alla Mediolanum. Ho visto portare nel Parlamento repubblicano una legge per equiparare le brigate nere di Salò ai combattenti delle forze armate e ai partigiani.

Ho visto violare il regolamento del Senato anche sei volte in due giorni. Ho visto violare la Costituzione in presenza della seconda autorità dello Stato. A volte invocando precedenti inesistenti. Altre volte senza precedenti. Ho visto un parlamentare svenire a un passo dall’infarto per l’indignazione, di fronte al numero legale ottenuto più volte senza pudore. L’ho visto steso a terra, insultato e fischiato dagli avversari che lo accusavano di perdere tempo.

Ho visto censurare o bloccare negli uffici interrogazioni critiche verso il governo o verso esponenti della maggioranza; ho visto funzionari solerti mutilare diritti costituzionali dei parlamentari. Ho visto rifare mezza Costituzione come niente, da personaggi senza storia. Per liberare da ogni controllo di garanzia e da ogni contrappeso il potere di chi vince le elezioni. Per mettere lo Stato ai piedi dell’uomo più ricco e potente del paese.

Ho visto barattare in aula l’unità del Paese con gli interessi televisivi del Capo del Governo. Ho visto un senatore votare per cinque, per dare alla sua maggioranza il numero legale. Ho visto tollerare anche quindici voti di assenti per volta. Ho visto stabilire il tempo massimo di un giorno per discutere in seconda votazione la riforma di mezza Costituzione.

Ho visto fischiare in aula il Capo dello Stato mentre il presidente del Senato leggeva il testo del rinvio alle Camere della legge di riforma dell’ordinamento giudiziario. Ho visto scritto nella relazione ufficiale della commissione antimafia che la mafia non porta voti, che il controllo del voto da parte di Cosa Nostra è “uno dei miti più a lungo e pervicacemente sostenuti”. Ho visto Giovanni Falcone commemorato sull’autostrada per Punta Raisi, località Cinisi, da un ministro che aveva sostenuto che dobbiamo convivere con la mafia. Ho visto un ministro definire il carcere di Cagliari un albergo a cinque stelle pochi giorni prima che vi si uccidessero due detenuti.

Ho visto leggi importanti e sulle quali era stata annunciata una dura opposizione votate in Senato alla presenza di poche decine di esponenti della minoranza. Ho visto decine di senatori dell’opposizione lavorare seriamente ed essere trattati come incapaci o complici del governo. Ho visto sospetti ingiusti. Ho visto fiducie ingiuste. Ho visto uomini dello Stato oggetto di insolenze e di accuse sanguinose, grazie ad un uso prepotente della immunità parlamentare.

Ho visto chiamare tutti i manifestanti di Genova violenti e terroristi e assicurare ufficialmente che nel carcere di Bolzaneto non ci furono violenze. Ho visto negare una commissione d’inchiesta su Genova per non interferire con il lavoro della magistratura. Ho visto dimenticare questo principio per istituire la commissione Telekom Serbia.

Ho visto ridere in faccia alla richiesta di maternità o paternità assistite di persone non felici. Ho visto esibire i fazzoletti padani a un metro dal tricolore sulle bare nei funerali di Stato. Ho visto prolungare la durata del Parlamento per uso personale. Per ottenere l’impunità in un processo, per monopolizzare le televisioni. Così ho visto sfregiare, nel mio Paese, il più grande simbolo della democrazia”.

Dopo l’eccellente sintesi di Nando Dalla Chiesa, che ringraziamo, passiamo ai fatti corposi. Il primo può sembrare da poco, ma da poco non è, anzi. Il primo gennaio 2002 c’è il passaggio dalla lira all’euro. L’euro era stato fortemente voluto da Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi. Il valore di un euro corrisponde a 1936,27 lire, che era poi il cambio tra lira e marco tedesco al momento in cui vennero decisi i valori di cambio. Il cav. Berlusconi dirà più volte che il cambio avrebbe dovuto corrispondere a 1.500 lire, dimostrando una colossale ignoranza in materia o, più realmente, una menzogna per non ammettere le proprie colpe. Già, perché da tempo erano stati predisposti gli uffici per il controllo, bastava solo attivarli al momento del cambio ufficiale della moneta. Sempre il cav. Berlusconi dirà più volte che è colpa dell’euro se ci sono stati aumenti dei prezzi, salvo ogni tanto uscire con affermazioni secondo le quali l’euro ci aveva protetto, l’euro ci aveva salvati. Fino, ovviamente, a tornare a dire il contrario. Vogliamo ricordare anche Antonio Martino, detentore del Guinnes dei primati per le previsioni errate. Secondo costui, infatti, l’euro non aveva un futuro. Sta di fatto che molti, moltissimi addetti pensano bene di applicare un cambio particolare. Anziché, per esempio, fare l’equivalente di 10.000 lire 5 euro, o un accettabilissimo 5,20, stante il fatto che la cifra esatta sarebbe 5,16, pensa bene di arrotondare alla grande, facendo passare che il cambio di 10.000 lire corrisponde a 10 euro Questa particolare pratica diventa molto diffusa, il tutto senza l’ombra di un controllo. Già, perché gli uffici preposti non sono mai stati attivati dal governo Berlusconi. Il fatto che poi il clan Berlusconi, quando gli si ricorda il fatto, continui a dare la colpa a Prodi, basta soltanto ricordare qualche data. Il passaggio all’euro è avvenuto il 1° gennaio 2002, come abbiamo detto. Da più di sette mesi c’era un governo. Sette mesi sono più che abbastanza, bastava solo attivare i controlli. Non ci risulta proprio che al governo di fosse Romano Prodi. Al governo c’e, c’era, il governo del cosiddetto polo delle libertà. Infatti dovevano sentirsi talmente liberi da dimenticarsi anche i controlli.

E’ il 18 aprile del 2002 quando da Sofia, Bulgaria, il posto ideale diremmo, nel corso di una conferenza stampa, Silvio Berlusconi così dichiara: “L’uso che Biagi, come si chiama quell’altro…? Santoro, ma l’altro…Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga”. I tre che avrebbero fatto un uso “criminoso” della tv sono Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. Il presidente della Rai Baldassarre inizialmente è solidale con i tre. Poi, finita la stagione, appena arriva l’autunno via Biagi e Santoro. Luttazzi è solo un esterno, per cui basta non richiamarlo. L’editto bulgaro ha avuto le sue vittime!

A distanza di qualche anno, intervenendo alla trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa, notorio schienante, Berlusconi affermerà: “Quando, a Sofia, ho parlato di Biagi, Santoro e Luttazzi, non pensavo che fossero presenti giornalisti. Altrimenti mi sarei attenuto ad un linguaggio ufficiale”. Né lo schienante Vespa, né gli altrettanti schienanti direttori di tre giornali presenti, gli fecero notare che la frase era stata pronunciata in conferenza stampa, davanti a duecento giornalisti internazionali. Quando nel 2007 Enzo Biagi riuscì a tornare nella Rai, a Rai3, il 23 aprile 2007, parlando a “Radio anch’io”, Berlusconi fece una piccola marcia indietro: “Io non ho mai detto che Biagi e gli altri non dovessero continuare in Rai. Io ho detto che non dovevano utilizzare la Rai per fare trasmissioni faziose. Forse ho calcato la mano ma il servizio pubblico è pagato da tutti, anche da chi non la pensa come Biagi e gli altri”.

Dopo questa ultima dichiarazione è necessario sapere cosa successe dopo la cacciata. Lo spazio di Enzo Biagi venne preso dal programma “Max e Tux”, che fu un fallimento, come quelli che seguirono. Il divertente che la colpa del fallimento di “Max e Tax” venne addebitata dal direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce, noto per gli incredibili e ridicoli vestiti quando era nel programma di agricoltura, ad Enzo Biagi. La stupidità non conosce certo confini. Per quanto riguarda Michele Santoro, il suo programma venne sostituito da “Excalibur”, condotto da un certo Antonio Socci, giornalista del quotidiano di famiglia “Il Giornale”. Bene, la parola criminoso è perfettamente aderente al programma di Socci. Una conduzione allucinata a senso unico, tutta pro maggioranza. Come prevedibile non ebbe vita lunga, dato il crollo degli ascolti. Non abbiamo mai avuto notizia di qualche intervento del cav. Berlusconi su questo “uso criminoso” della tv pubblica. Dobbiamo supporre, secondo la visione berlusconiana, che la televisione pubblica non è pagata da tutti, ma solo da chi che “non la pensa come Biagi e gli altri”.

L’8 gennaio 2003 ha ufficialmente inizio la madre di tutte le bufale: la commissione Telekom Serbia, in seguito al ricevimento da parte di questa di una lettera anonima, che risulta spedita già dai primi di dicembre. In verità tale commissione era già funzionante da qualche tempo, essendo stata costituita con Legge del 21 maggio 2002, atto n° 99, ma era stancamente diretta su altre, tra l’altro più serie, direzioni, diverse da quanto si decide dopo la ricezione di tale lettera. L’anonimo segnala alla commissione che devono allontanarsi dai “mediatori”, che sono l’unica traccia in mano ai commissari, e che vanno invece messe le mani su un tale avvocato Fabrizio Paoletti, e che a lui va chiesto conto del prospetto di un impegno di pagamento, attraverso lo IOR, di 36 tranche da 512 mila dollari sui conti della Cassa di Risparmio di San Marino, che l’anonimo allega. Il prospetto è firmato dall’avvocato Fabrizio Paoletti. E’ l’accusa per tangenti nell’affare Telecom in Serbia, lo ricordate?, a tre personaggi: “Mortadella”, “Ranocchio” e “Cicogna”. E a chi corrispondono tali nomi? A Romano Prodi, Umberto Dini e Piero Fassino. Il 9 gennaio viene convocata con urgenza per il 14 la commissione Telekom Serbia per interrogare il su citato Paoletti. E chi fa questa convocazione? E’ Enzo Trantino, An, presidente detto il “gentiluomo”. Quanto sia “gentiluomo” il figuro lo vedremo presto.

Ma il 10 viene passato “da imprecisati ambienti parlamentari” l’anonimo scritto a “Il Giornale”, noto per essere il quotidiano di famiglia. Il giorno dopo il documento, con annessi e connessi, appare sul Giornale a firma del redattore del quotidiano Gian Marco Ciocci. E’ solo l’inizio, perché su quelle pagine la storia andrà avanti per mesi. Il Ciocci, interrogato dal pm di Torino il 17 maggio, rivela che tra l’11 e il 12 gennaio lo aveva cercato telefonicamente un certo Igor Marini. Ciocci incontra il 12 gennaio l’avvocato Randazzo, legale di Marini, nel suo studio. Incontra poi il Marini successivamente, e nell’occasione costui arriva con due o tre faldoni pieni di documenti, incominciando a parlare di movimentazioni bancarie, di personaggi del mondo bancario. Dice al Ciocci che aveva riciclato parte della tangente Telekom, e che la tangente era destinata a Mortadella, Ranocchio e Cicogna. Gli dice anche che conosceva Donatella Dini e gli fa il nome di due persone: Zoran Persen e Tom Tomic, dei quali gli dà i numeri di telefono.

Siamo ancora al 10 quando il dirigente della Polizia di Stato Guido Longo,distaccato dall’ottobre 2002 presso la commissione Telekom Serbia, entra nella stazione carabinieri Aventino, a Roma, per sentire il maresciallo Giuseppe Quaresima in merito al “conte” Igor Marini. Questo perché il Marini è quasi un abitudinario nella stazione, tutto preso a raccontare al maresciallo Quaresima di immaginifiche vicende di riciclaggio internazionale, accreditandosi come agente provocatore. Quaresima conosce il Marini perché è denunciante e denunciato in una inchiesta del pm Beatrice Barborini. E perché è stato proprio Marini ad avergli fatto arrestare in “flagranza di reato” l’avvocato Fabrizio Paoletti sulla base di un pezzo di carta. Pezzo che il gip, che scarcererà il Paoletti, riterrà solo carta straccia.

Dal maresciallo Quaresima Longo vuole sapere qualcosa. Ecco quello che dirà il 17 maggio 2003, interrogato dai pm di Torino. “Il presidente della commissione Trantino mi aveva incaricato di chiedere notizie su Paoletti. L’incarico era motivato dal fatto che la commissione aveva ricevuto due anonimi in cui si faceva riferimento a Paoletti come coinvolto nelle tangenti che sarebbero state pagate per Telekom Serbia. Avevo verificato nei nostri archivi che era pendente un procedimento su Paoletti della dottoressa Barbolini, e per questo mi ero recato dal carabinieri. Chiesi al maresciallo Quaresima notizie su Paoletti. Quaresima mi confermò solo l’arresto e mi inviò alla dottoressa Barbolini”.

Ma nello stesso giorno, il 17 maggio, venne sentito anche il maresciallo Quaresima, che così ricostruì l’incontro: “Ricordo che era pomeriggio. Longo arrivò dopo le 18, dopo un preavviso telefonico. Disse di lavorare per la commissione Telekom Serbia e mi diede anche un biglietto da visita che ho conservato. Era presente anche il mio comandante, il maresciallo Francesco Rocco. Ci chiese di avere notizie sul conto del Marini e del Paoletti. Anche se Marini, in tutte le denunce che aveva fatto, in tutti i documenti che aveva consegnato, mai aveva fatto alcun cenno a vicende relative a Telekom Serbia”. Che dire? Dalla testimonianza del maresciallo Quaresima Longo non solo ha chiesto informazioni su Paoletti, ma pure su Marini. Inoltre Longo ha parlato di “due anonimi”, cosa che non corrisponde al vero riferendosi al 10 gennaio 2003. In effetti ci fu una seconda lettera “anonima”, ma questa arriverà solo il 4 febbraio alla commissione.

Il 14 ecco l’avvocato Fabrizio Paoletti davanti alla commissione Telekom Serbia. Il presidente “gentiluomo” della commissione Enzo Trantino, perfetto volto di vecchio gerarca, interroga il Paoletti. Gli viene mostrato il prospetto allegato all’anonimo. Paoletti riconosce la carta, ne spiega la falsità, nega di avere conti a San Marino. Non fa alcun nome, nemmeno uno. Allora Trantino, spalleggiato da Carlo Taormina (avvocato di Berlusconi, della mafia e altri, esperto in amenità), chiede al Paoletti: chi è tal “D’Andria Renato”? Chi è “Rubolino Giorgio”? “Ha mai conosciuto tali Salvatore e Nicola Spinello””. Taormina di suo “Conosce Curio Pintus”. E poi “Conosce Robelo, ambasciatore del Nicaragua in Vaticano?”. E ancora se conosce tali Michele Amandini, avvocato Vittore Pascucci, Antonio Volpe, Tom Tomic, Zoran Persen ed un certo Igor Marini. Chi sono costoro, e come mai questi nomi vengono fatti a uno stupito Paoletti? Trantino e Taormina non lo dicono, ma qualcosa di questi nomi si può cominciare a sapere.

Renato D’Andria viene arrestato dagli investigatori della Dia perché sono in grado di documentare che il soggetto avesse una squadra “privata” di carabinieri, tra i quali un colonnello e due sottufficiali, esperta in falsi dossier contro chi dava fastidio: imprenditori, rivali in affari, rappresentanti delle istituzioni come gli stessi carabinieri e magistrati. Ha avuto rapporti con il defunto Arkan, la “tigre” serba responsabile di crimini contro l’umanità. Ne mantiene tutt’ora con l’eversione neofascista italiana.

Giorgio Rubolino è stato accusato e scagionato dell’omicidio di Roberto Siani, giornalista de il Mattino. Finito a Londra, dove conoscerà anche lì la galera, verrà trovato cadavere nel suo appartamento ad agosto. Morte sospetta.

Salvatore e Nicola Spinello sono massoni, fondatori della loggia “Uniti nella libertà”, che ha come obiettivo “il condizionamento dell’attività parlamentare”. Nel ’91 Salvatore Spinello si mise “a disposizione di cosa nostra per rimuovere Giovanni Falcone”. Strano concetto della libertà; Uniti nella libertà, Casa delle liberta…

Curio Pintus è un riciclatore sardo in carcere. E’ il filo che il polo vuole tendere tra l’affare Telekom e la signora Donatella Dini.

Alvaro Robelo, massone, ex ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, innamorato di Forza Italia fonda “Arriba Nicaragua”, fantastica un secondo canale di Panama e finisce implicato nell’inchiesta di Aosta su Gianmario Ferramonti.

Miche Amandini, con l’avvocato Vittore Pascucci, finisce a giudizio perché i soldi che maneggia arrivano dalle casse della ‘ndrangheta. Gli attribuiscono contatti con il Vaticano, con il ministero della Giustizia e fantomatici rapporti con servizi segreti libici.

Zoran Persen e Tom Tomic sono due, al momento, sconosciuti croati. Come mai il presidente “gentiluomo” li ha nominati? Come faceva a conoscerli? Noi sappiamo che proprio degli sconosciuti qualcuno, il giornalista Ciocci de il Giornale, aveva persino i numeri di telefono. Numeri dati, tra l’altro, da quell’Igor Marini nominato da Trantino che, però, non conosce, e non conoscerà se non più avanti. Almeno così il “gentiluomo” dice.

Antonio Volpe altri non è che il famoso “anonimo”, di cui parleremo, come dicasi dello “sconosciuto” Marini.

Una postilla la merita Carlo Taormina. Il 19 luglio ’99 difende come avvocato proprio D’Andria, minacciando: “Il mio assistito ha parlato degli interventi anomali nell’accaparramento degli appalti che riguardano la sinistra, di una grossissima operazione di pochi anni fa che riguarda l’Iri. Molte persone devono preoccuparsi”. E’ il difensore dell’imputato Roberto Fracassi del falso “dossier Violante”, in cui è stato indagato anche Vittorio Volpe. E’ avvocato dell’imputato Giuseppe Di Bari nel processo per la truffa virtuale nel Principato di Monaco, a cui si è “ispirato” qualcuno per le balle che vedremo. Coincidenze, “semplici coincidenze”… “Strano” anche che il presidente “gentiluomo” Trantino abbia nominato Igor Marini senza, secondo sue stesse dichiarazioni, che sapesse niente di lui.

Come già accennato, il 4 febbraio arriva alla commissione il secondo anonimo. Ma è il 7 febbraio che il Sisde, servizio segreto civile, indirizza al comando generale della Guardia di Finanza, II Reparto, e per conoscenza al Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, alle dirette dipendenze del governo e del sottosegretario con delega ai servizi segreti Gianni Letta), il documento numero 2003, med. 0000534, dove si legge: “L’acquisto del 29% di Telekom Serbia è stato fatto a prezzo notevolmente superiore al valore reale. Tale surplus sarebbe poi tornato nella disponibilità dei vertici della società italiana attraverso la sovrafatturazione di acquisti di beni, servizi o infrastrutture necessari per la modernizzazione di Telekom Serbia e il successivo trasferimento ai destinatari degli importi differenziali, con pagamento estero su estero su conti cifrati. Tali acquisti da parte di Telekom Serbia sono stati facilitati dall’inserimento nella società di dirigenti Telecom Italia i quali, operando in territorio estero in seno a una società di diritto serbo, avrebbero agevolmente evitato il loro coinvolgimento in responsabilità penali”. Il Sisde giunge anche a indicare i nomi degli “artefici del disegno criminoso: Giovanni Garau, all’epoca vicedirettore generale di Telekom Serbia; Giordano Cristofoli, dirigente”. Il documento indica anche due appalti sospetti: l’installazione di una rete “Wireline local loop”, una fornitura di ponti radio. In allegato al documento anche tre filmini. A questo punto si dirà: visto il rapporto del Sisde, sarebbe da pensare che la commissione Telekom Serbia lasci perdere quello che ha appena intrapreso, e si dedichi a quanto segnalato. Dovrebbe, ma questo rapporto, chissà perché, appare soltanto il 12 settembre 2003 quando, nella seduta della commissione Telekom Serbia, il “gentiluomo” Trantino comunicherà che “la commissione ha acquisito i seguenti atti segreti: (…) un documento trasmesso dal Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde), pervenuto in data 10 settembre 2003 (…)”. Sette mesi non sembrano troppi per una comunicazione dei servizi segreti?

Il 7 maggio 2003 finalmente il “gentiluomo” presidente Trantino “conosce” il mitico “conte” Igor Marini. Costui, infatti, viene sentito in commissione, e in questa sede parla di una tangente di 450 miliardi di lire a favore di alcuni politici del centrosinistra, che portò Telecom Italia, allora di proprietà pubblica, all’acquisto del 29% della compagnia telefonica serba. Marini sostiene di possedere documenti a sostegno di quanto afferma, ma questi documenti sono custoditi in Svizzera presso gli archivi, depositati alla Cassa dei notai, dell’avvocato Gianluca Boscaro, deceduto nell’agosto del 2002 in un incidente in deltaplano presso il lago d’Orta. Le affermazioni del Marini fanno esultare i componenti della commissione del polo, che all’unisono decidono: in Svizzera, in Svizzera! E’ tanta la voglia di trovare al più presto le prove che incastrino Prodi, Dini e Fassino che la decisione di andare in Svizzera a recuperare i presunti documenti di Marini viene presa subitamente: si va in Svizzera il 9 maggio!

Il 9 maggio 2003 è il giorno delle comiche. Un gruppetto composto da due deputati, Enrico Nan di Forza Italia e Giovanni Kessler dei Ds, due funzionari di polizia, un magistrato consulente e lo stesso Igor Marini, arriva in Svizzera, all’ufficio dei fallimenti di Lugano, alla ricerca dei 40 scatoloni che conterrebbero le prove delle tangenti. Di questi 40 scatoloni riescono a controllarne una decina ma, nonostante Marini dica che i documenti che provano le sue accuse “sono stati trovati”, non c’è traccia di eventuali documenti che abbiano un collegamento con Telekom Serbia. Il guaio è che improvvisamente arriva la polizia elvetica che blocca tutti e li porta al Palazzo di giustizia. Dopo 4 ore e mezza tutti vengono iscritti nel registro degli indagati. Denunciati in base agli articoli 271 e 273 del codice penale elvetico per “atti compiuti senza autorizzazione per conto di uno Stato estero”, e per “spionaggio economico”. Per Igor Marini, inoltre, scatta l’arresto in quanto sarebbe responsabile di riciclaggio in territorio elvetico. Insomma, questo è un vero “capolavoro” di una commissione troppo presa a cercare prove che non ci sono, con il risultato che il supertestimone finisce in galera, mentre gli altri, tra i quali due deputati, sono accusati di spionaggio. Nan, arrivato al Consolato italiano, chiede aiuto al presidente della Camera Casini, e al ministro degli Esteri Frattini. Il povero, e incolpevole Kessler continua a ripetere: “Lo dicevo che non bisognava venire…”. A tarda serata il portavoce della Procura Federale di Berna, Mark Wledmer, invia un comunicato al procuratore generale del Canton Ticino, Bruno Balestra, da dove emerge che alla delegazione italiana viene contestata solo l’ipotesi di reato di violazione della sovranità territoriale da parte di pubblici ufficiali di uno Stato estero, e non anche lo spionaggio economico. Il gruppo tornerà poi a casa, mentre Marini rimane in carcere a Berna fino al 29 luglio 2003, quando verrà estradato in Italia e arrestato per associazione a delinquere finalizzata a truffe internazionali dalla procura di Torino.

Ma chi è veramente Igor Marini? Uno spiantato che nella sua turbolenta vita ha fatto l’attore, lo stuntman, il playboy, il promotore finanziario, persino il garzone di negozio. Conquista la notorietà con il caso Telekom Serbia, ma nel suo passato, che non gli piace ricordare, risulta “fermato nel 1983 per detenzione e spaccio di stupefacenti”, “indagato nel 1998 a Viterbo per truffa”, “impedito all’espatrio nel 2000 con provvedimento del Tribunale di Milano”, perché accusato di “falso e contraffazione di sigilli di Stato”. Si presenta come conte, “conte Igor Marini”, ma poi accantona il titolo per prendersi quello di “cavaliere”. E’ un tipo affabile con indubbia notevole quantità di fantasia. Ha una agenda fitta di “contatti” e di potenziali “clienti”, ed è di casa nello studio dell’avvocato Paoletti. Si sposa con qualche pompa magna nel settembre 2000. Alla festa, il cui conto pare sia ancora da saldare, partecipano l’avvocato Paoletti con il figlio, il notaio Boscaro con la moglie. Festa che si celebra fino a notte alta nella “sua” villa di Silvi Marina. Tanto “sua” da venire sfrattato in quanto il contratto preliminare di compravendita siglato con la società legittima proprietaria non è stato rispettato.

Pare che il matrimonio sia il secondo per Igor Marini. Notizie lo danno maritato nel 1986 con l’attrice Isabel Russinova, matrimonio che finirà con il divorzio nel 1993. Risulterebbe anche figlio dell’attrice polacca Valeria Zalewskia, il che rende persino comprensibile la sua attività di attore. Detto questo, si è visto che un legame con Paoletti e Boscaro c’è. I tre, nel ’99, quando secondo Marini avrebbero dovuto essere occupati con la tangente della Telekom Serbia, sono invece in tutt’altre faccende affaccendati. Infatti Marini cerca di negoziare una garanzia bancaria di 50 milioni di dollari emessa da una banca indonesiana, inventandosi di essere unico titolare di una società off-shore, la “Jundor Trading”, le cui carte sono depositate fiduciariamente presso lo studio Boscaro a Lugano. Il promesso acquirente di quella garanzia, il finanziere Curio Pintus (che Marini tirerà dentro all’affare Telekom Serbia), scrive a Boscaro che si prepara a denunciare al Fbi e alla Federal Reserve l’operazione: “La transazione si è persa in una serie di documenti rivelatisi inesistenti e falsi”. L’operazione fallisce, ma Marini riprova, tentando di negoziare con Boscaro un’altra linea di credito, ma va male anche qui. Allora offre all’avvocato Paoletti di negoziare un certificato di garanzia in deposito della “Indutrial Bank China”, filiale di Shangai. Si tratta di 32 milioni di dollari che la banca cinese ha emesso a fronte del deposito di un rubino di 640 carati. Marini spiega a Paoletti: “Lo Ior offre in cambio del titolo il 40% del suo valore, e questo denaro, investito, nell’arco di 36 settimane renderà il 368%”. Finirà malissimo, ma qui Marini denuncia Paoletti ai carabinieri per riciclaggio e lo fa arrestare il 2 maggio 2002, tentando di accaparrarsi il cliente indonesiano dell’avvocato rimasto senza contatto. Gli andrà male anche qui. Paoletti sarà subito liberato e scagionato dal gip per insussistenza del reato, e denuncerà a sua volta il Marini per calunnia.

L’avvocato Paoletti aveva già scritto al notaio Boscaro il 14 novembre 2001: “Il Marini Igor, sedicente Conte, ha portato a esaurimento la mia pazienza e l’amicizia che gli ho offerto. Mi avete rotto l’anima…L’unica cosa tangibile in questa storia sono le menate del Conte… A Napoli questo si chiama il gioco della valigia o dei bauli. Voglio: il rimborso a forfait di 2 mila franchi per l’uso e l’abuso del Conte del mio ufficio; 15 mila di franchi svizzeri che di volta in volta il Conte mi ha chiesto di versagli quale aiuto per benzina, pasti, luce e gas domestici; l’impegno del signor Conte a restituire a mio padre la Ferrari che si è portato a Roma. Anche perché ci sono quattro Mercedes nuove di pacca al concessionario Grancia che aspettano solo di essere ritirate dal Conte. La Ferrari non gli serve”. Ma non c’è solo questo. Il 19 febbraio 2002 arriva allo studio Paoletti una raccomandata di tale Giancarlo Giannotta, titolare della stazione di servizio Ip in via Predestina a Roma. Reclama il “pagamento rifornimenti di carburante autovetture Bmw 730, Alfa Romeo spider e Citroen Ax di proprietà del sig. Marini Igor per 10 milioni di lire, pari a euro 5.164,57, entro e non oltre venti giorni”. Il “Conte” Igor però se l’è squagliata, per riapparire oltre un mese dopo, il 28 marzo 2002, nella stazione carabinieri di Aventino, dove denuncerà l’avvocato Paoletti, diventando un assiduo per il povero maresciallo Quaresima. Il Marini verrà poi querelato per calunnia dal prof. Enzo Musco, legale di Paoletti, che sul Marini annota che curiosamente “non risulta mai identificato con documenti”. Ma il “Conte” Igor ora non è più “Conte”. Ora è “promotore finanziario per conto dello Ior”. Un altro falso.

Per tornare al presente, i magistrati di Torino vanno ad interrogare nel carcere di Berna Igor Marini. Costui ripete praticamente le stesse cose dette davanti alla commissione, anche se si fa notare che il teste stavolta “parla di consegna di soldi ad intermediari e non di una consegna diretta”.Piccola variante di quanto precedentemente affermato. Intanto, mentre Prodi, Dini e Fassino hanno già querelato Marini, questi è anche indagato dalla procura di Roma per truffa e riciclaggio, stessi reati per cui è in carcere in Svizzera. Nel mentre il ministero della Giustizia elvetica da il via libera alla rogatoria richiesta, questa volta ufficialmente, dal Parlamento italiano. Il “gentiluomo” Trantino e quelli della maggioranza sono intenzionati ad andare in Svizzera almeno due o tre volte per sentire le “rivelazioni” di Igor Marini, vogliono sapere, vogliono le casse con i documenti.

Il 7 agosto 2003, riportato in Italia, la commissione Telekom Serbia va ad interrogare Igor Marini nel carcere delle Vallette di Torino.. E qui il “supertestimone” spara a zero contro Prodi, Dini e Fassino, eccitando Taormina, che arriva a chiedere l’arresto per i tre. Ma Marini non parla solo dei tre, ma tira in ballo pure Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Clemente Mastella. Quest’ultimo era, all’epoca, all’opposizione. E, dicendo che il nome lo aveva fatto Paoletti, getta anche il presidente Ciampi nel calderone. Il presidente “gentiluomo” Trantino è preoccupato della sicurezza di Marini, per questo lo vogliono sentire ogni volta che costui lo chiede. Paoletti smentisce di aver mai fatto il nome di Ciampi, ma nel cosiddetto polo delle libertà gongolano. Il forzista Sandro Bondi riesce ad affermare: “I responsabili di una simile operazione, magari responsabilità per omessa vigilanza, dovrebbero dimettersi tutti come inadeguati e indegni di occupare un incarico pubblico in nome e per conto dei cittadini”. Il mitico Bondi, come d’altronde i suoi colleghi del polo, farà poi un passo indietro: è “la sinistra che si fa scudo del presidente”. Per la serie dico e disdico. L’unico che insiste sul nome di Ciampi resta l’avvocato Taormina, quello che vorrebbe arrestare Prodi, Dini e Fassino.

Il 12 settembre vengono finalmente alla luce i famosi faldoni di Igor Marini, giunti alla commissione Telekom Serbia dalla Svizzera. Bisogna dire che questi faldoni erano arrivati già da qualche giorno ma, chissà perché, Forza Italia ne aveva bloccato la visione. Anzi, nel mentre il Tg2 aveva persino parlato di “capi di imputazione” per Prodi, salvo poi chiedere scusa allo stesso. Per il direttore del Tg2 Mauro Mazza “Abbiamo sbagliato in buona fede”. Diremmo la stessa “buona fede” del “gentiluomo” Trantino” e i suoi accoliti. Ma i faldoni cosa contengono? Bollette insolute, ricevute di taxi, anche atti di pignoramenti della casa di Fregene di Marini e sua moglie che, per inciso, lo ritiene un grande mentitore. Nomi nessuno, nessun riscontro alle accuse dello stesso Marini. Una bufala, una semplice, colossale bufala!

A questo punto dovrebbe essere la logica fine della commissione Telekom Serbia, visti i risultati. Tanto più che proprio nello stesso giorno, il 12, il “gentiluomo” Trantino informa i componenti della commissione di aver acquisito agli atti un documento del Sisde, giunto due giorni prima. Il documento del Sisde non è altro che quello che lo stesso servizio spedì il 7 febbraio scorso, come abbiamo visto, indirizzandolo al II Reparto del comando generale della Guardia di Finanza e al Cesis, quest’ultimo alle dirette dipendenze del governo. Dove è stato fino ad ora? Non ci vuole molto a pensare che è giaciuto nelle carte della presidenza del consiglio. Ma il bello è sapere che la Guardia di Finanza quel documento lo aveva proseguito in copia alla commissione, ma nella notizia data il 14 maggio dal “gentiluomo” non vi era alcun riferimento alla provenienza. A questo punto il dossier passato da Palazzo Chigi e reso noto il 12 non era altro che un doppione, ma il “gentiluomo” si è ben guardato dal dirlo. Resta il fatto che il “gentiluomo” ne prende atto, ma non ne tiene conto. Curioso che invece qualcuno della commissione ne aveva tenuto conto, interrogando il dirigente Telecom Miranda due giorni prima del rapporto del Sisde. Un vero genio quell’Alfredo Vito di Forza Italia, del quale parleremo presto. Comunque la commissione Telekom Serbia non si ferma,. qualcuno dall’alto ha più volte fatto sapere di “perseverare, perseverare…”

Comunque sempre il 12 settembre il “gentiluomo” presenta alla commissione un altro lungo dossier in due parti, giunti l’8 e il 25 di agosto. Questo è firmato da un nome nuovo: Pio Maria Deiana, che “svela” una sua verità nelle tangenti che sarebbero state prese da Prodi. Ma chi è questo Pio Maria Deiana? Il tizio ha avuto una vita alquanto avventurosa. Emigrato negli Usa, operava in affari di piccolo cabotaggio. Trasferitosi poi a New York era utilizzato per bassi lavori di manovalaggio dalle locali famiglie mafiose. A Bogotà, Colombia, finisce in carcere per più di un anno per aver tentato di acquistare una partita di smeraldi con traveller cheque rubati. Altri 5 anni di carcere trascorsi in Angola, per traffico illegale di diamanti.La Dea, Drug Enforcement Agency, ha un dossier su Deiana, avendolo sospettato di traffico di eroina negli Stati Uniti. Tra il 1987 e 1988 riuscì a turlupinare un ricchissimo finanziere svizzero truffandolo di circa 22 miliardi di lire. Sposatosi nel 1990 o 1991, risiederebbe in una villa sui colli romani. Cerca di nascondere il suo burrascoso e criminale passato con donazioni a enti religiosi e opere di beneficenza. E’ stato socio di Antonio Volpe, che tra poco entrerà in scena. Questo curriculum di Deiana non è altro che quanto scritto dal carcere da Francesco Pazienza, noto al tempo per essere stato direttore “occulto” del Sismi agli ordini di Licio Gelli, mentre questi scriveva la trama della cospirazione della P2.

Questo curriculum di Deiana, Francesco Pazienza vorrebbe mandarlo a un misterioso e “carissimo Giulio”, al quale così scrive: “Se una persona si presenta a questo stronzo di Deiana e gli mostra questo foglio, l’unica cosa che può fare è quello di mettersi completamente a disposizione. Altrimenti per lui sarebbe la fine. Comunque se dobbiamo mettere assieme il dossier completo io so come fare e come e dove andare. D’altronde il solo fatto che il Bolognese (che sarebbe Prodi) abbia avuto rapporti con un personaggio simile, se esce fuori, è la fine per lui, basta pomparlo un po’ sui giornali e il il gioco è bello che fatto…”. Il tutto verrà trovato nella cella di Pazienza, ma due anni prima che il caso Telekom Serbia uscisse. Una storia piduistica partita da lontano Il divertente che succede come nel finale della lettera di Pazienza! Infatti il “gentiluomo” dice di ritenere che Deiana voleva usare la commissione, ed allora lo ha ignorato con sdegno. Si dà il caso che quel dossier sia poi finito a pag. 3 del Giornale domenica 28 settembre. Era già finita su un sito ucraino in lingua inglese e italiano.

Passato anche la meteora Deiana, visto l’assoluto disinteressamento del “gentiluomo” Trantino sulla lettera del piduista Pazienza, resa nota da Repubblica, la vita della commissione Telekom Serbia non si ferma, non si può fermare. E allora, visti gli scarsi esiti di Marini e soci, ecco che finalmente il 31 luglio 2003 arriva alla commissione, al cospetto del presidente “gentiluomo” Trantino, accompagnato da Elio Vito, Antonio Volpe, quello degli invii “anonimi”, il vero regista della bufala. Quello visibile, per inciso, poi c’è quello nascosto. Volpe arriva con le carte inviategli da un certo Giovanni Romanazzi dalla Thailandia. Carte che proverebbero il coinvolgimento nell’affare di Mortadella, Ranocchio e Cicogna. Peccato che i sopranomi di Prodi, Dini e Fassino siano stati inseriti falsamente. Ma per la maggioranza della commissione tutto va bene. Secondo il “gentiluomo” Trantino, Volpe subito dopo l’audizione sparisce. Detto così sarebbe da pensare che non si abbiano più avute notizie di costui per molto tempo. Ma non sarà così.

Ma chi è Antonio Volpe? Ha un filo diretto con lo spione piduista, e carcerato, Francesco Pazienza, visto sopra. E’ in affari con quel tale anche lui visto sopra Pio Maria Deiana. Traffica con i massoni Salvatore e Nicola Spinello. Ha commerci poco puliti con Renato D’Andria. Costui, come abbiamo già visto all’inizio del caso, è imputato nelle procure di mezza Italia per truffe e bancarotte, assistito dall’avvocato Carlo Taormina. E’ alquanto incline al dossieraggio calunniatore contro esponenti della magistratura e del centrosinistra, per fare il quale si serve di una intelligence privata forte di 20 tra ufficiali e sottufficiali dei carabinieri. Per tornare a Volpe, ecco quanto scrivono i pm di Napoli che indagano sulle deviazioni della loggia spuria di Salvatore e Nicola Spinello: “Antonio Volpe si vanta di essere amico di Marco Affatigato, noto estremista di destra e tra i fondatori della “Lega di Stefano Delle Chiaie”. E’ collegato all’avvocato Egidio Lanari, già “Gran segretario della comunione massonica di Giorgio Paternò”, e tra i promotori della “Lega meridionale”. La stessa che propose la candidature di Licio Gelli e Vito Ciancimino. E’ primo vicepresidente, con funzioni di esperto nel settore della finanza, della “Lega Universale Frammassonica”, loggia in contatto con Gelli, nonché nel piedilista della loggia “Oriente 1” di Roma, con numero di tessera 155”. Per chi non lo avesse ancora capito, Antonio Volpe è un massone. Anzi: un frammassone.

Come abbiamo accennato, Antonio Volpe non scompare per molto tempo. Riappare già il 4 settembre, seduto ad un tavolino in piazza San Silvestro a Roma in compagnia del componente della commissione, il forzaitaliota Elio Vito, quello che già lo aveva accompagnato dal “gentiluomo” Trantino. Mentre sta per passare un plico contenente nuove “prove” nell’affare Telekom Serbia all’amico Elio Vito, 25 finanzieri lo placcano, e passano all’identificazione dei due. Interrogato dalla magistratura Volpe ammette di essere al servizio di Elio Vito, e continua a perseverare sulla bontà del suo dossier. Elio Vito, invece, offre la sua versione, che in verità non è proprio la prima, affermando che “è tutta una bufala”, e via con le sue giustificazioni. Senza volerlo ha detto la sacrosanta verità: è proprio tutta una bufala! Ma chi è Elio Vito?

Elio Vito era conosciuto ai bei tempi come “mister 100mila preferenze”. Era il collettore di molte mazzette destinate alla Dc napoletana. Nel 1993 confessa, restituisce 5 miliardi di lire, patteggia 3 anni per corruzione e promette: “Lascio la politica”. Come tutte le persone che hanno una sola parola, nel 2001 si candida, e viene eletto, con Forza Italia. Non ha perduto per niente il vizietto il tangentista, che frequenta, e aiuta, chi fornisce prove false. Tra l’altro, quando il “Riformista” ha svelato che Elio Vito “è tra gli amici” di Antonio Volpe, il tangentista, molto indignato, aveva smentito e querelato. Peccato che poi si è visto che Volpe lo conosceva fin troppo bene. Certo è che i tempi sono cambiati: da tangentista Elio Vito si è fatto inquisitore. Che progresso!

Il 25 febbraio 2004 arriva una tegola sulla commissione Telekom Serbia: su richiesta della Procura di Torino, viene arrestato a Roma Antonio Volpe con l’accusa di calunnia nei confronti di politici. E’ la stessa accusa già contestata a Igor Marini. Accusati di calunnia anche Giovanni Romanazzi e Maurizio De Simone, entrambi in Thailandia da mesi. E’, come dire, il crollo del castello di carte della commissione Telekom Serbia. Il vicepresidente dei senatori Ds Massimo Brutti chiede le dimissioni del “gentiluomo” Trantino e dell’esperto in tangenti Elio Vito. Da Bruxelles Romano Prodi commenta: “I fatti mi chiedono scusa, è tempo che lo facciano anche le persone responsabili”, e poi scrive una lettera al presidente della Commissione, il “gentiluomo” Trantino, in cui sottolinea “l’opportunità di attendere un chiarimento prima di fissare la data”. Prodi dovrebbe essere sentito dalla commissione, come pure Fassino, ma entrambi non andranno mai a farsi interrogare da chi ha falsamente condotto indagini su di loro per screditarli.

Ma il “gentiluomo” non vuole ammettere la sconfitta. Ribadisce l’estraneità di Antonio Volpe alla commissione, e risponde a Prodi: “L’onorevole Prodi si faccia chiedere scusa da chi vuole, non certamente da una commissione che non aveva nessun animo di offenderlo, perché ha sentito, com’era suo dovere, il Marini, il quale poi si è scagliato contro Prodi, Dini e Fassino”. Ma non solo: “Prodi ha il dovere di venire e spiegare, perché Presidente del consiglio non lo è stato solo per finzione, ma perché ha interpretato un ruolo che non è una recita”. Potremmo dire che abbiamo capito dall’inizio chi recita veramente. Ma il “gentiluomo” dimostra davvero di avere una faccia di bronzo incredibile. Lui è avvocato, e certamente sa come gestire le cause a proprio comodo, ma qui si è indubbiamente superato. Avesse almeno dimostrato un pochino di coerenza: aveva dichiarato: “Se Marini mente lo denuncerò per calunnia”. Marini lo denunciato per calunnia la Procura di Torino, il “gentiluomo” questo non lo farà mai.

Il 21 aprile 2006 , Antonio Volpe, Giovanni Romanazzi e Maurizio De Simone vengono rinviati a giudizio con l’accusa di aver fabbricato delle prove false. E’ la fine della madre di tutte le bufale. La commissione parlamentare sul caso Telekom Serbia non formula alla fine alcuna accusa diretta, e nemmeno presenta al Parlamento la relazione finale, come invece imponeva la legge istitutiva (L. 99/2002). Però, al di fuori della commissione, secondo il polo erano state accertate le responsabilità del governo Prodi per aver “finanziato una dittatura”, dimenticando quanto abbiamo già scritto molto sopra, come prologo del caso. In verità la commissione aveva il solo scopo di screditare Prodi e l’opposizione. Piero Fassino aveva a suo tempo dichiarato che “il burattinaio stava a Palazzo Chigi”. La cosa aveva fatto arrabbiare il cav. Silvio Berlusconi, certamente toccato, che lo aveva querelato per calunnia (proprio lui?), chiedendo un risarcimento di 15 milioni di euro. Peccato per lui, visto che il procedimento contro Fassino finisce con il proscioglimento dello stesso. D’altronde, diciamo la verità, chi poteva esserci dietro i peones della commissione Telekom Serbia? Solo uno: il burattinaio presidente del consiglio Silvio Berlusconi!

Finita la commissione Telekom Serbia, sotto con la commissione Mitrokhin, istituita il 7 maggio 2002 con legge n. 90, poi prorogata con legge n. 232 l’11 agosto 2003. La commissione parlamentare d’inchiesta sulla Mitrokhin viene attivata nel 2002 riprendendo un disegno di legge del governo D’Alema della precedente legislatura. Si tratta di verificare le affermazioni contenute nel dossier omonimo riguardanti l’attività spionistica svolta dal Kgb sul territorio italiano, nonché le eventuali implicazioni e responsabilità di natura politica o amministrativa. L’autore del dossier è un ex archivista del Kgb in pensione, Vasili Nikitich Mitrokhin, che a suo tempo copiò documenti segreti del servizio segreto russo. Il dossier venne inviato dalla Gran Bretagna a 36 nazioni, tra le quali l’Italia. Furono consegnate 261 schede al Sismi tra il 1995 e il 1999 su una attività che andava dal 1917 al 1984, anno in cui Mitrokhin andò in pensione.

Dei numerosi nomi presenti nelle 261 schede il più conosciuto rimane Armando Cossutta, in merito a diversi finanziamenti negli anni a favore del Pci, come pure del Psiup e del Partito Comunista di San Marino Però nelle schede 130, 131, 145 e 192 viene evidenziato che il Pc Russo non condivideva alcune scelte del Pci e di Enrico Berlinguer. “Contatti tra i rappresentanti del Pci e rappresentanze Usa; la posizione del Pci sulla posizione dell’Italia sulla Nato; tolleranza della aggressività politica di Israele; tentativi di sviluppare contatti con il Partito Comunista Cinese; supporto al Governo italiano; polemiche col Pcus su questioni di religione, dissidenza, eventi in Cecoslovacchia ed altri argomenti”.

Presidente della Commissione Mitrokhin viene nominato Paolo Guzzanti, di Forza Italia. Per la cronaca il Guzzanti è il padre degenere dei fratelli Guzzanti. Dobbiamo subito dire che la differenza tra i due presidenti, il “gentiluomo” Trantino per la Telekom Serbia, e Guzzanti per la Mitrokhin, è notevole dal punto caratteriale. Il “gentiluomo” Trantino, da buon avvocato, sapeva arrampicarsi anche sui vetri pur di non ammettere quello che faceva, ma sempre con quello stile, appunto, da gentiluomo, anche se proprio gentiluomo non si è proprio dimostrato, al contrario. Guzzanti è totalmente il contrario. Niente diplomazia, grandi dichiarazioni roboanti a testa bassa per accontentare il grande capo del clan. Lo scopo, però, è unico. Prodi!

Guzzanti va a reperire copie di fascicoli segreti anche in Germania e Ungheria. Il suo scopo è quello di cercare accuse in qualsiasi modo contro Romano Prodi, il quale viene sentito dalla commissione Mitrokhin il 5 aprile 2004 in relazione ad un fatto: il 2 aprile 1978 Prodi, non ancora parlamentare, aveva partecipato, mentre era in corso il sequestro di Aldo Moro, ad una seduta spiritica in casa di amici in provincia di Bologna. Durante la seduta un piattino, mosso dallo spirito di Giorgio La Pira, richiesto dell’ubicazione del sequestrato, avrebbe composto il nome “gradoli”. L’informazione venne trasmessa al Viminale, e il 6 aprile venne organizzata dalla polizia una retata nel paese di Gradoli (Viterbo), a caccia del prigioniero. Non venne trovato niente, ma l’8 aprile venne scoperto al n. 96, interno 11, di via Gradoli a Roma un covo delle Brigate Rosse abbandonato di recente, dove probabilmente era stato detenuto proprio Aldo Moro. Nell’audizione Prodi riporta integralmente quanto aveva già dichiarato alla Commissione Moro il 10 giugno 1981, “non avendo inteso aggiungere altro”. L’intenzione della commissione Mitrokhin è quella di far passare l’idea che quella informazione non venne dallo spirito di La Pira, ma dall’informazione di un agente russo. C’è da dire che a quella seduta partecipò anche Mario Baldassarri, An, viceministro per l’Economia e le Finanza del governo Berlusconi. Chissà se Guzzanti ha provveduto a sentire pure lui. Ma sappiamo che l’intenzione è di far credere che Prodi ha rapporti con l’ex Unione Sovietica.

Sul dossier Mitrokhin molti storici hanno posto dubbi sulla autenticità dei documenti, stante anche il fatto della non possibilità di verificare le cose in Unione Sovietica. L’American Historical Review scrive il 2 aprile 2001: “Mitrokhin si descrisse come un solitario in una crescente opinione anti-sovietica…Potrebbe forse un simile personaggio sospetto (dal punto di vista del Kgb) realmente stato libero di trascrivere migliaia di documenti, contrabbandarli fuori dalle sedi del Kgb, nasconderli sotto il suo letto, trasferirli nella sua casa di campagna, nasconderli nei contenitori del latte, fare numerose visite alle ambasciate Britanniche all’estero, fuggire in Gran Bretagna per poi tornare in Russia e trasportare tutti quei voluminosi documenti nuovamente in occidente, e tutto questo senza essere scoperto dal Kgb? Potrebbe essere tutto vero. Ma come possiamo saperlo?”. Certo che queste domande senza risposta lasciano moltissimi dubbi. Sta di fatto che molti ritengono sì che diverse informazioni siano veritiere, ma già da tempo conosciute dai servizi, compresi quelli italiani, tra l’altro molti relativi a fatti avvenuti decenni prima. Il resto, essendo notizie non verificabili, potrebbe anche essere falso.

Il 16 dicembre 2004 la commissione Mitrokhin rende pubbliche le relazioni finali, ma dagli elementi raccolti passati diverso tempo prima alla Procura di Roma, questa iscrive nel registro degli indagati Romano Prodi, Massimo D’Alema e altre 19 persone. Il 7 agosto 2004 il procedimento viene archiviato dalla stessa Procura di Roma per tutti i 19 indagati (Prodi, D’Alema e altri 17, in quanto due sono nel frattempo deceduti). Nel febbraio 2006 i pm della Procura di Roma titolari del fascicolo inviano al Tribunale dei Ministri la richiesta di archiviazione, in quanto “le scelte e le determinazioni assunte in relazione al dossier Mitrokhin nulla rilevano sotto il profilo penale”. Nell’ottobre del 2006 il Tribunale dei Ministri accoglie la richiesta di archiviazione del procedimento.

In pratica la commissione Mitrokhin avrebbe finito la sua opera alla fine del 2004. Avrebbe, ma se è finita nel nulla l’indagine sui nomi contenuti nel dossier, non va bene che Romano Prodi possa cavarsela così impunemente. C’è una relazione fatta fare da Guzzanti sui presunti rapporti fra il Kgb, Nomisma e Prodi, e depositata negli archivi della commissione. Inoltre da gennaio 2004 è entrato in contatto con la commissione Mitrokhin, ma è più esatto dire con il presidente Paolo Guzzanti, Mario Scaramella, che ne diventa consulente. Scopo: cercare e raggruppare documenti sui casi già esaminati dalla stessa commissione, tra cui alcuni personaggi di spicco della politica e, particolarmente, Romano Prodi. Più che raggruppare è sicuramente cercare. Cercare qualsiasi cosa, non importa cosa, non importa come, purché si possa mettere sotto accusa Prodi.

Mario Scaramella comincia a farsi veder, ma ha già lavorato molto prima, in tutti i sensi, il 12 novembre 2004 quando va a consegnare un dossier riservato “top segret” della commissione Mitrokhin al direttore generale della Protezione civile Guido Bertolaso. Il dossier contiene una storia da brivido, se fosse vera: venti missili nucleari sovietici che giacciono, da oltre 35 anni, nel golfo di Napoli, e che potrebbero essere attivati da una antenna trasmittente collocata sulle pendici del Vesuvio. Secondo quanto scritto dalla commissione Mitrokhin in tale dossier, è il 10 gennaio 1970 quando un sottomarino nucleare della classe Nevember, distaccato presso la Quinta Squadra del Mediterraneo della marina sovietica, viene comandato dal Gru (intelligence militare centrale sovietica) e dalla competente Ru (intelligence navale) di allocare un numero imprecisato di siluri atomici tattici nel golfo di Napoli. Secondo la ricostruzione, il sommergibile aveva a bordo 24 siluri, tra anti-portaerei e anti-sommergibili. Tre mesi dopo lo stesso sottomarino fu affondato nell’Atlantico con 4 siluri a bordo. La commissione presume, quindi, che gli altri 20 siano stati effettivamente allocati sul fondo del golfo per minare l’area dove si trovava la metà delle unità della Sesta Flotta Usa.

Del fatto Bertolaso spiega di essere stato informato che l’episodio era da sempre noto, ma che non ci sono conferme. In fin dei conti non è poi molto difficile, tanto più con la presenza della marina Usa, controllare se effettivamente quei fantomatici 20 siluri atomici si trovano davvero sul fondo del golfo. Ma il tutto deriva dalle accuse lanciate da Paolo Guzzanti, il rosso, su presunti piani di invasione da parte della Russia. Sentite la castronata che dice: “Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta l’Urss preparò i piani per un attacco improvviso all’Europa occidentale. L’Unione Sovietica avrebbe lanciato bombe atomiche per una potenza pari a 1.050 volte la bomba di Hiroshima, invadendo l’Europa con 180 divisioni corazzate”. Che questa sia una castronata, una sparata senza pensare pur di tirare fuori qualcosa, basti dire che già ci aveva provato, smentito, con l’isola della Maddalena, è facilmente dimostrabile. Lanciare bombe atomiche 1.050 volte la potenza di quella di Haroshima avrebbe non solo polverizzato l’Europa, ma avrebbe pure bloccato le fumose 180 divisioni corazzate. Saremmo stati invasi da un esercito di zombi. Roba da malati mentali!

Per “provare” questo, ecco cosa era accaduto il 20 marzo 2004 Quel giorno Mario Scaramella si trova alle pendici del Vesuvio in compagnia del collega Fulvio Mucibello, entrambi consulenti dell’Ente Parco del Vesuvio, per effettuare un sopralluogo in un’area dove c’era anche una villa abusiva di un boss di Ercolano, Lorenzo Cozzolino, in attesa per essere abbattuta. In realtà Scaramella ha un appuntamento con due agenti della polizia penitenziaria per ispezionare una antenna sospetta collocata a due passi della villa del boss. Una trasmittente avrebbe potuto attivare, tramite questa antenna, i missili nucleari sovietici giacenti al fondo del golfo di Napoli. Sono le 7 del mattino quando i quattro arrivano nei pressi della villa, trovando altre quattro persone che si aggirano nei pressi della stessa. Questi ultimi, stupiti di vedere quelli, tirano fuori delle pistole e sparano dei colpi verso l’alto per intimorirli. Ma i due agenti della polizia penitenziaria, Raffaele De Simone e Saverio Diana, reagiscono immediatamente sparando a loro volta verso quei quattro, ma ad altezza d’uomo, colpendo una Peugeot dove quelli erano saliti per scappare. Uno dei quattro resta ferito, e viene scaricato all’ospedale Maresca di Torre del Greco, dove viene fermato dalla polizia. E’ un camorrista, Vincenzo Spagnolo, legato al clan degli Ascione. Il compito di costui, e dei suoi tre complici, era quello di recuperare due mitra e tre bombe a mano prima che arrivasse la ruspa. Per sfortuna loro si sono travati lo Scaramella con altri tre, che con loro proprio non ci entravano per niente, visto che erano lì per tutt’altri motivi. Il curioso che nei pressi dell’antenna presunta trasmittente non si trovava solo la villa di un boss, ma pure alcune villette occupate da alcune famiglie provenienti dall’Ucraina. Alla fine niente successe, e l’antenna è sempre lì.

Ma chi è Mario Scaramella? Le prime notizie di costui, nato a Napoli il 23 aprile 1970, risalgono al marzo 1979 quando, a soli 19 anni ancora da compiere, fonda un gruppo ambientalista legato ad ambienti di destra, noto come i “Nuclei agenti di sicurezza civile”, ovvero “Nasc”. Il 12 settembre 1989 il Nasc firma un protocollo d’intesa con l’assessorato all’Ambiente della Provincia di Napoli. Poi riesce ad ottenere una lettera dall’Alto commissario antimafia, firmata da Luciana Villa, una amica di famiglia dirigente del ministero dell’Interno, in cui si raccomanda alla Prefettura il rilascio del porto d’armi per gli operatori dei Nasc al servizio del “commissario Scaramella”. A questo punto, agitando a distanza il tesserino di guardia itticovenatoria provinciale, il “commissario” Scaramella si presenta a due sostituti della procura di Santa Maria Capua Vetere per ottenere l’assistenza della polizia giudiziaria nelle sue attività di sequestro. Con l’appoggio dei funzionari a lui affidati, Scaramella diventa protagonista di una attività frenetica di sequestri. Come ricorda Rosaria Capacchione, cronista del Mattino che all’epoca scrisse molti articoli in merito: “Può sembrare incredibile, ma con il suo nucleo fece il bello e il cattivo tempo nelle province di Napoli e di Caserta dall’’89 a metà del ’91. Arrivò a sequestrare edifici abusivi, alberghi, ristoranti, bar, un caseificio e persino un ippodromo clandestino del boss Nuvoletta”. Le attività di Scaramella terminano subito dopo che a Capri ha messo i sigilli a due bar, un albergo e ai servizi igienici del porto, quando un brigadiere dei carabinieri di Sorrento, insospettito dal fatto che, al momento della firma dei verbali, Scaramella trova il modo di defilarsi, fa un esposto alla procura per usurpazione di titolo. Nel luglio ’91 Scaramella viene messo sotto processo per usurpazione di titolo e di pubbliche funzioni. La sentenza di condanna viene depositata il 31 dicembre 1994, dopo un procedimento in cui vengono chiamati a testimoniare sia i due sostituti ingannati, sia l’Alto commissario antimafia Domenico Sica. Come rilevato dal Pretore Roberto de Falco nella sua sentenza: “Larghe zone d’ombra sono rimaste, anche in conseguenza della retromarcia…da parte di molti organi istituzionali che avevano appoggiato lo Scaramella e i Nasc…retromarcia evidenziata dal contenuto chiaramente minimizzatore, se non reticente, di molte delle deposizioni dei pubblici funzionari escussi in dibattimento”. La sentenza viene poi annullata in appello con una motivazione definita dallo stesso de Falco “in punto di diritto”: viene stabilito che quello di “commissario” era un termine atecnico, e che Scaramella lo aveva usato in quanto presidente di una commissione dei Nasc. Molto umoristico, diremmo.

Nonostante i guai giudiziari Scaramella non si scoraggia. Chiude i Nasc, avendo ormai terreno bruciato vicino casa, e si mette a guardare oltre ai confini nazionali, puntando su sigle in inglese e contatti al di là dell’Atlatico. Nasce così lo “Special research monitoring center”, Srmc, entità virtuale che dichiara collegamenti con centri spaziali e universitari americani, ma senza avere neppure una vera e propria sede. Contatta Filippo Marino, un ex ufficiale dell’esercito italiano esperto in materia di sicurezza, trasferito a San Francisco nei primi anni ’90, che aveva fatto corsi di addestramento all’uso delle armi al gruppo di Scaramella. Marino negli Usa conosce Periklis Papadopoulos, un ricercatore di origine greca che lavora per la Eloret, una società di ricerca spaziale subappaltatrice della Nasa. Grazie ai suoi collegamenti internazionali Scaramella decide di cimentarsi nel campo delle consulenze peritali, trovando subito incarichi, siamo nel ’96, presso la procura di Verona e di Reggio Calabria. Ad affidargli la consulenza a Reggio è il sostituto Francesco Neri, ex braccio destro di Agostino Cordova a Palmi, che sta conducendo una indagine su navi sospettate di essere state affondate per smaltire scorte radioattive. Presentando la Srmc come rappresentante della Eloret in Italia, Scaramella presenta un esborso di un miliardi e 400 milioni di lire per la ricerca delle decine di affondamenti emerse nella perizia. Quando il procedimento viene trasferito al sostituto procuratore antimafia Alberto Cisterna, questi blocca tutto. Ha notato che la perizia di Scaramella ipotizza la presenza di correnti sottomarine di centinaia di chilometri orari che avrebbero potuto impedire (furbo, vero?) il ritrovamento dei relitti, ma Cisterna sa che nel Mediterraneo le correnti possono arrivare al massimo ai 10 nodi.

Neanche dopo il nuovo fallimento Scaramella si arrende. Anzi! Nel marzo del 1997 fonda, con il Filippo Marino di cui sopra, l’ “Environmental Crime Prevention Program”, l’Ecpp, il Programma per la prevenzione del crimine ambientale. Viene spacciato per un organismo di diritto internazionale, ma non è altro che una scatola vuota: non risulta mai essere stato registrato in alcun Paese del mondo. Per crearsi una parvenza di internazionalità Scaramella decide di nominare tre special assistants, che in un comunicato presenta come “John Graham Taylor (Uk), Christian Trentolà (France) and Phillip Marino (Germany)”. Il primo è un inesperto collaboratore di nazionalità inglese; il secondo un giovane napoletano di madre francese, il cui cognome è in realtà scritto senza accento; il terzo il suo socio Filippo Marino. Decisamente molto fantasioso.

Nel dicembre 1998 l’Ecpp fa domanda per ottenere lo stato di “osservatore” presso la London Convention, organismo legato all’International Marittime Organization. La qualifica viene concessa, prima in modo provvisorio, poi definitivo, senza che nessuno si sia mai fatto scrupolo di verificare l’effettiva natura e consistenza dell’organizzazione di Scaramella. Lanciato, chiede fondi e sponsorizzazione allo Science Program della Nato per una conferenza sulla sicurezza ambientale, da svolgersi in Lituania con la collaborazione del Governo locale. Ottiene il tutto. Richiesto al direttore del programma Nato Chris De Wispelaere come era potuto succedere, questi dice: “La sua proposta evidentemente fu ritenuta valida”. Devono aver pensato così pure quelli del Segretariato della Convenzione di Basilea per la difesa dell’ambiente, organismo sotto l’egida dell’Onu di base a Ginevra, visto che Scaramella riesce a firmare con loro anche un accordo di collaborazione. Anche qui senza che nessuno si sia preoccupato di verificare.

Quello che ha aperto le porte a organismi internazionali piuttosto ingenui è stata l’autocertificazione dell’Ecpp che citava la “IV Conferenza Plenaria”, che risultava essersi tenuta a New York negli uffici dell’agenzia dell’ambiente americano, l’Epa. La disponibilità di quei locali, nel novembre 2000, gli era stata data da Michael Penders, un funzionario dell’ufficio legale dell’Epa che avrebbe poi lasciato l’amministrazione statale di lì a pochi mesi per fondare una propria società di consulenza. Come dice Penders: “Gli demmo un ufficio per un’ora. Ho solo accettato di dare supporto al gruppo di lavoro legale”. Penders come aveva incontrato Scaramella? “Lo avevo incontrato al convegno della Nato in Lituania. Mi era sembrato un giovane e dinamico professore di legge che aveva messo insieme una rete di scienziati”. Scaramella professore, dopo che è stato anche magistrato antimafia? Tutte balle, ad uso di incredibili creduloni. Un piccolissimo briciolo, davvero molto piccolo, di verità sulla carica di magistrato c’è. Il 6 giugno 2001, con la benedizione del Tribunale del Consiglio giudiziario di Napoli, e una delibera della Assemblea plenaria del Consiglio superiore della magistratura, Scaramella è in effetti riuscito a diventare giudice onorario di tribunale. Giudice onorario, non giudice effettivo e antimafia. Ma all’eclettico Scaramella bastava, come era bastato occupare una stanza per un’ora per inventarsi una conferenza plenari

Secondo lo stesso, Scaramella avrebbe pure avuto un incarico di professore di diritto ambientale presso la Externado University e l’Università del Rosario di Bogotà, Colombia, come pure un ruolo accademico presso l’Università di Napoli. Il quotidiano inglese “Evening Standard” e, successivamente, “il Sole 24 ore”, hanno accertato la totale inattendibilità del curriculum accademico di Scaramella. Anche l’Università di Napoli ha negato di aver avuto rapporti con il tale. Lo stesso Scaramella ha fornito alla commissione Mitrokhin differenti referenze universitarie in occasioni diverse. Per quanto riguarda l’Università di Napoli, in verità, i contatti ci sono stati: con il Dipartimento di scienze internazionalistiche, e poi con il Dipartimento di scienza e ingegneria dello spazio. Sempre, appunto, dell’Università Federico II di Napoli. Solo che al momento di passare agli accordi operativi Scaramella di era involato. Il 14 luglio 2001 il Dipartimento di scienze e ingegneria della spazio riceve una lettera dei carabinieri che, “per urgenti indagini di polizia giudiziaria”, chiede se Scaramella “è in possesso del titolo di ricercatore e formatore in politica spaziale presso codesta Università e se, ovvero è stato, direttore del Centro di Politica spaziale”. Le risposte sono entrambe negative. Un anno dopo, il 27 marzo 2002, una professoressa universitaria colombiana va a trovare il professor Paolo Oliviero, da qualche tempo direttore del Dipartimento, per mostrargli un attestato appena ricevuto. Oliviero ha qualche ricordo di Scaramella. E’ proprio grazie ad Oliviero che il contaballe non ha fatto alcun accordo con l’Università. L’attestato è un diploma in carta pergamenata del “Centro di politica spaziale del Dipartimento di scienza e ingegneria dello spazio”, ed è firmato dal direttore del centro, il “direttore Mario Scaramella”! .

Insomma, una vera macchina di falsi che riusciva persino a trovare finanziamenti. Dal Parco del Gargano risultano fatti nel 2002 tre pagamenti, rispettivamente di 51.645, 43.336 e 268.764 euro. E a chi, se c’era un organismo che non esisteva? Semplice: sul cc 27/36249 di una filiale del Banco di Napoli, intestatario del conto Mario Scaramella! Un’altra convenzione nel 2003 per un importo di 500 mila euro venne poi revocata nel giugno del 2004 dal nuovo presidente del Parco, uno scrupolosissimo, a differenza del precedente, avvocato Domenico Gatta, e dal suo consiglio direttivo Una ulteriore convenzione, ma questa volta con l’Ente Parco nazionale del Vesuvio, ha fruttato un compenso di 860.824,34 euro. Ma se dobbiamo dare atto a Scaramella di una notevole inventiva, sempre nella truffa, c’è da domandarsi a che livello possa essere la sicurezza della Nato, dell’Onu o della Cia, o la dabbenaggine di tutti quelli che lo hanno preso per oro colato senza fare un minimo di controllo. Semplicemente incredibile che uno si presenti a uffici importanti e venga immediatamente accettato solo per quello che lui dice. Questa è comunque la storia di Mario Scaramella, “consulente” della commissione Mitrokhin. Commissione che viene chiusa agli inizi del 2006, alla fine della legislatura, senza alcun risultato concreto.

Ma prima che la commissione chiuda, la ricerca di informazioni su Prodi e i leader della sinistra è semplicemente frenetica. Però usare la parola commissione è troppo. Esiste praticamente solo il rapporto tra Paolo Guzzanti il rosso, e il suo “consulente” Mario Scaramella. Ecco quel che si dicono il 28 gennaio 2006 al telefono: Scaramella: “Il segnale che io ho avuto è questo, visto che non c’è una informazione Prodi uguale agente del Kgb, ma parliamo di Friendly Relation, coltivazione, contatti…”. Guzzanti, soddisfatto: “Coltivazione è abbastanza eh?”. Scaramella. “Eh si. Per me è moltissimo però quello che ti dico che…non è la mia posizione. E’ quello che mi viene detto. A questo punto non pretenderete una dichiarazione da chicchessia che dica “Prodi è un agente” perché questo…”. Poi conferma che sta ancora lavorando, e rivela che le informazioni gli sono arrivate da un certo Alexander. Guzzanti il rosso appare soddisfatto: “Ti ho sempre…dal primo momento ti ho detto “accidenti questa è una bomba termonucleare…se è una bomba…se non è non è. Che devo fà…”. Poi Scaramella gli chiede se ha dettagli dell’incontro col Capo, e il rosso racconta: “La notizia ha avuto un forte impatto…quando vado da lui gli dico le cose a voce ma contemporaneamente gli metto sotto i naso un appunto scritto in cui ci sono le stesse cose…Io gli ho detto che il problema di questa faccenda è se poi andiamo a processo è una cosa che dobbiamo dimostrare ciò che diciamo e lui, sorprendendomi un po’, ha detto: “Beh, un momento, intanto li costringiamo a difendersi”. L’ho trovata una reazione estremamente positiva. E’ chiaro che se tu…lui oggi sta in Sardegna e poi c’ha una giornata terribile, per stasera deve cenare con Bossi, quindi oggi non riesco a mettergli il sale sulla coda…”.

Interessante conversazione, che prova alcune cosette. Una è che il burattinaio sa tutto, anzi, consiglia pure. Due, prove che Prodi sia un agente del Kgb non ce l’hanno proprio, ma loro cercano qualcuno che dica: “E’ un nostro uomo” o qualcosa di simile. Infatti, tre, come dice il cavalier Berlusconi, “intanto li costringiamo a difendersi”. L’importante è sparare accuse. Anche se non provate, inesistenti, non importa, si obbliga alla difensiva gli avversari. E’ il classico metodo del grande capo del clan. Però capiamo benissimo la giornata “terribile” del cavaliere: dover cenare con Bossi è davvero tremendamente faticoso!

Tra gennaio e febbraio 2006 Scaramella si è dedicato ad interrogare, a Napoli, ex agenti russi. Le domande del “consulente” vertono su Prodi (ma và!), Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro, Pino Sgobio (Pdci), Umberto Ranieri (Ds), Alfonso Gianni (Rifondazione), Eugenio Duca (Ds), Antonio Rotondo (Ds). I due ex agenti del Kgb, scappati in Occidente, sono Eugenji Limarev e Alexandr Litvinenko, che è quell’Alexander della telefonata di cui sopra. E qui, sarà una coincidenza o altro, ma siamo propensi per altro, qualche settimana dopo, il 4 aprile, un deputato inglese, l’euroscettico Gerard Batten, nell’aula del Parlamento europeo così parla: “Il generale Trofimov, ex vicecapo dei servizi segreti Psb, avrebbe detto a Litvinenko: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb tra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo lì”. Litvinenko ha riferito questa informazione a Mario Scaramella, della commissione Guzzanti”. Diciamo subito che rendono bene quelle due parole: commissione Guzzanti, che è la versione più esatta. Ma quelle affermazioni finiscono in una bolla di sapone, in quanto non sono per niente controllabili, tanto più che il generale Trofimov è stato ammazzato a fucilate un anno prima, per cui gli si può mettere in bocca qualsiasi cosa. Finita in una bolla si sapone la questione aperta dall’euroscettico Batten all’europarlamento, la vicenda passa sotto silenzio in Italia in quanto la campagna elettorale è in pieno svolgimento e, inoltre, è arrivata troppo tardi per la commissione Mitrokhin. Non, però, per la “commissione Guzzanti”, che pensa bene di passare la notizia, guarda un po’, al Giornale!

Prima di arrivare al clou della faccenda il duo Scaramella-Guzzanti non è certo rimasto con le mani in mano. In sintesi Scaramella si inventa, tra l’altro, anche un presunto attentato alla vita di Guzzanti il rosso, mettendo nel calderone quattro poveracci ucraini che nei loro viaggi settimanali avrebbero fatto traffico di materiale bellico, che peraltro ha fornito proprio Scaramella all’insaputa di quelli. Peccato che verrà ascoltata la sua telefonata che concordava cosa dovevano fare i quattro incopevoli all’oscuro della trama. Il processo ai quattro finirà con la loro assoluzione. Quanto all’ex agente del Kgb Alexandr Litvinenko, costui, in una intervista a Repubblica, afferma di non aver mai fatto il nome di Prodi, in quanto assolutamente non a conoscenza dei fatti. Però qualche tempo dopo viene ripreso da una telecamera, mentre il “consulente” Scaramella gli pone delle domande fuori campo. Domande molto particolari, insistite fino a quando Litvinenko dice la famosa frase lungamente aspettata dal duo: “Prodi è un nostro uomo”, cosa che gli disse uno, morto, al quale glielo aveva riferito un altro, pure questo morto.

E adesso arriviamo al bello. Il primo novembre 2006 Mario Scaramella ha un appuntamento con l’ex del Kgb Alexandr Litvinenko per un pranza presso Itsu, un ristorante di sushi a Piccadilly, Londra. Scaramella, da sua stessa dichiarazione, non mangia nulla, e beve solamente acqua nel corso dell’incontro. Incontro che non dura molto, e Scaramella se ne va. Qualche ora dopo Litvinenko comincia a sentirsi male. Ricoverato, gli viene riscontrata una intossicazione di polonio-210, un isotopo radioattivo del polonio. Nelle prime ore del ricovero Litvinenko sospetta Scaramella di averlo avvelenato. Successivamente accusa il presidente russo Vladimir Putin, prima di morire il 23 novembre. Piccola annotazione logica. Ma uno che va a pranzo, e poi non mangia niente e se ne va poco dopo, e più tardi l’altro si sente male, non è piuttosto sospetto? Il movente c’era pure da parte di Scaramella: eliminare un testimone scomodo che avrebbe potuto testimoniare.

Dopo che è apparsa su Repubblica una intervista all’altro ex agente del Kgb Euvgenij Limarev, nella quale costui descrive una attività di intelligence collaterale alla commissione proseguita anche dopo la chiusura della stessa per cercare informazioni su presunti collegamenti tra il Kgb ed esponenti del centrosinistra, tra cui il premier Romano Prodi, il vicepremier Massimo D’Alema e il ministro Alfonso Peciraro Scanio, affermando anche di aver incontrato Guzzanti, il 28 novembre il ministro dell’Interno Giuliano Amato apre una indagine sulla attività della commissione, chiedendo ai vertici di polizia, carabinieri e Sisde di verificare “in tempi brevi l’esistenza di ogni documento in possesso di questi organismi circa l’attività della commissione Mitrokhin e l’eventuale utilizzazione di personale delle forze di polizia e Sisde in attività della commissione o in altro modo a essa collegato”.

Guzzanti il rosso ovviamente smentisce: “Non ho mai voluto incontrare né Limarev né Litvinenko. Plaudo all’iniziativa di Amato, così potrò denunciare per calunnia coloro che hanno osato infangarmi. Non esiste ne è mai esistita alcuna struttura legale o illegale”. Interpreta la “bugia di Limarev sull’incontro con me come il tentativo di far credere che la Mitrokhin fosse una sorte di servizio deviato. Un complotto da comunismo panslavo”. E al Copaco ci andrà, “ma da accusatore, non accusato”. La verità è sua, il falso degli altri. Peccato per lui che il 30 novembre escano sul Corriere della Sera le intercettazioni telefoniche dalle quali emerge che le indagini di Guzzanti il rosso era volte a dimostrare che Romano Prodi e il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio erano agenti del Kgb, e di questo abbiamo già anche descritto la conversazione, e che il presidente della Regione Campania aveva assegnato appalti a cooperative rosse legate alla camorra.

E Scaramella? Visto che le cose si stanno complicando, si fa ricoverare il primo dicembre all’University College Hospital di Londra, lo stesso dove è stato Litvinenko, per sospetta contaminazione da polonio. Un precedente test alcuni giorni prima era risultato negativo. Inizialmente Scaramella nega di essere contaminato, e annuncia: “Sono in possesso di video su politici italiani”. Ma il 3 dicembre lui e Guzzanti il rosso affermano che la dose di polonio trovata nel corpo dello stesso Scaramella è tale da ucciderlo, nientemeno che 5 volte la quantità su Litvinenko. Guzzanti il rosso così riferisce alla Reuters: “Hanno anche detto che, per quel che è noto, nessuno potrebbe mai sopravvivere a questo veleno, perciò è molto improbabile che ci riesca”. Secondo le autorità inglesi, però, Scaramella non è mai stato in pericolo di vita. Appena tre giorni dopo le dichiarazioni di Guzzanti il rosso Scaramella viene dimesso dall’University College Hospital, poiché gli ultimi esami non hanno rilevato alcuna traccia di avvelenamento. Un’altra bufala. Ma lui, imperterrito, continua a dire che “è in possesso di video su politici italiani”.

Il 24 dicembre Scaramella torna in Italia, ma al suo arrivo all’aeroporto di Capodichino a Napoli viene arrestato dalla Digos della Questura di Roma su ordine della Procura di Roma. E’ accusato di traffico illegale di armi, violazione del segreto d’ufficio e calunnia aggravata e continuata. Il 27 dicembre viene sottoposto per sei ore ad interrogatorio di garanzia dal sostituto procuratore di Roma Pietro Saviotti. Dalle prime indagini emerge che Scaramella aveva una rete di informatori che comprendeva poliziotti, agenti della polizia penitenziaria e due uomini della Cia, tra cui Robert Seldon Lady, ex capocentro dell’Agenzia a Milano, coinvolto anche nel sequestro dell’iman egiziano Abu Omar nel febbraio 2003. Il “consulente” finisce così nel carcere di Regina Coeli. Del famoso “video su politici italiani” neppure l’ombra.

L’11 gennaio 2007 Repubblica pubblica ampi stralci di un file trovato in uno dei computer di Mario Scaramella, scritto nello scorso settembre 2006. E’ la continuazione di una campagna di diffamazione nei confronti di Prodi e il suo staff (Luciano Segre, Alessandro Ovi, Stefano Manservisi, Daniela Flamini, Marco Vignudelli), il generale Giuseppe Cucchi (ora direttore del Cesis), i magistrati di Milano Armando Spataro e Guido Salvini, i due giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo. Nel contempo presenta Paolo Guzzanti, Mario Scaramella, Nicolò Pollari e Marco Mancini (freschi ex n. 1 e 2 del Sismi), come obiettivi dell’intelligence militare russa. Secondo Scaramella la fonte di queste notizie sarebbe l’ex Kgb Euvgenij Limarev. Questi, interpellato, nega: “Non sono io la fonte. Ma non mi stupisco. E’ l’ennesima fabbricazione di Mario Scaramella. Se domani associassero il mio nome a un dossier sulla morte di Pinochet, non mi stupirei”. Ora Limarev, consulente del “consulente”, non vuole più a che fare con Scaramella. Dopo aver visto Silvio Berlusconi abbracciare a Mosca Vladimir Putin aveva pronunciato: “Ci hanno fregato!”.

Ma il file non contiene solo le false notizie su Prodi a gli altri, ma anche le istruzioni su cosa devono dire i suoi consulenti russi. Non devono dire cosa sanno, ma quello che vuole Scaramella. Vladimir Ivanidze, coinvolto da Scaramella nel suo file, così commenta: “Se l’autore di questo testo è Mario Scaramella, non dovrebbe essere in una prigione, ma in un ospedale psichiatrico”. Mario Scaramella, il “consulente” di Paolo Guzzanti il rosso, quello che dovrebbe stare, giustamente, in un ospedale psichiatrico, il 21 giugno 2007, dopo sei mesi di carcere, viene ammesso agli arresti domiciliari. Nel frattempo i capi di accusa contro di lui sono più che aumentati. Nell’ottobre 2007 la Prima sezione penale della Cassazione respinge, perché inammissibile, il ricorso di Scaramella contro gli arresti domiciliari, ritenendo che esistano “grossi indizi di colpevolezza” nei suoi confronti.

Finisce così, diciamo, la commissione Mitrokhin. Si può riepilogare come quanto scritto dal quotidiano E-Polis Roma: “Dal 2001 al 2006 è stata costituita una commissione parlamentare d’inchiesta, presiduta dal senatore di FI Paolo Guzzanti, allo scopo di dimostrare che i leader del centrosinistra, da Romano Prodi a Massimo D’Alema e Piero Fassino, avevano avuto rapporti con il Kgb sovietico. Questa commissione parlamentare d’inchiesta si è avvalsa dell’ausilio di 47 collaboratrori, scelti dal centro destra tra pensionati dei servizi segreti italiani o ex appartenenti, tra i quali compare il nome di Mario Scaramella, che svolgeva una attività a favore dell’onorevole Berlusconi tesa a screditare l’attuale presidente del Consiglio. E non è tutto, oltre alla commissione Mitrokhin, un’altra commissione aveva pressoché lo stesso scopo: quella sull’affare Telekom Serbia”. Noi possiamo aggiungere che è stato uno sperpero, negli anni, di ingenti risorse pubbliche, non per cercare la verità, ma per altro, come dice anche Andreotti, uno che la sa lunga: “Mah, a un certo punto ho capito che l’unico obiettivo della destra era incastrare qualche politico del centrosinistra, in particolare Prodi e Dini. Il bilancio della commissione Mitrokhin è stato deludente. Non si capiva pià un’acca. Abbiamo convocato capi dei servizi, personaggi di tutti i tipi. Una sfilata di modelli che neanche alla settimana della moda…”.

Lasciata alle spalle anche la bufala della commissione Mitrokhon, torniamo finalmente alla Banca Rasini, o meglio, alla Banca Popolare di Lodi. Nell’estate del 2004 la banca olandese ABN Ambro chiede alla Banca d’Italia l’autorizzazione per salire dal 12,6% al 20% nella quota di capitale detenuto in Banca Antoniana Popolare Veneta, così da diventarne il maggior azionista. Nello stesso periodo la banca spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, BBVA, detiene il 15% del capitale della Banca Nazionale del Lavoro, BNL. Il 14 febbraio 2005 la Banca Popolare di Lodi, BPL, riceve il permesso dalla Banca d’Italia per salire fino al 15% del capitale di Antonveneta.

Il 29 marzo 2006 la BBVA lancia una Offerta Pubblica di Acquisto, OPA, per la maggioranza delle azioni della BNL. Il 30 marzo è la volta della ABN Amro a lanciare una OPA su Antonveneta. Il 29 aprile è il turno della BPL a lanciare un’Offerta Pubblica di Scambio, OPS, su Antonveneta. Questo perché la BPL sì e trovata già dal 14 febbraio ad aver assunto il controllo della Antonveneta con il suo 15% più altre ditte, quali Fingruppo, Gp Finanziaria, Unipol e Magiste, raggiungendo la quota del 52%. Si segnala in questi movimenti la posizione del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio: lentissimo a concedere le autorizzazioni alle banche estere, velocissimo a concederle alla BPL come pure alla Unipol. Infatti quest’ultima vuole a sua volta la BNL, e per questo il 19 luglio lancerà un’OPA.

Il 2 maggio 2005 la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata dell’Antonveneta. Il reato ipotizzato è aggiotaggio, cioè che si sta cercando di influenzare il prezzo delle azioni della Antonveneta attraverso la diffusione di notizie false. Quindici giorni dopo vengono iscritte nel registro degli indagati 23 persone, tra le quali Giampiero Fiorani ed Emilio Gnutti. Questi è proprietario di Fingruppo, Gp Finanziaria e Hopa, in cui il cav. Silvio Berlusconi ha una partecipazione attraverso Mediaset e Fininvest. In seguito alle indagini, l’8 giugno il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amministrazione di Antonveneta. Il 23 giugno la BPL combia denominazione e diventa Banca Popolare Italiana – Banca Popolare di Lodi. Ora sarebbe BPI, ma noi la continueremo a chiamare BPL.

Il 12 luglio Fiorani viene iscritto nel registro degli indagati anche alla procura di Roma. Tre giorni dopo nel registro ci finisce anche Francesco Frasca, responsabile della vigilanza presso Bankitalia. I pm che lavorano sul fascicolo romano sui movimenti del settore bancario sono Perla Lori e Achille Toro. Il 25 luglio i titolari dell’inchiesta milanese, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, dispongono il sequestro delle azioni Antonveneta detenute da BPL e dai concertisti alleati Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, i Lonati e Danilo Coppola. Ricucci, proprietario di Magiste, è coinvolto anche nella alquanto poco pulita scalata, mancata, a RCS, ovvero al Corriere della Sera. Ovviamente smentito, ma dietro c’era l’occhio del cav. Silvio Berlusconi, che verso RCS ha voglie antiche. Il decreto di sequestro fa menzione di alcune intercettazioni che coinvolgono Fazio e Fiorani, che per i pm sono la prova che la scalata era stata illegalmente pianificata. Il 2 agosto il Gip Clementina Forleo convalida il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti e notifica anche la misura interdittiva nei confronti di Giampiero Fiorani e del direttore Gianfranco Boni.

Per una partita da 8 miliardi di euro che coinvolge Ue, governi e governatori di mezza Europa, quello che esce dalle intercettazioni sta tutto in una dichiarazione, sempre sentita al telefono, di Stefano Ricucci: “Stamo a fa i furbetti del quartierino”. Sono le ore 00,12 del 12 luglio 2005 quando il governatore Antonio Fazio decide di telefonare a Giampiero Fiorani: “Ti ho svegliato?”, domanda. Fiorani: “No, no”. Fazio: “Allora, ho appena messo la firma, eh”. Malgrado l’ora, Fiorani non sa come ringraziare: “Ah…Tonino, io sono commosso, con la pelle d’oca. Gurda…ti darei un bacio in questo momento sulla fronte, ma non posso farlo. ..So quanto hai sofferto, credimi…prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi…Io non volevo che il nostro rapporto personale fosse tale da influenzarti in qualunque cosa, il rapporto era tuo, solo tuo e di questo il Paese oltre a Giampiero ti saranno per sempre grati”. E’ notevole anche il rapporto che ha Fiorani con la signora Fazio, Maria Cristina Rosati, al punto che la chiama “tesoro”, e lei “Ginpi”, oltre ad adularlo: “Tu sei l’aquilone. Devi volare alto” mentre stanno parlando di un versamentodi 5 mila euro di beneficenza per i legionari di Cristo, nelle cui file milita la signora. E ancora Fazio che invita Fiorani in via Nazionale “per verificare alcune cose”, ma ad entrare “come al solito dal retro”.

Il 29 luglio l’Associazione per i diritti degli Utenti e Consumatori, Aduc, ricorda che in passato sono già stati accertati dalle autorità competenti, per vicende analoghe, violazioni identiche a quelli di cui oggi è accusato Fiorani. Rivela che la Consob ha accertato che la BPL , tramite la controllata Banca Mercantile Italiana (allora diretta da Fiorani), diede mandato a una società svizzera, la Summa s.a., e per essa sig. Cerea Giovanni, di acquistare il 50,1% di azioni della Banca Popolare di Crema, BPC. Le azioni, grazie ai finanziamenti di due banche straniere, la SBS di Lugano e la UBS di Londra, garantiti dalla BPL, vengono acquistate in tre trance fino a raggiungere, il 31/12/1997, il 34,32% del pacchetto azionario di BPC. La Consob ha documentalmente accertato, e questo nel 2002, non secoli fa, che Fiorani dava gli ordini di acquisto e di vendita, ma mai la titolarità di questi titoli è stata comunicata né alle Autorità competenti né nei bilanci sociali. L’Aduc sottilinea come l’attuale governatore della Banca d’Italia abbia deciso di avere rapporti amicali con un banchiere nonostante fosse a conoscenza che lo stesso avesse in passato commesso violazioni proprio nel settore nel quale egli, in teoria, dovrebbe vigilare. Noi non ci stupiamo, Fazio è uno, come la moglie, molto religioso. E’ proprio da quelli molto religiosi che bisogna guardarsi. Anche i mafiosi. d’altronde, lo sono.

Dopo le intercettazioni, pubblicate da Repubblica e Corriere, la bufera investe il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Rchieste di dimissioni arrivano dall’opposizione, mentre il governo tergiversa. Il ministro dell’Economia Siniscalco vorrebbe effettivamente che Fazio se ne andasse, in quanto, come detto ai colleghi del governo nella riunione del consiglio dei ministri del 4 agosto, l’Unione europea è preoccupata, gli occhi dei nostri partner sono su di noi, come conferma pure il portavoce del commissario Ue al Mercato Interno, Oliver Drawes. Ma nella riunione, come precisato dal leghista Maroni, “non sono stati avanzati atti di accusa contro Fazio”. Insomma, la posizione del governo, non di Siniscalco, è di lasciare le cose come sono. La Lega in particolare è molto affezionata ad Antonio Fazio, da quando aveva data la sua autorizzazione a Fiorani per il salvataggio da parte della BPL della Credieuronord, banca leghista sull’orlo del fallimento.

Il 16 settembre Giampiero Fiorani si dimette dalla carica di amministratore delegato della BPL, dopo una nuova ipotesi di reato a suo carico. Oltre che aggiotaggio, insider trading e ostacolo alla attività di vigilanza della Consob, ora Fiorani deve rispondere anche di falsa dichiarazione a pubblico ufficiale, falso in bilancio, falso prospetto. Il 22 settembre il ministro Siniscalco, vista la posizione poco decisionista del governo, si dimette per protesta. Il 29 settembre filtra la notizia che il governatore della Banca d’Italia è indagato, sin dai primi di agosto, dalla procura di Roma per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta Antonveneta. Il 6 dicembre l’intero Cda, il comitato esecutivo e i sindaci di BPL vengono indagati per aggiotaggio sui titoli di banca. Il 7 dicembre Giovanni Consorte, ad della compagnia di assicurazione Unipol, viene iscritto nel registro degli indagati per aver partecipato al rastrellamento delle azioni Antonveneta per conto di Fiorani.

Il 13 dicembre 2005, con l’ulteriore accusa di associazione a delinquere, viene arrestato a Milano Giampiero Fiorani. Arrestati anche Gianfranco Boni, ex direttore finanziario di BPL, e Silvano Spinelli, ex dirigente sempre di BPL. Mandato di arresto per Fabio Massimo Conti e Paolo Marmont, gestori del fondo Victoria Eagle, con sede a Lugano ma registrato alle isole Cayman, coinvolto nelle operazioni di Fiorani. Conti è già in arresto, Marmont è in Svizzera. Lo stesso giorno viene indagato per aggiotaggio Vito Bonsignore, europarlamentare dell’Udc, imprenditore, proprietario di Gefip, società partecipante al concerto organizzato da Fiorani.. Unico politico al momento coinvolto nello scandalo. Il 15 dicembre Giovanni Consorte viene indagato dalla procura di Roma per aggiotaggio, manipolazione del mercato e ostacolo alla autorità di vigilanza, nell’ambito dell’inchiesta sulla scalata a BNL, dopo che la Consob ha accertato un patto sociale tra Unipol e Deutsche Bank.

Il 17 dicembre viene interrogato Giampiero Fiorani, e saltano fuori delle vere primizie. In un primo momento conferma la concessione di prestiti a condizioni agevolate ad esponenti politici di centrodestra per ottenere il salvataggio di Antonio Fazio. Tra le misure atte allo scopo, anche il salvataggio, già detto, della Credieuronord, la fallimentare banca leghista. Successivamente emergerà anche la concessione di denaro in contanti a esponenti politici di centrodestra, dei quali vedremo più avanti l’elenco. Quello che salta fuori nell’interrogatorio è l’ammissione di aumenti illeciti delle commissioni bancarie, altrettanto illegali sottrazioni di soldi da conti correnti di persone da poco defunte e addirittura raids nelle cassette di sicurezza. Il tutto per fare soldi allo scopo di acquisire Antonveneta.

Il 19 dicembre, in un sussulto di dignità, il governatore della Banca d’Italia Antonio, Tonino, Fazio, il cattolicisimo, rassegna le sue dimissioni dalla carica. Dimissioni che vengono accettate dal Consiglio Superiore della Banca Centrale il giorno dopo. Il 28 dicembre si dimette anche l’ad di Unipol Giovanni Consorte, causa l’allungarsi dei capi d’accusa nell’inchiesta. Consorte ha aiutato Fiorani nella illegale scalata all’Antonveneta, ricevendo vantaggi per l’acquisizione da parte di Unipol di BNL. Il 3 gennaio 2006, in seguito all’iscrizione nel registro degli indagati per una ipotesi di violazione del segreto d0ufficio presso la procura di Perugia, si dimette dalle inchieste OPA BNL, OPA Antonveneta e sui movimenti di azioni RCS, il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro.

Sempre il 3 gennaio 2006 gli olandesi di ABN Amro acquistano definitivamente il controllo di Antonveneta. Il 10 gennaio la Banca d’Italia, orfana di Fazio, blocca l’OPA di Unipol a BNL. Il 3 febbraio PNP Paribas acquista il 48% di BNL da Unipol e i suoi associati, e lancia un’ OPA sul totale del capitale azionario. Alla fine BNL passa a BNP Paribas, chiudendo così il risiko dell’acquisizione della banche.

Il 2 gennaio econo su “Il Giornale” di proprietà di Paolo Berlusconi, fratellino del cav. Silvio, ampi stralci di intercettazioni telefoniche tra Giovanni Consorte e il segretario dei Ds Piero Fassino, risalenti al luglio 2005. Tali intercettazioni erano risultate irrilevanti ai fini giudiziari, e non erano nemmeno state trascritte dalla magistratura, ma servono politicamente a Silvio Berlusconi, visto le prossime elezioni del 9 aprile. Il 12 gennaio il cav. Silvio Berlusconi va a Porta a porta, e allo schienante conduttore Bruno Vespa “rivela” di essere a conoscenza di fatti riguardanti l’implicazione dei Ds nella questione Unipol. Invitato più volte dagli esponenti dell’Unione presenti, il giorno dopo il cav. Berlusconi si reca alla procura di Roma, dove resta 30 minuti a colloquio con i magistrati. All’uscita dice di non aver parlato di fatti penalmente rilevanti, ma di essere venuto a conoscenza da Tarak Ben Ammar di un incontro tra i vertici delle Generali Assicurazioni e quelli dell’Unione, i quali avrebbero esercitato pressioni affinché Generali vendesse a Unipol la propria quota di BNL.

Il 18 gennaio viene sentito dai magistrati il presidente di Generali Antoine Bernheim, che smentisce categoricamente di aver ricevuto pressioni. Cosa smentita pure da parte di Tarak Ben Ammar: “mai io e Bernheim abbiamo detto al presidente del Consiglio che esponenti politici di sinistra o destra abbiano fatto pressioni”. Il 25 gennaio la procura di Roma chiede l’archiviazione del fascicolo, non avendo riscontrato fatti penalmente rilevanti alle dichiarazioni del cav. Berlusconi, come pure la non sussistenza dei presupposti per l’avviamento di un procedimento di calunnia nei confronti di quest’ultimo. Ma perché il cav. Berluscon, che anche stavolta ha mentito, ha voluto fare questa inutile furbata? Perché, come dice lui, “per prendersi una soddisfazione”. Cioè, andare lui stavolta a denunciare, non essere denunciato dagli altri. Solo che questa è stata solo una buffonata, mentre quando si è trattato di andare per rispondere alle accuse ha sempre cercato di evitare la cosa. Peccato che non abbia mai detto dove ha preso tutti quei soldi dei quali già abbiamo parlato.

Per quanto riguarda le intercettazioni pubblicate da “Il Giornale” non si è a conoscenza delle fonti che lo hanno permesso. Di intercettazioni sono abbastanza piene le pagine di diversi giornali, ma queste del giornale di famiglia sono un po’ particolari: non sono mai state trascritte dalla magistratura. Di conseguenza è come se non esistessero. In seguito all’ispezione ordinata dal Ministero della Giustizia, il dischetto contenente gli originali viene poi trovato ancora nella busta sigillata. Durante l’audizione parlamentare di un componente dei servizi segreti italiani, i parlamentari Ds hanno invitato i servizi ad astenersi da qualsiasi intervento che potesse condizionare l’esito della campagna elettorale. Pensate che i servizi abbiano accolto la richiesta? In fin dei conti è più che probabile che siano stati proprio i servizi a passare l’informazione,

Prima degli ultimi atti della Banca Popolare di Lodi, o Italiana, ecco l’elenco delle principali società dell’ex gruppo che Fiorani era riuscito a costituire a colpi di atti non proprio puliti.

Banca Popolare Italiana, Banca Popolare di Cremona, Banca Popolare di Crema, Banca Popolare di Mantova, Banco di Chiavari e della Riviera Ligure, Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno SpA, Banca Caripe, Bipielle ICT SpA, Bipielle Società di Gestione del Credito SpA, Banca Valori private banking, Bipielle Bank (Suisse) private banking, Efibanca banca d’affari, Bipitalia Ducato credito al consumo, Bipitalia Gestioni SGR risparmio gestito, Bipitalia Alternative SGR risparmio gestito, Finoa bancassicurazione, Bipielle Real Estate Immobiliare.

E questo è una parte dell’elenco dei prestiti elergiti da Fiorani al centrodestra. 2.126.697 di euro alle società Rocksoil, Stone, Consorzio Tre Esse, In.Te.Co., ecc., di Lunardi, quello che disse che “bisogna convivere con la mafia”; 65.000.000 di euro a Berlusconi e dintorni (30.000.000 al fratellino Paolo per pagare parte della multa per la discarica di Cerro, un fiume di soldi a Milan, Medusa, il Foglio (di Ferrara, ma di proprietà della signora Berlusconi) e Forza Italia). E poi 13.000 euro al ministro (?) leghista Calderoli; 300.000 al sottosegretario di Forza Italia Aldo Brancher; 200.000 al senatore di Forza Italia Romano Cominciali, lo “zio Romy” come era chiamato dai furbetti del quartierino; 300.000 a Ivo Tarolli, vicepresidente del gruppo Udc al Senato; 250.000 euro a Luigi Grillo, presidente della Commissione Lavori Pubblici di Forza Italia al Senato, ecc.

Vediamo ora come è finita la Banca Popolare di Lodi, o Italiana. Dopo che il 12 dicembre 2005 si erano dimessi tutti i consiglieri di amministrazione e il collegio sindacale, vengono cooptati in consiglio Divo Gronchi e Dino Piero Giarda, che poi diventano rispettivamente amministratore delegato e presidente di BPL. Ad ottobre 2006 vengono ceduti alla Banca Popolare Verona e Novara, BPVN, gli sportelli della Banca Popolare del Trentino, in cambio di altrettanti sportelli situati nel centro Italia. Il 13 dicembre 2006 l’Ad della BPL Divo Gronchi viene sospeso dall’esercizio delle sue funzioni su decisione del Cda presieduto dal presidente Dino Piero Giarda, in seguito ad una sentenza di 1° grado per il reato di concorso in bancarotta semplice relativo alla vicenda fallimentare Italcase-Bagglino-Bertelli. Il 20 gennaio 2007 l’assemblea ordinaria del soci di BPL presieduta dal presidente Giarda delibera a larga maggioranza di non revocare Divo Gronchi dalla carica di ad, reintegrandolo nel pieno delle sue funzioni. Il 10 marzo 2007 l’assemblea straordinaria a larghissima maggioranza delibera la fusione con il Banco Popolare di Verona e Novara. Dall’operazione nasce uno dei primi quattro gruppi bancari italiani, il Gruppo Banco Popolare. Il 9 giugno 2007 l’ultima assemblea ordinaria della Banca Popolare di Lodi, o Italiana, delibera di esercitare l’azione di responsabilità nei confronti di Giampiero Fiorani, Giovanni Benevento, Desiderio Zoncada, Francesco Ferrari e Osvaldo Savoldi (ex amministratori), nonché di Roberto Angelo Araldi e Aldino Quartieri (ex sindaci), per i fatti in danno della Banca accertati nel corso dell’indagine svolta sulla fallita scalata alla Banca Antonveneta. Finisce così, forse, la Banca Popolare di Lodi, poi Italiana per abbellire, degna prosecutrice delle malefatte della Banca Rasini.

L’ultimo dei furbetti del quartierino, Danilo Coppola, l’unico che fino ad ora se l’era cavata, il 1° marzo 2007 viene arrestato. Coppola, uso acircolare con i suoi revolver, e circondarsi di gente armata fino ai denti, considerato dal suo entourage un benefattore, ha la pessima abitudine di tenere rapporti societari con due personaggi: il calabrese Roberto Repaci, già segnalato dalla Guardia di Finanza quale commercialista dei Piromalli, potenti boss della ‘ndrangheta di Gioia Tauro, e Giampaolo Lucarelli, strettamente legato al boss della Magliana Enrico Nicoletti.

E Giampiero Fiorani? Dopo quattro mesi di cella, e due di arresti domiciliari, il 13 giugno 2006 Fiorani torna in libertà, ma con obbligo di non lasciare l’Italia e di firmare due volte alla settimana in Questura. Ritorna alle cronache per una intervista su Repubblica rilasciata il 14 luglio 2007, dove rilascia questa dichiarazione: “Con l’esperienza e le competenze che ho, mi vedo in una trasmissione utile a spiegare agli italiani come non farsi fregare dalle banche e dalle assicurazioni”. Non è male, vero? L’estate 2007 la passa folleggiando in Sardegna nelle discoteche più “in” in compagnia di vallette ed artisti di varia natura, con racconti di notti intime al Billionaire, il locale notturno di Flavio Briatore.

Ma la magistratura non si dimentica di lui. Il 27 settembre 2007 Giampiero Fiorani è rinviato a giudizio con Sergio Cagnotti e Cesare Geronzi per il crac del gruppo Cirio dal Gup di Roma Barbara Callari. L’ultima avventura tentata con nuovi amici, tra i quali il manager dei Vip Lele Mora, personaggio abbastanza disgustoso conosciuto nelle sue follie estive, è il tentivo di scalata della Banca del Titano di San Marino, una piccola banca a dispetto dal nome, un istituto in disgrazia, commissariato dopo tanti guai. A infrangere il sogno sono la Guardia di Finanza e la Procura di Milano. Finisce così, forse, anche la carriera di un degno prosecutore della gesta della Rasini. Pensiamo che dispiacerà molto al cav. Silvio Berlusconi perdere un amico di tale peso, che gli aveva inglobato la banca di papà Luigi.

Quello che segue ora è un po’ tutto collegato, a dimostrazione di quanto “fedeli” siano i servizi segreti italiani. Cominciamo con Renato Farina. Su Wikipedia sta scritto: “Renato Farina (Desio, 10 novembre 1954) è un giornalista e scrittore italiano”. Non lo giudichiamo come scrittore, in quanto non ci interessa quello che ha scritto. Ma come giornalista qualcosa ci sarebbe da dire, non ritenendo che l’appellativo di “giornalista” gli sia consono. Farina ha iniziato a scrivere su “Solidarietà”, poi sul settimanale “il Sabato”. Ospite fisso ai meeting di Comunione e Liberazione. In televisione è stato autore e conduttore de “L’Infarinata” su Raisat Extra, e consulente di Gad Lerner per il programma “L’Infedele”. E’ stato vicedirettore di Vittorio Feltri al “Giornale” e al “Resto del Carlino”. Fino all’ottobre 2006 è stato vicedirettore di “Libero”, che ha fondato, con Vittorio Feltri, nel luglio del 2000. Come si vede, Farina ha albergato, ed alberga tutt’oa, nelle macchine da guerra del clan berlusconiano. Infatti anche “Libero” appartiene all’armata del cav. Berlusconi.

Secondo lo stesso Farina, già dal 1999 faceva parte del Sismi. Nel giugno 2004 Nicolò Pollari, direttore del Sismi, gli dà, tramite il suo tuttofare Pio Pompa, l’ordine di recuperare da “Al Jazeera” le immagini dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, il mercenario. E’ in questa operazione che nasce il suo nome di codice: “Betulla”! In seguito, con il suo operato contribuisce alla liberazione della giornalista de “Il Manifesto” Giuliana Sgrena, tenuta prigioniera in Iraq dall’Organizzazione della Jihad islamica. Chiariamo subito che queste sono sue affermazioni. Per essere più chiari, le affermazioni di un megalomane. Renato Farina, per restare nell’ambiente Iraq, è quello che massacrò letteralmente il povero Enzo Baldoni appena rapito, scrivendo sulle colonne di Libero: “Gli esperti dell’Intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull’orlo dell’abisso. Non appaiono intorno all’italiano uomini armati o mascherati. Potrebbe essere una recita”. Chissà come, una settimana dopo si rifà descrivendo nei particolari, solo lui, unico, il barbaro assassinio di Enzo Baldoni. E senza mai chiedere scusa del precedente articolo. C’è da notare che nonostante Farina “conoscesse” i particolari della morte di Baldoni, il corpo di Enzo Baldoni non è mai stato recuperato. E per quanto riguarda la “liberazione” della Sgrena, ci risulta che ad agire sia stato il povero Nicola Calipari, rimasto ucciso dagli americani. Non è che è stato “Betulla” ad avvisarli che stavano arrivando?

Il 14 maggio 2006 Farina chiede al suo cronista Antonelli di procurargli un incontro con il pm di Milano Armando Spataro, che si sta occupando del caso Abu Omar. Il 22 maggio viene intercettato al telefono con Pio Pompa. Farina: “Senti Pio, domani alle cinque vedo Spataro per un’intervista”. Pompa: “Micidiale, benissimo…appena raggiungo il capo (Pollari, ndr) ti chiamo…e concordiamo un attimo”. Come dire: ci pensiamo noi a dirti le domande da fare a Spataro. Un’ora dopo, alle 13,26, telefonata tra Pompa e Pollari. Pollari: “Ma lui (Farina) sa cosa dire?. Pompa: “Sì, ma è il caso che si ripassi la lezione insieme a noi”.

Pio Pompa voleva che Farina facesse una falsa intervista a Spataro, con due obiettivi: capire se il Sismi fosse coinvolto nell’inchiesta su Abu Omar e depistare le indagini fornendo false informazioni. Le domande sono concordate con il Sismi, ma Betulla-Farina va subito al sodo, troppo alla lettera: “Il Sismi c’entra con Abu Omar?”. Come racconterà Antonelli, che è con lui,: “I primi dieci minuti sono stati un crescendo di tensione, anche perché Farina fece subito cenno a D’Ambruosio”. Operazione depistaggio. A quel punto Spataro dice: “Verbalizziamo”, e lui rivolto ad Antonelli: “Butta giù due appunti”. Così, senza saperlo, Antonelli compila una informativa per il Sismi. Infatti quegli appunti Antonelli li gira a Farina, che aggiunge di suo e poi li gira a Pompa, che a sua volta gira tutto a Pollari.

Il 26 maggio, ore 18,38, Pio Pompa telefona a Stefano Cingolani, direttore del “Riformista” che sta quasi per lasciare. Pompa: “Stefano…questi devono andare vaffanculo con la tua penna”. Cingolani: “Ma che dici?”. Pompa: “Gli Angelucci, tutti quanti, capito?”. Cingolani: “Si, sì”. Pompa chiede anche a Cingolani di redigere anche un documento per il Sismi: “Si tratterebbe di mettere su la tua penna per fare…che ti devo dire…dieci cartelle di alto profilo”. Cingolani tentenna: “devo vedere le mie figlie”, ma poi cede. In un’altra telefonata del 13 giugno, ore 14,00, Pompa, parlando del caso Abu Omar, racconta a Cingolani: “Esiste un documento della Commissione Europea firmato da Prodi che di fatto agevolava i voli e le rendition”. Cingolani, che sta per lasciare il Riformista: “Perché non la tiriamo fuori? Dai, facciamo l’ultima follia”. Non con il Riformista, ma la storia finisce invece sulle pagine di Libero, guardà un po’, che titola in prima pagina: “Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto Prodi”. Tanto per cambiare, un altro falso.

Il 6 luglio le notizie sui quotidiani parlano di un ufficio clandestino del Sismi, dove il funzionario Pio Pompa gestisce migliaia di dossier screditanti. Il direttore di Libero informa che Farina e Antonelli sono indagati. Il 7 luglio Farina viene interrogato: è indagato per favoreggiamento. Sono quasi 200 pagine per quello che verrà definito più che interrogatorio una psicanalisi, seduta autocoscienza, autoflagellazione e delirio di onnipotenza, alternati nella scia di un progressivo distacco dalla realtà. E’ lì che si viene a sapere che Farina è l’agente Betulla, stipendiato dal Sismi.

Alla fine dell’interrogatorio, segretato, arrivano i primi sms di solidarietà: da l’Opinione, dal Giornale, dallo stesso Feltri, che prevede che Farina scriverà le sue impressioni su Libero Cosa che infatti avviene. L’8 luglio appare sulle pagine di Libero la “confessione” di Betulla-Farina, rivolta direttamente a Feltri: “Confesso. Ho dato una mano ai nostri servizi segreti militari, il Sismi. Ho passato loro delle notizie, ne ho ricevute, ho cercato contatto persino con i terroristi, mettendo a disposizione le mie conoscenze, ma anche il mio corpaccione. Ho usato tutto, secondo me dentro i confini della legalità, di certo seguendo una scelta morale trepidante ma molto salda. Sono retorico, lo so. Mi sto costruendo un monumento, ma tanto mi hanno buttato giù preventivamente. Se avessi messo in giro la voce che ero una fonte del Kgb si sarebbe alzato un muro di garantismo. Stare dalla parte dei nostri, giocandosela, merita invece la fucilazione immediata. Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell’Islam contro l’Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici….La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure sul filo del rasoio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all’Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto”.

Che dire? Delirio di onnipotenza, tanto da paragonarsi a Papa Wojtyla. Roba da psicanalisi ma, soprattutto, balle, semplicemente balle! Ma persino umoristico quando dice che è andato vicino all’Iraq. Vicino all’Iraq, non in Iraq! Comunque, per sintetizzare, il 2 ottobre 2006 l’ordine dei giornalisti della Lombardia lo sospende per un anno per aver pubblicato notizie false in cambio di denaro dal Sismi. Già, Betulla, che tra l’altro ha una faccia che potrebbe anche sembrare paciosa, ma è semplicemente disgustosamente rivoltante, era pure stipendiato, oltre che prendersi anche lo stipendio da giornalista. “Giornalista” specializzato in notizie false, ovviamente a senso unico, e si può tranquillamente indovinare verso chi. Nel dicembre 2006 il sostituto procuratore di Milano ne chiede il rinvio a giudizio con altre 34 persone, nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’ex iman di Milano Abu Omar. 32 di esse sono accusate di concorso nel sequestro, Betulla-Farina (accusato di aver organizzato una falsa intervista con i magistrati al solo scopo di raccogliere informazioni sull’indagine) e i funzionari del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno. Sotto processo nel gennaio 2007, il 16 febbraio 2007 patteggia la pena, e viene condannato a sei mesi di reclusione. Pena immediatamente commutata in una multa di 6.800 euro.

Il 29 marzo 2007, su richiesta avanzata dal Procuratore generale della Repubblica di Milano, Renato Farina, detto Betulla, viene radiato dall’ordine dei giornalisti. Ma siccome da quelle parti il rispetto delle regole, e delle leggi, è piuttosto aleatorio, dal 30 marzo Betulla continua a collaborare con Libero nelle vesti di semplice opinionista. Il direttore Feltri dice che Farina avrebbe continuato a scrivere “per noi in base alla Costituzione che consente fino ad ora la libera espressione del pensiero”. Davvero umoristico, visto che la Costituzione non prevede che si scrivano notizie false contro l’opposta fazione. Comunque, per ridere, se Farina in codice era Betulla, sapete quale era quello di Pio Pompa, che già è comico di per sé? Pino De Santis. Pino e Betulla, che sottobosco!

Con quello che segue ritorniamo a parlare di Telecom, ma non Serbia. Stavolta è il caso dello spionaggio da parte della Security di Telecom, con alcuni personaggi già passati. Partiamo con un antefatto. Oliviero Dal Toso, dirigente della Coca Cola Italia, responsabile delle ricerche di mercato per l’Austria e la Svizzera, vede i suoi rapporti con la multinazionale deteriorarsi verso la fine degli anni ’90. Prima dequalificato, il 2 dicembre 1999 viene licenziato. Nel 2001, dopo aver portato il caso davanti alla giustizia, ottiene l’annullamento del provvedimento, e nel 2002 la dichiarazione di illegittimità del demansionamento. Nuova lettera di licenziamento nel 2003, e nuovo ricorso alla giustizia, questa volta civile. Durante il procedimento un altro dirigente della Coca Cola, Gianluca Carpiceci, rilascia alcune dichiarazioni che vengono contestate da Dal Toso, il quale denuncia Carpiceci per falsa testimonianza. Su Oliviero Dal Toso c’è un dossier illegale per screditarlo a tal punto da farlo passare per pedofilo, prodotto da una società di investigazione, la “Polis d’istinto” di un certo Emanuele Cipriani, proprio quello che avrà, anzi, ha già un ruolo nelle intercettazioni Telecom.

Il riferimento al caso Dal Toso è perché i dossier illegali dovrebbero, secondo legge, essere distrutti. Ma non è quello che vorrebbe sia il Dal Toso, sia il gip Salvini, il quale scrive: “Il dossier relativo a Dal Toso era presente nel dvd sequestrato a persona vicina a Cipriani e porta il numero di pratica Z0032300, e sarebbe stato pagato dalla Coca Cola 133 milioni di lire configurandosi quindi come un gravissimo episodio di sorveglianza illegale ed intimidazione collegata al discredito della vittima, anche se non necessariamente la società committente poteva essere al corrente dei metodi usati dagli uomini di Cipriani. Ne consegue che, come richiesto nella memoria di opposizione quale attività suppletiva di indagine, anche il dossier della Polis d’Istinto relativo al Dal Toso può illuminare i comportamenti successivi nei suoi confronti, considerando anche se il Carpiceci stava appena entrando in Coca Cola quando tale attività di spionaggio si era da poco esaurita, non può negarsi che, in una logica aziendale, un comportamento scorretto anche nel corso di un giudizio e di una normale causa di lavoro può ben spiegarsi anche con le scelte censurabili in precedenza”. Pertanto il gip Salvini si rivolge alla Consulta sollevando eccezione di costituzionalità. “Nessuno può garantire alla persona offesa che prima del sequestro dei dossier illegali un numero indefinito di copie, ad esempio dvd, non sia già stato fornito e possa prima o poi entrare in circolazione. Distruggendo anche la copia sequestrata, anche senza il consenso e anzi contro la volontà della persona offesa, questa è privata in molti e non prevedibili casi di un importante strumento di difesa”.

La Polis d’Istinto riesce ad essere implicata anche nel cosiddetto “Laziogate”. Qui, in occasione delle elezioni regionali del 2005, il 9 marzo 2005 c’è l’intrusione informatica all’anagrafe di Roma allo scopo di verificare le eventual firme false prodotte per presentare la lista di Alternativa Sociale della Alessandra Mussolini, staccatisi da Alleanza Nazionale. Mandante di questa operazione, che in verità non si è limitata alla verifica di falsi, li ha pure prodotti, è Francesco Storace, An. Ma, e qui entra in azione Emanuele Cipriani con la sua Polis d’Istinto, c’è pure lo spionaggio e la preparazione di dossier fasulli su Piero Marrazzo, dell’Unione, diretto rivale di Storace per la presidenza della Regione Lazio. Non servirà a niente, in quanto sarà Marrazzo ad essere eletto alla presidenza della Regione. A marzo 2007 vengono rinviati a giudizio con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico, Francesco Storace, il suo portavoce Accame, i collaboratori Nicola Santoro e Tiziana Perreca, Mirko Maceri di Laziomatica, l’investigatore Pierpaolo Pasqua e Vincenzo Piso di An.

In un altro filone sono indagati, con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico, favoreggiamento e violazione della legge elettorale, ancora Francesco Storace con altre nove persone. Tra queste Nicola Santoro e Vincenzo Piso, già visti sopra. Piso è anche il vicepresidente del consiglio comunale di Roma di An. Santoro, invece, ha la particolarità di essere figlio del magistrato della commissione elettorale presso la corte d’appello, quella che inizialmente aveva escluso dalle elezioni regionali la lista della Mussolini. Inizialmente, perché il successivo ricorso della Mussolini era stato poi accolto. Quello che si nota è la presenza dei fascistelli di An, loro tutti ligi e seri (a parole). Il processo avrebbe dovuto iniziare il 15 maggio 2007, ma ha subito diversi rinvii prima per l’unificazione dei due filoni d’unchiesta, poi per respingere, il 18 ottobre 2007, la richiesta di alcuni difensori di trasferire il procedimento a Perugia. Il processo resta a Roma. Intanto il 31 maggio è stata ammessa la costituzione di parte civile del Comune di Roma, della lista Alternativa Sociale (ma la Mussolini ha già fatto pace con i suoi “nemici”) e pure della Lait (ex Laziomatica). Legittimità di costituzione di parte civile confermata nell’udienza del 18 ottobre di cui sopra. E la Polis d’Istinto di Enanuele Cipriani? Con questo caso non fa che aumentare i suoi problemi giudiziari.

Quello che invece viene chiamato lo “Scandalo Telecom-Sismi” fa i suoi primi passi nel dicembre 2004 quando, nella perquisizione di una casa alla porte di Pavia, dove Giuliano Tavaroli vive con la famiglia, viene recuperato un fascio di carte riservate. Giuliano Tavaroli è il responsabile della Security della Telecon, alle dirette dipendenze del presidente Marco Tronchetti Provera. In quei documenti sequestrati ci sono gli organigrammi riservati dell’Autorità nazionale per la sicurezza, del ministero della Difesa, del Viminale, di Cesis, Sismi, Sisde, Arma dei carabinieri, Direzione investigativa antimafia (Dia), Ros, ministero dell’Economia, ministero degli Esteri, della Presidenza del Consiglio, dell’amministrazione della Camera dei deputati. Provenienza di queste carte? “I servizi”.

Per la magistratura la custodia di tali documenti, come il fatto che possono essere stati passati dal Sismi, in sé non vuol dire molto. Ma “il dato diventa sorprendente” se viene accertato che Telecom e Sismi si scambiano gli stessi cellulari. Almeno 10 telefoni (3 Nokia, 3 Sony, 4 Samsung) cambiano di mano tra il 2005 e il 2006. Per un periodo funzionano con schede intestate al ministero della Difesa. Qualche tempo dopo due di questi cellulari “vengono utilizzati con schede un uso ai vertici della Security Telecom e Tim: Giuliano Tavaroli e Giacomo Bove; un terzo e un quarto al numero due del Sismi Marco Mancini, che per aumentare la protezione delle sue conversazioni usa anche una scheda svizzera. Su questa utenza, che nella rubrica di Tavaroli viene annotata come “tortellino”, soprannome di Mancini, chiama il responsabile della Security Telecom, ma chiama soprattutto Emanuele Cipriani.

Quando il 30 marzo del 2006, durante il suo primo interrogatorio, Cipriani viene invitato a dare qualche spiegazione per questi contatti, così dichiara: “Erano telefonate a un amico che vedo raramente. Ci si incontrava al casello di Firenze nord, quando Mancini scendeva dalla Romagna a Roma. Così, per comodità e per il piacere di mangiare un panino con la cotoletta”. Non si può certo dire che i pm abbiano preso bene le affermazioni di Cipriani, anche perché loro hanno dei dati. Cipriani ha chiamato con una regolarità ossessiva Mancini per almeno 547 volte su una delle sue utenze, e almeno 833 volte su un’altra. Per i pm “neppure due appassionati amanti si sentono con tale frequenza. I contatti devono avere una spiegazione professionale”.

Un anno prima, il 10 maggio 2005, era già stata interrogata una dipendente della Polis d’Istinto, dato che il caso delle intercettazioni abusive è ormai scoppiato. Ecco quello che racconta la donna ai magistrati: “Pirelli era uno dei nostri migliori clienti, e i mandati erano eseguiti regolarmente, anche se c’era una sproporzione tra il lavoro in concreto svolto e i compensi richiesti in cambio”. La dipendente parla di di due società che fanno capo a Cipriani: la Sistem Group e una società estera, la Worldwide consultans security. Su quest’ultima società la donna afferma: “…le fatture della Wcs indirizzate alla Pirelli venivano compilate da Emanuele negli uffici della Polis di sabato, quando eravamo chiusi, e conservati su un disco rigido estraibile, conservato in una cassaforte, di cui solo lui aveva le chiavi”. Le fatture cenivano compilate dalla donna una volta al mese. “Una volta stampate le fatture, Cipriani si occupava personalmente di recapitarle al commercialista di Milano (Marcello Gualtieri), perché questo, secondo modalità a me sconosciute, le spedisse a Londra dove materialmente poi venivano ritrasmesse alla Pirelli, perché ufficialmente risultasse la provenienza dall’estero. A quanto mi risulta i pagamenti delle fatture avvenivano estero su estero. Il conto della Wca era infatti all’estero. Cipriani mi parlava delle isole Vergini”. Ma la vera anomalia era che, secondo la donna, Cipriani veniva pagato senza mai svolgere alcuna operazione: “Non mi risulta che Cipriani svolgesse alcuna attività, né che tali attività venissero svolte da altri”.

Piuttosto divertente l’ultima affermazione, tanto più che i compensi a Cipriani da parte della Pirelli-Telecom, per fare “niente”, sono stati più o meno 14 milioni di euro, con un giro che ricorda molto quanto già scritto: il denaro da Londra va a Montecarlo, poi Svizzera, indi Lussemburgo in un conto della Deutsche Bank, intestato alla Plus venture management, società off shore con base nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche.Uno dei tanti misteri che poco a poco, grazie a testimonianze diverse, saltano fuori. Un articolo di Repubblica del 23 maggio 2006 riporta che praticamente sono stati intercettati tutti. Il numero varia da “decine e decine di migliaia” a “i file sono centomila”.

La banda Tavaroli-Cipriani-Mancini, che tra l’altro sono amici di vecchia data, dalla gioventù, ha spiato l’intera classe dirigente, politica, economica, finanziaria del Paese. Tavaroli, ex ufficiale della sezione Anticrimine dei Carabinieri di Milano passato poi alla sicurezza di Pirelli-Telecom, ha spiato persino il suo diretto datore di lavoro, Marco Tronchetti Provera, e gli affari di sua moglie Afef. E stato lo stesso Tronchetti Provera a chiederlo? Tra le altre scoperte, un foglietto in cui era scritto di un patto sottoscritto da Bossi, Berlusconi e Tremonti dove il primo giurava fedeltà assoluta dopo la concessione da parte di Berlusconi di 70 miliardi di lire. Non la riteniamo una grande scoperta, La cosa era stata riportata persino dai giornali all’epoca. Fu poco prima della elezioni del 2001, dopo che Bossi aveva imperversato con accuse a tutto campo verso Berlusconi, definito più volte “il mafioso di Arcore”. Fu un accordo con vil denaro firmato, tra l’altro, davanti ad un notaio.

A questo punto necessita parlare di Adamo Bove. Bove è un ex poliziotto della Dia, ex commissario capo della Polizia di Stato dal 1995 al 1998, poi diventato nel 1999 responsabile della funzione Security governance di Tim.Adamo Bove non è indiziato, come invece falsamente è stata messa la voce in giro, Bove da mesi è il referente degli investigatori della polizia postale. Sta indagando, per quello che si sa, su almeno due filoni: lo scandalo Telecom e il commercio delle intercettazioni telefoniche, e il sequestro di Abu Omar, con sullo sfondo di entrambi i servizi segreti. Dal 25 novembre 2005 , con la disposizione numero 11, Tronchetti Provera in persona gli ha tolto l’incarico di rispondere alle richieste della magistratura, creando un apposito “Servizio per l’autorità giudiziaria”, Sag. Dal 10 febbraio 2006 l’amministratore Carlo Buora ha affidato tutta la Security a Gustavo Bracco, lasciando a Bove solo i controlli anti-frode, il sistema Radar. Ed è usando il sistema Radar che Bove riesce a rispondere in 24 ore alle richieste firmate dai pm Spataro e Pomarici. Senza avvisare nessuno, nemmeno i manager Pirelli, anche se la gerarchia aziendale gli avrebbe imposto di passare tutto al Sag.

Ma qualcuno deve aver subdorato qualcosa. Tra l’altro il nuovo capo della Security Bracco è solo un pro forma in quanto, anche se formalmente dimesso, ma in realtà autosospeso, Giuliano Tavaroli continua a fare il bello e il brutto, mantenendo lo stipendio di manager Pirelli in Romania e persino di “consulente strategico antiterrorismo”. Nonostante sia già indagato, è ancora raccomandato, secondo la sua stessa azienza, da Gianni Letta, braccio destro del cav. Berlusconi al governo. Ma torniamo a Adamo Bove.

Adamo Bove deve controllare, su richiesta della Digos, quattro cellulari: tre appartengono ai primi 007 italiani (Mancini, Pollari, Pompa), il quarto è intestato alla Pirelli. E’ il telefonino di Tiziano Casali, capo da anni della scorta di Marco Tronchetti Provera. Bove è l’unico, in tutto il gruppo, a conoscere questo segreto. Nel maggio 2006 riceve una telefonata dal responsabile, di facciata, della Security Gustavo Bracco. Questi vuole sapere da Bove a chi appartengono i quattro cellulari che la Digos gli ha chiesto di controllare. Bove si rifiuta di rivelarlo e, mentre Bracco insiste, registra la conversazione. Bracco chiede quale magistrato abbia chiesto quei tabulati telefonici, e l’altro risponde con una mezza verità: “pm che indagano sul terrorismo islamico”, senza mai citare il Sismi. Bracco vorrebbe sapere almeno il nome del dipendente Pirelli, ma Bove ripete: “Non posso dirlo”. Ma alle insistenze del capo della Security rilascia un’altra mezza verità: “Dico solo che non è un top mamager. Non mi chieda di più, altrimenti finiamo entranbi nei guai”.

Bove è convinto di esserla cavata, ed è certo di vincere lo scontro in atto nell’azienda tra lui e Fabio Ghioni. Ghioni occupa, a partire dal 2002, un posto chiave nella Telecom di Tronchetti Provera. Difende i server dagli attacchi dei pirati del web, e attacca a sua volta i computer di quelli che considera nenici della multinazionale: giornalisti, manager, compagnie telefoniche concorrenti come Vodafone, come pure le industrie di pneumatici che possono in qualche modo dare fastidio alla Pirelli di Tronchetti. Per fare questo Ghioni ha formato un gruppo autodenomitatosi “Tiger Team”. E’ il fiore all’occhiello dell’azienda il Tiger Team; un sistema di sicurezza privata trasformata in un esercito di spie in grado di fornire informazioni su chiunque interessasse alla compagnia telefonica o al suo proprietario. Una macchina da guerra di attività illegali, ed un vero pericolo per Adamo Bove, che ancora non sa.

Pochi giorni dopo il colloquio telefonico registrato da Bove succede l’imprevedibile: il Garante accusa Telecom di spiare i tabulati con accessi informatici anonimi. L’azienda risponde con una indagine interna (audit), e a guidarla sarà proprio Fabio Ghioni. Il 7 giugno questi consegna il risultato: è tutta colpa di Radar, ovvero Adamo Bove. Lo stesso giorno Ghioni soffia il nome di Bove ad almeno due giornali, e pure al Sismi. A quel punto Bove si sente mancare la terra sotto i piedi. Mentre il 5 luglio viene arrestato Marco Mancini, che esce accusando il suo superiore, il generale Pollari, per la questione Abu Omar, che vedremo meglio piu avanti, Adamo Bove viene pedinato da due “giovani balestrati, che si facevano notare per intimidirlo”. Testimonia il padre: “Una notte, esasperato, me ne ha mostrato uno appostato sotto casa”. Il 21 luglio 2006 Adamo Bove vola dal cavalcavia che porta al Vomero, a Napoli. Alcuni testimoni affermano di averlo visto cadere, ma nessuno lo ha visto lanciarsi. Il padre Vincenzo accusa, in una lettera a Telecom: “Mio figlio è stato isolato e condannato da quegli stessi dirigenti, espressi dalla gestione Tronchetti al pari di Tavaroli, che hanno affidato l’audit a uno come Ghioni”. Per la magistratura è suicidio. La registrazione del colloquio telefonico tra Bove e Bracco salta fuori solo dopo oltre un anno quando, nel settembre 2007, un pm apre personalmente una chiavetta informatica sequestrata già nel 2005 nell’ufficio di Tavaroli scoprendo un nuovo archivio illegale. Sarà per coincidenza, o per quanto contenuto in quell’archivio, ma proprio allora la Polizia postale ricontrolla il registratore di Bove e scopre il colloquio. Questo viene fatto trascrivere dal pm Pietro Saviotti, per poi proseguirlo a Napoli, dove la Procura sta indagando sulla morte di Adamo Bove per “istigazione al suicidio”.

Dopo la morte di Adamo Bove, che resta pur sempre misteriosa, tanto che qualcuno pensa che sia stato “suicidato”, che è poi il metodo dei servizi segreti, il caso Telecom esplode. Il 20 settembre 2006, i pm milanesi emettono 21 ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla rivelazione di segreti d’ufficio. Finiscono in carcere Stefano Bilancetta, Fabio Bresciani, Moreno Bolognesi, Emanuele Cipriani, Alessia Cocomello, Gregorio Dovile, Antonio Galante, Marcello Gualtieri, Pierguido Iezzi, Giorgio Serreli, Antonio Michele Spagnuolo, Giuliano Tavaroli, Paolo Tilli, Spartaco Vezzi, Francesco Marella, Andrea Gianluca Magrassi, Cristiano Martin e Santi Nicita. Arresti dociliari per Rolando Bidini, Giovanni Nuzzi e Nicolò Maria Fabrizio Rizzo, Evita il carcere Marco Bernardini, investigatore privato, per aver ammesso subito i lavori fatti per conto della Telecom.

Di questi nomi Nicolò Rizzo è un ex sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri; Fabio Bresciani appartiene alla Polizia di Stato; Stefano Bilancetta alla squadra mobile della Questura di Firenze; Alessia Cocomello in servizio opressoUpg Questura di Prato; Giorgio Serrali è un ex ufficiale superiore della Guardia di Finanza; Gregorio Dovile è brigadiere effettivo dei Carabinieri al Centro operativo della Dia a Firenze; Antonio Michele Spagnuolo è un assistente di Ps in congedo dal 26/4/2006; Giovanni Nuzzi è ufficiale di Pg in servizio presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze. Davvero “bei” servitori dello Stato!

Tra gennaio e il 22 marzo 2007 Giuliano Tavaroli riceve altri tre ordini di custodia cautelare, anche se già in carcere. I provvedimenti di arresto colpiscono, il 18 gennaio, anche Fabio Ghioni. I capi di imputazione comprendono i reati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto d’ufficio, appropriazione indebita, falso, favoreggiamento e riciclaggio.

Il primo giugno 2007 vengono concessi gli arresti domiciliari a Giuliano Tavaroli e a Marco Mancini. Il 5 novembre sono arrestati a Milano tre tecnici del Tiger Team: Roberto Preatoni (figlio del magnate Ernesto Preatoni), Alfredo Melloni (al secondo arresto per la stessa vicenda) e Angelo Iannone (ex maresciallo dei Ros dei Carabinieri, appartenente alla divisione brasiliana di Telecom). Sono accusati a vario titolo di intercettazione telematica abusiva, appropriazione indebita e associazione a delinquere finalizzata all’illecita acquisizioni di informazioni. L’arresto dei tre è principalmente in relazione a un’altra vicenda di spionaggio internazionale ai danni dell’agenzia investigativa Kroll e Tim Brasil.

Finisce cosi lo scandalo Telecom-Sismi, processi a parte, sulla quale vicenda ovviamente non abbiamo riportato tutto, come d’altronde nei precedenti episodi, altrimenti sarebbe stato molto lungo. Del Sismi parleremo tra poco, ma una domanda ci assilla. Giuliano Tavaroli rispondeva solo a Tronchetti Provera. E’ possibile che il signor Marco Tronchetti Provera, che tra l’altro teneva un conto segreto, il conto “Oro”, nella sede monegasca della Banca del Gottardo, come testimoniato da un ex funzionario della stessa banca, non sapesse proprio nulla delle attività illegali del suo dipendente diretto, tanto più che tale attività era attiva dal 1997?

Prima di passare al Sismi, ecco una breve storiella, a dimostrazione che qualcuno deve divertirsi molto in queste occasioni. Il 29 settembre 2006 parte dal ministero dell’Economia un esposto che mette in moto la procura della Repubblica di Milano. Partono 250 perquisizioni in tutta Italia presso i domicili dei sospettati e in diversi uffici pubblici. 130 persone sarebbero coinvolte. Perché? Perché si è scoperto che Romano Prodi e sua moglie Flavia Franzoni da due anni erano spiati (non sarebbe una novità, in sè), e in almeno 128 volte i controlli illegali riguardavano i conti in banca del premier. Per la verità anche altri sono stati controllati, ma solo per poche volte.. Persino il cav. Silvio Berlusconi, un paio di volte. I giorni in cui maggiormente ci sono stati questi controlli sono stati quelli del 21-24 novembre 2005, 22 gennaio 2006, 30 marzo 2006 fino all’8 aprile. Proprio i giorni precedenti le elezioni. C’è da rilevare che i dati di Prodi sono finiti a un giornale di Reggio Emilia che, però, prima di pubblicare, ha chiesto informazioni allo stesso Prodi. Poi, chissà com’è, è finito sul giornale di famiglia, che ovviamente si è ben guardato di informarsi a sua volta. Quella riportata è la notizia che Prodi ha usufruito del condono nel lascito dei beni ai figli. Dato che il giornale di famiglia rimarca questo, praticamente ammette che quel condono era stato fatto proprio per il cav. Silvio Berlusconi. E’ logico che anche altri, e non solo Prodi, abbiano approfittato. Ma il clan deve usare la notizia, illegittima, per un solo uso: elezioni. E d’altronde chi si è inserito doveva avere qualche interesse, tanto più che per l’entrata all’anagrafe fiscale era necessaria una autorizzazione. Certo che la privacy in Italia ha una vita molto dura.

Il Sismi. E’ la sigla che identifica il “Servizio per le Identificazioni e la Sicurezza Militare”. La sua sede principale, quella più conosciuta, è il cosidetto Forte Braschi a Roma, in via Nazionale 230. Il suo motto è “arcana intellego”. Il Sismi dipende direttamente dal Ministero della Difesa, al quale compete di stabilirne l’orientamento, curarne l’attività sulla base delle direttive del Presidente del Consiglio e nominare, su parere conforme del Ciis, il Direttore del Servizio e i suoi diretti collaboratori. E’ chiamato ad assolvere tutti i compiti informativi e di sicurezza per la difesa sul piano militare, dell’indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Svolge compiti di controspionaggio, comunica al Ministro della Difesa e al Cesis tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate, le operazioni compiute e tutto ciò che attiene alla sua attività. Dal primo ottobre 2001 è direttore del servizio il generale Nicolò Pollari, che pare sia stato raccomandato nientemeno che dall’”agente” Betutta-Farina, secondo sue stesse affermazioni.

Come si vede, ci sono vari compiti per il Sismi, e per tali compiti è la presidenza del Consiglio che dà le direttive tramite il Ministero della Difesa.Quali direttive abbia dato le possiamo vedere in alcuni episodi nei cinque anni del governo di destra. Scartiamo subito il caso Telecom-Sismi, che abbiamo appena descritto, e andiamo subito al cosidetto “Nigergate”.

Nigergate è il nome dato ad una inchiesta svolta dai giornalisti Carlo Bonini e Giusppe D’Avanzo di Repubblica. Verso la metà del 2002 l’amministrazione Bush asseriva che Saddam Hussein era venuto in possesso di uranio e altri materiali, sì da poter costruire una bomba nucleare. Una inchiesta di Judith Miller, con Michael Gordon, appare l’8 settembre 2002 sul New York Times, e parla di tubi in alluminio che Saddam Hussein si sarebbe procurato per fabbricare armi atomiche. Già parlare di tubi in alluminio dovrebbe pure far pensare un pochino, ma Bush e compagnia questo non lo fanno. Anzi, nei mesi successivi ricevono pure documenti che provano acquisti di uranio in Niger. Il 28 gennaio 2003 George W. Bush annuncia ufficialmente che il governo inglese è in possesso delle prove che confermano la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa. Il povero Colin Powell arriverà persino a mostrare all’Onu modellini di camion pieni di queste armi per dimostrare quanto sopra.

Questo è la versione diciamo ufficiale, ma come si è giunti effettivamente a queste conclusioni? E’ Rocco Martino l’uomo, diciamo così, della provvidenza. Costui, ex agente, definito poi dai giornali come un carabiniere fallito in cerca di denaro, nel 2000 decide di approfittare delle difficoltà francesi in Niger. In quel Paese, infatti, aveva avuto inizio un traffico di uranio clandestino del quale non si riusciva a trovare l’acquirente ultimo. Martino entra in contatto con elementi dell’ambasciata del Niger, dai quali ottiene carta intestata e timbri. Con queste carte Rocco Martino realizza un falso protocollo d’intesa tra Niger e Iraq sull’uranio, che poi vende ai francesi. Questi, però, riconoscono subito l’inattendibilità del documento e abbandonano questa pista.

Con l’arrivo di Nicolò Pollari a direttore del Sismi, Rocco Martino viene richiamato in servizio, portandosi dietro il documento sul traffico di uranio. Tale documento viene consegnato dallo stesso Martino, durante un suo viaggio a Londra, al MI6, mentre da parte sua il Sismi passa il fascicolo a Greg Thielmann della Cia. Qui passa da una scrivania all’altra, con molti analisti che risconoscono l’inconsistenza della storia. Nonostante questo nasce un dossier che afferma l’esistenza di un accordio tra Niger e Iraq per la fornitura di 500 tonnellate di uranio all’anno. Il dossier viene subito contestato, perché le miniere nigeriano non sono capaci di produrre più di 300 tonnellate all’anno. Il direttore della Cia Georges Tenet decide comunque di non ignorare il documento, ma la diffidenza di molti lo fa di nuovo accantonare.

Il 9 settembre 2002, combinazione il giorno dopo l’apparizione sul New York Times dell’inchiesta di Judith Miller sui tubi di alluminio, Nicolò Pollari, dopo che nei giorni precedenti aveva preso contatti con il Ministero della Difesa americano, incontra il vicesegretario di Condoleeza Rice, Stephen Hadley. Hadley mette in relazione i due avvenimenti, e l’11 settembre 2002 chiede alla Cia di utilizzare l’informazione di Martino nel discordo di Bush. La Cia acconsente, anche se ribadisce la debolezza dell’impianto.. Pochi giorni dopo, il 24 settembre, Tony Blair annuncia di essere in possesso di un dossier secondo il quale l’Iraq si era dotato di strumenti per fabbricare atrmi di distruzione di massa. Il 22 novembre le autorità francesi trasmettono a quelle statunitensi le informazioni acquisite, da fonti proprie, sul sospetto acquisto di uranio in Niger. Allegato l’avvertimento che le stesse non erano sicure, e non era in loro possesso alcuna prova di un acquisto di uranio da parte dell’Iraq.

Ma c’è ancora una curiosa aggiunta al caso del Nigergate. Tempo prima, il falso documento di Martino e il dossier della Cia finiscono per essere oggetto di un servizio sul settimanale Mondatori “Panorama”, il cui direttore Carlo Rossella, appartenente al pensiero del clan Berlusconi, di cui è buon amico, va a consegnare il dossier all’ambasciata Usa a Roma

Che dobbiamo dire di tutta la vicenda? Bush ha preso come scusa per intervenire in Iraq proprio quel falso documento, ben spalleggiato da Blair. Si sapeva, e lo si è provato, che non esistevano armi di distruzione di massa. Lo sapeva anche il Sismi, ma è stato complice. Pensate, risulta che il falso dossier era in possesso del Sismi dal 2000 (governo D’Alema), ma era stato archiviato perché ritenuto inattendibile. Il Sismi di Pollari, governo Berlusconi, invece lo ha mandato avanti. Pensare che il cav. Berlusconi non ne fosse stato informato fa un po’ ridere, come fa ridere che non sapesse il suo amicone Gianni Letta, ma sappiamo che da quelle parti sono come le tre scimiette: non vedo, non sento, non parlo, di chiara estrazione mafiosa.

Caso Abu Omar. Hassam Mustafa Osama Nasr, noto come Abu Omar, iman di Milano, viene sequestrato il 17 febbraio 2003 a Milano dalla Cia. Trasportato presso la base di Aviano, dove già lì viene sottoposto a torture, viene poi trasferito in Egitto dove viene recluso, interrogato e sottoposto a torture e sevizie. Dopo circa un anno sta per essere liberato, ma l’operazione viene interrotta perché Omar, telefonando alla famiglia in Italia, e raccontando delle torture, avrebbe violato un patto di riservatezza accettato per essere rilasciato. Viene liberato una seconda volta nel febbraio 2007, e denuncia le violenze subite esprimento la volontà di tornare in Italia, anche se lì lo attende un ordine di arresto. Ma le autorità egiziane gli avrebbero vietato l’espatrio. Secondo le sue dichiarazioni, Abu Omar ha rifiutato un accordo con la Cia che prevedeva 2 milioni di dollari e la cittadinanza per lui e la sua famiglia in cambio del silenzio sulla sua vicenda.

Il fatto è che il rapimento di Abu Omar è avvenuto con la complicità di agenti italiani, del Sismi. I procuratori aggiunti di Milano Armando Spataro e Ferdinando Pomarici hanno rinviato a giudizio 26 agenti della Cia, tra i quali il capocentro di Roma e referente per l’Italia della Cia fino al 2003 Jeffrey W. Castelli, e il capocentro di Milano Robert Seldon Lady, e i vertici del Sismi, il generale Nicolò Pollari e il suo secondo Marco Mancini, e i capocentro Raffaele Di troia, Luciano Di Gregori e Giuseppe Corra. Diciamo subito che ci sono ben poche possibilità che i 26 agenti della Cia possano essere processati in Italia. Anzi, proprio non lo saranno. Ma il punto è un altro. Come sempre dal governo arriva la negazione di aver ricoperto alcun ruolo nella vicenda. Ovviamente Pollari non ha mai comunicato niente, e il cav. Berlusconi resta immancabilmente all’oscuro di tutto. Sarebbe stato necessario, allora, sbattere fuori subito il generale Pollari per mancato riferimento alle autorità competenti, ovvero il governo.

E veniamo all’ultimo caso che riguarda il Sismi, quello che possiamo chiamare “L’archivio segreto di Via Nazionale”. Ai primi di luglio del 2006, mentre la Procura di Milano sta indagando sul caso Abu Omar, viene rinvenuto, nella sede del Sismi in via Nazionale, nell’ufficio di Pio Pompa, un archivio segreto. La Procura di Milano dispone l’esame tecnico dell’archivio poi, qualche mese dopo, nel 2007, passa la documentazione alla Procura di Roma. Ma cosa contiene quell’archivio segreto?

Quell’archivio consiste in centinaia di dossier preparati dal funzionario del Sismi Pio Pompa (nome in codice Pino, amico di Betulla), relativi a giornalisti, magistrati e politici di centrosinistra. Cosa comune al controllati? Essere ritenute “nemici del centrodestra”. L’archivio contiene pure materiale per operazioni contro potenziali avversari politici del centrodestra, piani di occupazione della pubblica amministrazione e degli organi di sicurezza legati al governo, promemoria sui sequestri degli ostaggi italiani in Iraq, materiale relativo a crisi internazionali in Africa e nell’Est Europa. L’archivio sarebbe stato realizzato utilizzando informazioni riservate ottenute da persone introdotte nelle procure, nelle Forze Armate, nella pubblica amministrazione e negli organi di stampa (vedi Betulla/Farina). Secondo gli inquirenti, l’archivio serviva per effettuare una vera e propria campagna di disinformazione ai danni delle personalità pubbliche oggetto di spionaggio. Lo stesso Pompa ammette che il direttore Pollari era informato in ogni momento del procedere dell’attività di spionaggio condotta sui magistrati ritenuti “ostili” a Silvio Berlusconi.

Ovviamente un bel po’ di carte riguardano Romano Prodi. Poi c’è pure Vincenzo Visco, e numerosi esponenti politici, ovviamente anche qui di centrosinistra. Altri documenti riguardano giornalisti (Bonini e D’Avanzo di Repubblica, per esempio), altri magistrati. Interessante il dossier sul “Braccio armato”, o “supporter d’attacco”: un gruppo di magistrati capitanati, nientemeno, da Francesco Saverio Borrelli, l’ex capo del pool “Mani pulite” nell’omonima inchiesta. E poi quello che è apparso dopo le prime indagini. Dall’insediamento di Pollari, 2001, al vertice del Sismi è stata avviata una attività sistematica di sostituzioni (“bonifica”) degli uomini ritenuti non fidati nella struttura di Palazzo Chigi, e di “epurazione” della pubblica amministrazione, con l’inserimento di persone direttamente rispondenti ai nuovi vertici del servizio ed a esse assolutamente leali.

Dal giugno 2007 Pio Pompa e l’ormai ex direttore Nicolò Pollari, dimessosi il 20 novembre 2006, sono indagati dalla procura di Roma con l’accusa di peculato e possesso abusivo di informazione riservate. Pompa è accusato di trattamento illecito di dati personali sensibili, procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, possesso ingiustificato di documenti e cose atte a fornire notizie concernenti la sicurezza dello Stato.

Il 26 giugno 2007 Pio Pompa è stato sottoposto a perquisizione. Nella sua auto viene trovata copia informatica dell’enorme mole di dati, articoli e dossier che costituiscono l’archivio. Il 3 luglio viene interrogato e, umoristicamente, dice di aver ottenuto le proprie informazioni da fonti pubbliche. Il 4 luglio il Consiglio Superiore della Magistratura interviene accusando il Sismi dell’attività di spionaggio, portando avanti “una attività estranea ai compiti dei servizi fatta per intimidire e far perdere credibilità” ai magistrati. Il Csm accusa il Sismi non solo della raccolta di materiale informatico sui magistrati, ma anche di averne seguito gli spostamenti e di averne spiato la posta elettronica, allo scopo di intralciare le indagini dei magistrati stessi, sorvegliarli, intimidirli e screditarli, utilizzando anche mezzi di informazioni compiacenti. Secondo il Csm i magistrati delle Procure di Milano, Torino, Roma e Palermo sono state oggetto di spionaggio e schedatura. Sorvegliati anche vari consiglieri dell’Associazione Nazionale Magistrati, oltre a 47 giudici italiani e 156 giudici di diversi Paese europei.

Vista la piega delle cose, viene avanzata, da parte del ministro della Giustizia Clemente Mastella, la proposta di creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso. E’ piuttosto difficile, purtroppo, che vedrà mai la luce. Pollari dichiara di voler raccontare la propria versione dei fatti, ma a suo dire ne è impedito per via del segreto di stato. Il 11 luglio il governo ribadisce che sulla vicenda non è mai stato apposto alcun segreto di stato. Nonostante ciò, il 17 luglio Nicolò Pollari, interrogato dal Copaco, fornisce ben pochi elementi conoscitivi sulla questione. Anzi, riesce persino a mentire asserendo che l’ufficio, illegale, era attivo solo dal 2004. Invece era attivo subito dopo il suo arrivo, dal 2001.

E cosa ne dice della questione il cav. Silvio Berlusconi? “Non sapevo nulla, ma i dossier sequestrati non hanno nulla di illecito”. Una dichiarazione che non poteva essere diversa: lui non sa mai niente! Lui è sempre all’oscuro di tutto! Peccato che i magistrati non la pensino proprio cosi, ma lo sappiamo, i magistrati… Ma tant’è, non c’è proprio da stupirsi. Quelli hanno deciso di controllare i suoi “nemici” solo per uno smisurato amore verso la sua persona, senza mai dirgli niente, facendo tutto da soli. Cerchiamo di essere seri!

Dal 21 novembre 2006 è direttore del Sismi l’ammiraglio Bruno Branciforte. Il generale Pollari il 25 gennaio 2007 è stato nominato dal governo Consigliere di Stato a Palazzo Chigi (incarico ricoperto a partire dal 9 febbraio), con il conferimento di un importante incarico speciale alle dirette dipendenze del presidente del Consiglio. A prima vista sembra una decisione piuttosto scema ma, a pensarci bene, proprio scema non lo è. Dove mandare uno che potrebbe nuovamente fare i propri maneggi? Non certamente a qualche altro incarico non controllato. Allora bene ha fatto Romano Prodi a prenderselo vicino, cosi da poterlo controllare.

Il 1° agosto 2007 è approvata dalla commissione Affari costituzionali del Senato la nuova riforma dei servizi segreti. La riforma definisce le nuove norme da applicarsi all’operato degli agenti segreti, garantisce nuovi poteri al Copaco, che ha la facoltà di abolire il segreto di Stato, cambia la voce “servizio” con quella di “agenzia”, sostituendo i nomi identificati di Sismi, Sisde e Cesis con “Agenzia informazioni e sicurezza esterna”, Aise, “Agenzia informazioni e sicurezza interna”, Aisi, e “Dipartimento delle informazioni per la sicurezza”, Dis. A questo punto non resta che sperare che sia la volta buona che i servizi segreti siano davvero al servizio dello Stato, e non contro lo Stato e a favore di qualcuno. La storia delle Repubblica italiana è costellata dalle imprese infelici dei nostri servizi, più occupati in qualche interesse particolare, che non a difendere l’Italia. Questi comportamenti poco “consomi” sono arrivati fino al 2006, dove abbiamo visto dove si può arrivare nell’interesse di qualcuno.

Abbiamo lasciato per ultimo la questione delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006. L’Unione ha vinto alla Camera per meno di 25 mila voti, e al Senato grazie agli elettori esteri. Il cav. Silvio Berlusconi ha subito gridato ai brogli, e continuerà a gridarlo per diverso tempo. Diciamo subito che per lo strano senso di democrazia che alberga in lui, per il cav. Silvio Berlusconi la vittoria è sempre sua, la sconfitta è sempre colpa dei brogli altrui. Il cavaliere è talmente ossessionato dai brogli (altrui) da formare l’esercito del “Legionari azzurri”, un esercito di 121 mila militanti di Forza Italia. Con quale compito? Presidiare i seggi con in tasca un librettino di otto pagine intitolato: “I difensori del voto”. Già, perché la sinistra ha i “professionisti” dei brogli, mentre loro, per forza di cose, sono gli “ingenui”. Sarà per il fatto che sono tanto ingenui che i legionari azzurri sono coordinati dall’avvocato Cesare Previti, che certamente non si può certo definire ingenuo (vedi la Casati Stampa).

La nuova legge elettorale, definita da uno dei suoi stessi autori, il leghista Calderoli, “una porcata”, e perciò portata avanti come “porcellum”, viene approvata il 14 dicembre 2005. Da annotare solo la dichiarazione del cav. Silvio Berlusconi nell’occasione: “Finalmente una legge democratica”. Sicuro: una “porcata” democratica. Il 29 dicembre viene approvato il decreto legge che prevede, proposto dal ministro per le innovazioni Lucio Stanca, l’utilizzo del voto, pardon, scrutinio elettronico su circa 12 mila seggi. Altri decreti inerenti il 3 gennaio 2006 e il 23 gennaio (2 nello stesso giorno). Per la nomina degli operatori informatici i decreti del 21 e 29 marzo e, persino, del 10 aprile 2006 (per l’integrazione degli elenchi).

Quali sono le aziende alle quali è stato assegnato, a vario titolo, il servizio del voto automatizzato? Telecom Italia, che gestisce la fetta maggiore del budget, fa da capocommessa e fornisce le linee per la trasmissione, come pure tutto l’hardweare; Eds, multinazionale Usa, che ha sviluppato il software e coordina gli operatori; l’Accenture, la più grande azienda di consulenza al mondo; infine l’Adecco, multinazione che, tramite una sua azienda, l’Ajjlon, provvede a fornire i 18 mila operatori informatici. Vedremo dopo di spiegare chi sono i partners del governo Berlusconi.

Diciamo subito che non vi è stato trattativa pubblica. L’assegnazione è avvenuta tramite trattativa privata, con le aziende scelte dal governo e dal ministro dell’Interno Pisanu. L’ineffabile ministro per l’Innovazione Lucio Stanca ha fatto in merito questa dichiarazione: “Il decreto legge n. 1 del2006 ha espressamente previsto che tale affidamento avvenga in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato, stante il brevissimo lasso di tempo disponibile prima della consulta elettorale; lo svolgimento delle procedure ordinarie sarebbe stato impossibile in tempi tanto ristretti”. E’ una dichiarazione alquanto umoristica in quanto, come è palesemente visibile, c’erano 5 anni davanti per fare tali leggi. Perché si è aspettato proprio all’ultimo momento? Una ipotesi potrebbe essere il nome del ministro: Stanca. Con un nome così sono comprensibili i tempi lentissimi. Ci sarebbe poi un’altra ipotesi, che è certamente la più seria: c’era bisogno di arrivare all’ultimo momento per avere la scusante della trattativa privata, per prendere le aziende che volevano. Ovviamente questa ipotesi prevede che ci sia stato qualche motivo sotto.

Vediamo ora chi sono le aziende prese dal governo con trattativa privata per “mancanza di tempo”. L’Adecco è una multinazionale del lavoro interinale. Non si può dire che la ditta incaricata, la Ajjlon, abbia pienamente soddisfatto a quanto richiesto: la fornitura e l’istruzione dei 18 mila per lo scrutino elettronico. Praticamente solo qualche ora, e non sempre, per mettere in grado il personale addetto di funzionare. Dovessimo dare un giudizio sarebbe mediocre.

L’Eds, che ha sviluppato il software, pare che non sia la Election Data Service che ha gestito il voto elettronico nelle elezioni americane, dove i brogli ci sono stati davvero, e in favore, di nuovo, di George Bush. L’Eds nello scrutinio elettronico italiano dovrebbe essere la Eletronic Data Sistem, della quale non si hanno notizie particolare. Ma un difettuccio la Eds Italia ce l’ha. Sul blog di Grillo è apparsa questa lettera: “Gentile Beppe Grillo, mi chiamo Antonio Puddu, sono l’amministratore di una piccola società informatica con sede in Sardegna, la Ales s.r.l. Nel 2001 abbiamo ideato una soluzione innovativa per lo “scrutinio elettronico”, che nel 2004 è stato sperimentato con la nostra collaborazione in 1500 sezioni elettorali. Nel 2005 ci ‘ stato “scippato” dalla Eds Italia Spa, una multinazionale alla quale avevamo venduto 2500 licenze per la sperimentazione del 2004. Un mese fa abbiamo citato Eds Italia in giudizio al tribunale di Roma, chiedendo risarcimento per i danni subiti dalla mia società che ammontano a 9 milioni di euro, e abbiamo diffidato il Ministero dell’Interno e il Ministerio dell’Innovazione dall’usare in una prossima sperimentazione un numero di licenze che superasse le 2500 da noi vendute. Infatti per la sperimentazione in occasione delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006 dovrebbero servirne circa 12.500. Distinti saluti. Antonio Puddu”. Non abbiamo notizie che i ministeri citati siano intervenuti.

L’Accenture, abbiamo detto, è la più grande azienda di consulenza mondiale. L’Accenture è, però, il nuovo nome assunto dalla Andersen Consulting dopo essere stata coinvolta nello scandalo Enron. Fattura 14 miliardi di dollari con le commesse del governo di George Bush. Ha sede fiscale nelle Isole Bermuda, ed è notoriamente legata al Partito repubblicano del quale è grande finanziatore. Ovvero: tu mi dai e io ti do. E’ accusata dai democratici americani, e da numerose inchieste di stampa, di aver fornito un database per le liste elettorale delle ultime presidenziali in Florida, dove sta il fratello Jeb, che decisero l’elezione di George Bush. Come si vede anche qui ricadiamo nei brogli americani in favore di Bush. A proposito del database c’è una testimonianza in merito molto interessante data da Clinton Eugene Curtis di fronte alla Commissione Parlamentare di Columbus, Ohio, proprio sulle irregolarità nelle elezioni presidenziali americane del 2004. Non la riportiamo per la lunghezza, ma la testimonianza conferma che con un programmino fatto apposta si può tranquillamente falsare qualunque elezione. Tra l’altro, uno dei dirigenti della Accenture Italia, che è ovviamente quella che fa il lavoro, si chiama Gianmario Pisanu, che altri non è che il figlio del ministro dell’Interno, quello che si occupa proprio delle elezioni, Giuseppe Pisanu. Questo si chiamerebbe conflitto di interessi.

Quanto alla Telecom ne abbiamo parlato diffusamente poco sopra. Ed infatti è proprio “quella” Telecom che fa da capocommessa nella gestione dello scrutinio automatizzato. Ma è ancora più interessante sapere chi si occupa direttamente dei lavori: Giuliano Tavaroli, Emanuele Cipriani e Marco Mancini, noti come esperti nella fabbricazione di falsi. Aggiungiamo, inoltre, che dagli Usa è arrivato a dare una mano al cav. Silvio Berlusconi come consigliere elettorale Karl Rove, prestato gentilmente da George Bush, dato che Rove è il consigliere elettore suo. Una presenza nefasta.

Veniamo ai sondaggi. Tutti i sondaggi effettuati, per legge, fino a 15 giorni prima delle elezioni erano concordi: vantaggio per l’Unione di 4-5 punti sul Polo. I bookmaker inglesi, che non hanno quei limiti, davano il centrodestra a 4-5, mentre il centrosinistra era dato praticamente alla pari. Per essere più chiari, con una vittoria del centrosinistra si recurerebbe solo quanto speso, mentre una vittoria del centrodestra farebbe guadagnare 4, 5 volte la posta. I primi exit poll della Nexus erano ancora meglio per il centrosinistra: forbici di 8-9-10 punti di vantaggio sul centrodestra. Dati che venivano confermati con gli exit pool sui voti effettivi.

Ad un certo punto succedono alcune cose strane. Tra le 17 e le 18,30 del 10 aprile 2006 c’è una inspiegabile ed incredibile assenza di dati. C’è da dire che trattandosi solo di mettere un voto sulla scheda, senza avere il problema dei voti individuali (lo scherzo della legge porcata: non si elegge nessuno, passano, secondo la percentuale partitica i candidati messi in lista dai partiti stessi), dovrebbe rendere lo scrutinio molto veloce. Questo viene affermato pure da Pisanu un po’ troppo impunemente, visto che in effetti lo scrutinio si protrae incredibilmente fino nella notte, al mattino dell’11. A metà pomeriggio del 10, quando l’Unione è sempre in netto vantaggio, Cicchitto di Forza Italia afferma a Rai3: “L’Italia è spaccata a metà”. Il leghista Castelli dice la stessa cosa al Tg4 alle 18,25. Hanno la palla di vetro?

Alle 19,06, per il Senato la Nexus dà l’Ulivo al 50% e il Polo al 49%, mentre i dati effettivi del Viminale vedono l’Ulivo al 51,30% e il Polo al 47,93%.Cosa è successo? Improvvisamente il direttore Fabrizio Masia della Nexus ha cambiato completamente l’andamento dei sondaggi, per poi arrivare ad una dichiarazione di resa. Come mai la Nexus, che gestiva i sondaggi e le proiezioni per la Rai, ha sbagliato sondaggi, exit pool, proiezioni, ma nel giro di poco tempo ha cambiato le carte in tavola fornendo proiezioni che danno Polo e Ulivo testa a testa, sovvertendo le sue stesse proiezioni e gli exit pool, senza dare uno straccio che sia uno straccio di spiegazioni? Gli exit pool possono anche sbagliare, come pure le proiezioni, ma diciamo che nel tempo ormai queste previsioni si sono molto affinate. Una proiezione su un 2-3% di voti può già essere determinante per il risultato finale, con al massimo piccole variazioni centesimali. Il sig. Masia non è riuscito, e neppure riuscirà, a dare una spiegazione plausibile ad un simile cambiamento. Non è che faceva l’utile idiota?

Quella che è successo è chiaramente mostrato dai grafici pubblicati sull’andamento delle elezioni dai dati ufficiali del Viminale. Il grafico del Senato mostra che dopo 2100 sezioni l’Unione è in vantaggio di 10 punti. Da quel momento le linee cominciano a scendere, per l’Unione, e a salire, per il Polo. Ma è l’anomalia della discesa/salita a saltare agli occhi: praticamente lineare, senza sbalzi che sarebbero logici, fino a che le linee si vanno a incrociare. Camera: 8 punti di vantaggio per l’Unione e andamento praticamente uguale al Senato, con le linee che arrivano quasi a toccarsi. Totalmente illogico, improbabile, per non dire impossibile.

E nella notte cosa succede? Mentre i dati che arrivano sembrano andare verso la parità tra le parti, l’ineffabile ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, che già si era offeso quando gli avevano fatto notare che c’era il figlio in una società che lo stesso governo aveva scelto, anziché stare al Viminale a vigilare sul voto, passa la notte nell’andare e venire dal suo sommo capo, il cav. Berlusconi. Per cosa non si sa, probabilmente perché il cavaliere voleva essere “informato”. Quando nella trasmissione “Che tempo che fa” il conduttore Fabio Fazio gli chiederà il perché di questo atteggiamento, riuscirà a dire, con la massima naturalezza, che era una cosa normale. Peccato che una cosa simile, un ministro dell’Interno che va a rapporto del suo presidente del consiglio durante le operazioni di voto, non si era proprio mai vista.

Sempre nella notte arriva una dichiarazione strana. Mentre ancora mancano all’appello i dati di alcune provincie e sezioni regionali, alle 2,45 Piero Fassino scende, con una faccia molto tesa, tra i giornalisti, annunciando che l’Unione ha vinto, sia al Senato che alla Camera. Una dichiarazione che sorprende molti, in particolare proprio nel centrosinistra. Si mormora che il comunicato sia stato fatto per far sapere qualcosa a qualcuno, per fermare qualcuno. In quel momento il vantaggio per l’Unione alla Camera è ridotto a soli 13 mila voti. Sarà o non sarà, ma si dà il caso che proprio da quel momento i voti per il centrosinistra riprendono a salire, fino ad arrivare a poco più di 25 mila. Alle 3,17 il Viminale annuncia che l’Ulivo ha vinto alla Camera per 25.224 voti. Aggiungiamoci un’altra voce corsa. Si dice che Pisanu sia stato pesantemente insultato dal cav. Berlusconi e dal suo più ristretto clan per quanto stava succedendo. Qualcosa vorrà pur dire.

Uno dei dati più interessanti è quello sui voti non validi. Per questi sono da intendere sia le schede nulle, sia le schede bianche. Le schede nulle sono diminuite del 44,20%. passando a 710.260 contro 1.272.915 del 2001. Si potrebbe dire che il fatto di votare solo il simbolo dovrebbe aver semplificato il voto. Ma il dato più sorprendente sono le schede bianche, calate nientemeno del 74,20%, passando da 1.707.269 del 2001 a 440.517 del 2006. La percentuale delle schede bianche alla Camera è dell’1,14&, al Senato dell’1,36%. Sono mediamente due terzi meno degli anni in cui si è votato con il maggioritario. Ancor meglio sapere che queste percentuali sono le più basse in assoluto di tutta la storia elettiva dell’Italia, con la sola eccezione dello 0,61% del 1948, ma solo per la Camera. Come è stato possibile? Una domanda che bisogna pur farsi, visto le percentuali delle elezioni del 2001, e quelle delle amministrative, subito tornate nella normalità, seguite poco dopo alle stesse politiche 2006. La cosa curiosa sono le percentuali regione per regione. Impressionante la linearità di queste percentuali, la cui media l’abbiamo appena vista, tanto da sembrare seriamente che più che il caso sia intervenuto un computer.

A proposito di computer, alcuni, seguendo in diretta i dati del Viminale il 10 su internet, hanno notato un fatto strano (come se fatti strani non ce ne siano già stati). Ogni volta che c’era un aggiornamento, circa ogni 10 minuti, a parte la fermata inesplicabile, il dato veniva corretto dopo pochissimi secondi, aumentando leggermente i voti al Polo. Ecco come: se l’aggiornamento passava da 16.500.000 voti a 17.100.000 per l’Unione, e da 16.000.000 a 16.600.000 per il Polo, dopo qualche secondo diventava 17.050.000 per l’Unione, e 16.650.000 per il Polo. Purtroppo è solo la parola di alcuni su internet, ma curiosamente la cosa ricorda neanche poco quanto dichiarato alla Commissione Parlamentare di Columbus da Clinton Eugene Curtis su un programmino fatto apposta per le elezioni Usa, che aumentava a piacimento, e ovviamente toglieva, ai candidati prescelti. Il tutto, però, ben nascosto.

Qualcun altro ha prospettato un’altra ipotesi. In questo caso non solo il programmino accennato potrebbe entrare in campo, ma il trio della Telecom. Si presuppone una commissione elettorale parallela. Al ministero i dati vengono convogliati su dei computer che li assemblano e li elaborano. Se l’ipotetica commissione segreta ha accesso a quei dati li può correggere come vuole, basta avere un programmino che operi come segue: se il dato della Casa delle Libertà scende sotto quello dell’Unione si inverte il risultato con le schede bianche, aumentando il dato di Forza Italia. Gli operatori ufficiali che trattano solo i dati parziali non hanno mai la completezza dei dati. Allo stesso modo, se trattano i dati totali non devono controllare i dati parziali. Qualcosa, però, e qui andiamo a quello già detto prima, deve essere andato male. O qualcuno si è tirato indietro, oppure il sistema era concepito per l’emergenza, scattata solo dopo aver visto il nettissimo vantaggio dell’Unione. A meno che non si sia pensato che il voto estero, non controllato, sarebbe andato a favore del Polo. Cosa non avvenuta, anzi, avvenuta al contrario. Ipotesi fantasiosa? Anche, però…

Collegato a quanto, c’è una testimonianza su “Liberazione” del 14/4/2006 di Luigi Crespi, ex sondaggista di Silvio Berlusconi, autore del famoso contratto con gli italiani ad uso dei polli, caduto in disgrazia con l’ex capo e coinvolto in un processo per bancarotta fraudolenta. Crespi vede una impressionante differenza tra i sondaggi e i risultati circa le preferenze dei Ds, dati al 20-21%, e invece crollati al 17,5%. Crespi nota questa anomalia, ma non si accorge di un’altra anomalia contrapposta. Forza Italia veniva data al 20-21%, invece ha preso il 23,7%.. Curiosamente, notiamo, la differenza tra i sondaggi e il dato reale tra i due parti è praticamente la stessa percentuale, che scende nei Ds e sale per Forza Italia. Crespi, comunque, non vuole pensare che ci siano stati brogli, ma ripete più volte che le cose non quadrano, e fa una affermazione sul Viminale: “ La notte del 10 ad un certo punto il numero totale dei seggi italiani forniti dal Viminale erano 8 di meno. Poi, dopo qualche minuto, sono tornati quelli di prima. Significa che quel sistema era accessibile”. Alla domanda se ritiene che ci possa essere stato un piccolo errore umano risponde: “Non lo so, dico solo che sono successe tante cose strane, quella notte”. Detto da uno che delle cose si intende queste, specie la prima, sono affermazioni molto gravi.

Per ultimo un fatterello particolare su come si è gestita tutta l’operazione delle elezioni del 9 e 10 aprile 2006. L’11 aprile il presidente Ciampi, che deve aver parlato con Pisanu, esce con un comunicato in cui si complimenta con tutti gli italiani “per la correttezza e la regolarità del voto”. Nonostante questo, il cav. Silvio Berlusconi continua a parlare di brogli e tira fuori che ci sono 48 mila schede contestate e non assegnate. Dato il numero, potrebbero ancora dare la vittoria al Polo. Quello che dovrebbe parlare, dire qualcosa in merito, Pisanu, tace. Pisanu tace dalla notte dello spoglio (ma con il cavaliere ha certamente parlato). Solo dopo tre giorni, il 14, il ministero dell’Interno rilascia un comunicato dove afferma che c’è stato “un errore materiale che, per alcune province, ha portato a sommare le schede contestate vere e proprie con le schede nulle o bianche”.. A fronte di ciò le schede contestate si riducono da 43.028 a 2.131 per la Camera, e da 39.822 a 3.135 per il Senato. Se ne sono accorti dopo 4 giorni! Se fossimo in un Paese serio il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu si sarebbe doverosamente dovuto dimettere, anche solo per quei pochi giorni che gli restavano. Purtroppo non siamo in un Paese serio.

A questo punto sarebbe da chiedersi: prove? Certamente nessuna. Enrico Deaglio è stato denunciato dalla magistratura per diffusione di notizie false. A parte che bisognava avere prove, ma perché quei magistrati non hanno denunciato anche il cav. Silvio Berlusconi con le stesse accuse? Indizi? Tanti, tantissimi. E’ vero, un indizio non è una prova, ma come ha detto proprio qualcuno del Polo, tanti indizi fanno una prova. Del resto, le stranezze di quanto sopra, la Telekom Serbia, il caso Mitrokhin, l’archivio segreto del Sismi e qualt’altro, non possono essere già di per sé una prova che quando sono in ballo gli interessi del cav. Silvio Berlusconi il suo clan non guarda in faccia a nessuno?

In conclusione siamo dell’opinione che quanto esposto, anche lungamente pur se sintetizzato, che il cav. Silvio Berlusconi non è un imprenditore, non è un industriale. Il cav. Berlusconi è solo un affarista, un avventuriero che ha sempre avuto bisogno di qualcuno che gli desse una manina. E quando questi qualcuno sono mancati (ma siamo davvero sicuri di ciò?) ha pensato bene di farsi gli affari propri entrando in politica, altrimenti, ammesso da lui stesso, sarebbe stato rovinato. Questa storia manca ancora di tanti altri particolari molto importanti ma, come si dice, questa è un’altra storia.

Però non si può fare a meno di finire con una domanda. La destra ha sprecato tempo e denaro pubblico per commissioni messe in piedi solo attaccare i rivali del centrosinistra, spargendo solo ed esclusivamente menzogne. Perché nessuno si prende la briga, anche bipartisan, da destra e da sinistra, di mettere in piedi una commissione che abbia lo scopo di sapere dove ha preso, o chi ha fornito tutti quei i soldi a Silvio Berlusconi? Sarebbero soldi spesi veramente bene!

Per quanto scritto, reperito da ricerche su internet, si ringrazia in modo particolare gli autori del libro “Gli affari del Presidente” Giovanni Ruggeri (purtroppo scomparso nel 2006) e Mario Guarino; Max Parisi e la Padania, quando sparava a zero contro “il mafioso di Arcore” (i pezzi in internet girano a bizzeffe); Wikipedia, i cui dati sono controllati con altre pubblicazioni. E poi, i siti del Ministero dell’Interno, i verbali delle commissioni parlamentari, il verbale dell’interrogazione parlamentare della Camera del 18/1/61, i verbali delle varie interrogazioni nelle inchieste della magistratura trovati su internet in siti vari, Repubblica, L’Espresso, Il Corriere, il Sole 24 ore, La Stampa, L’Unità, Il Giornale, Libero, Libertà e Giustizia, Rainew24, Diario, Mondodisotto, Altrestorie, Mercantedivenezia, Il Barbiere della Sera, Utenti.lycos, Fisicamente, Dagospia, Societàcivile, Pummarulella, Indymedia, Unoenessuno, Politicaonline, Primadinoi, Affari Italiani, Macchianera, Truffeallostatoitaliano, e tutti i siti in cui ci siamo imbattuti per caso, oltre doverosamente Forza Italia. Ma per cosa lo sappiamo noi.

(fonte)

Potrebbero interessare:



5 commenti su “L’impero economico di Berlusconi

  • angelo lance

    Non credo che Berlusconi abbia fatto tutti i soldi che ha in maniera netta 100%, ma neppure in maniera così romanzesca. Come mai tutti personaggi a Lui aggregati per tutti i malaffari descritti, sono in galera e Lui, nonostante 375 e più incursioni della finanza nelle sue ville , case,appartamenti e uffici di ogni genere, no. Tutti gli imperi economici nascondono sicuramente scheletri negli armadi ma
    come descritto mi sembra un pò troppo complicatamente romanzato. E’ poi strano che tutte le volte che Berlusconi si appresta a nuova attività politica salta su qualcuno che tira in ballo o il finanziamento iniziale, il decorso mafioso ,la P2 ecc. ecc.. E’ strano ma è così. E così ognuno copia l’altro e gli argomenti sono sempre gli stessi o meglio, il romanzo viene copiato e ricopiato ogni volta che fà comodo.

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Il post è stato qui riportato a marzo.
      Per quanto riguarda poi i rapporti assai poco trasparenti, l’origine di Forza Italia e il ruolo di mafia e P2, se vuole sbizzarrirsi c’è un altro post su questo blog. Costituito esclusivamente da citazioni da una richiesta di archiviazione del giudice Scarpinato: Lega Nord e Forza Italia: La mafia si scommette

  • Antonio.

    Guarda se sei antiberlusconiano hai molte buone ragioni,ma parlare di brogli nel 2006 è sbagliato da entrambe le parti.
    Le elezioni del 2006 furono regolari.

      • Antonio Bigoni

        Ok,il fatto è che quella dei brogli alle elezioni del 2006 era una bufala.
        Il fatto che se ne parli ancora fa si che ci siano molte persone che se la credono.
        Per dire Deaglio tra le altre cose scriveva che era sospetto che all’inizio dello spoglio
        il CSX nel 2006 fosse al 54% ed il CDX al 45,5%,e che poi però il CSX sia sceso alla fine al 49,8% ed il
        CDX salito al 49,7%.
        Però in realtà non c’era nulla di strano,è sempre andata così.
        Perchè da sempre arrivano per primi i dati delle regioni rosse.
        Per dire alle europee del 2014 all’inizio dello spoglio il PD era al 44%,FI al 14% e la Lega al 5%.
        Poi però il PD calerà al 40,8%,FI salirà al 16,8% e la Lega al 6,2%.
        E non credo che nel 2014 Renzi si sia fatto imbrogliare dal CDX.

I commenti sono chiusi.