Camere di Commercio: altra norma incostituzionale


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Camere di Commercio e Pubblica Amministrazione nelle mani di Marianna Madia

La riforma delle Camere di Commercio in Italia. Norme incostituzionali e senza lo straccio di uno studio di impatto. Il prodotto di un Governo di incompetenti (nella migliore delle ipotesi).

È di pochi giorni fa una sentenza della Corte Costituzionale che, nel bocciare alcune norme della Regione Piemonte, ha di fatto bocciato anche la Legge 190/2014, la Legge di “riforma” delle Province.

In questo articolo è ben spiegato l’effetto rovinoso (seppure già ben conosciuto) della cosiddetta “riforma” delle Province.

Strade e scuole senza più alcuna manutenzione sono la parte evidente di una riforma devastante e senza alcuna pianificazione. L’impatto occupazionale è meno evidente, ma giusto perché per i media non costituisce notizia.

Renzi (che accusa altri di populismo) ha parlato alla “pancia” degli italiani. “Le Province non servono a niente”, “Pubblica Amministrazione brutta e cattiva”, “Si devono tagliare gli sprechi”, “Dipendenti pubblici=mangiapane a tradimento” eccetera.

Gli italiani si sono alzati in standing ovation. Adesso protestano se le strade “ex provinciali” sono come il groviera, se d’inverno sono impraticabili perché nessuno spala la neve e se le scuole cadono in testa ai nostri figli. È la bellezza dell’idiozia delle masse.

E tanto è vero che di “idiozia delle masse” si tratta che adesso gli italiani plaudono a un altro scempio: il soffocamento delle Camere di Commercio.

Stessi identici “refrain” governativi inculcati 24 ore su 24 dai media, tralasciando gli effetti. Ignorando l’impatto.

Proviamo a fare chiarezza.

Cominciamo col dire che CGIA Mestre ha valutato l’impatto recessivo dell’abbattimento di 400mln di Euro del Diritto Annuale: “a fronte di un risparmio per impresa mediamente pari ad euro 60 all’anno, […] l’impatto indotto sull’economia nazionale corrisponde a 2,5 miliardi di Euro, ossia lo 0,25% di PIL“.1

Ciò perché le Camere di Commercio italiane costituiscono “elemento di perequazione”. Il “Diritto Annuale” parte da 100 Euro l’anno. Aumenta in ragione del volume di affari delle imprese. Queste somme vengono reimmesse nel circuito economico attraverso forme di promozione e internazionalizzazione.

Giusto per fare un esempio, la Camera di Commercio di Catania (come tutte le altre) ogni anno individua eventi nazionali e internazionali cui partecipare. Acquista spazi collettivi che ciascuna azienda personalizza, provvede ai servizi di interpretariato, alla logistica e all’organizzazione per consentire alle piccole e medie imprese del territorio di proporsi a un mercato ben più ampio rispetto a quello locale. Le aziende che manifestano interesse partecipano con un contributo praticamente simbolico.

E la Camera di Commercio di Catania, come tutte le Camere di Commercio siciliane ha seri problemi di bilancio in quanto scelte legislative scellerate hanno posto a carico dei bilanci il pagamento delle loro pensioni, costituendole in Enti Previdenziali assolutamente atipici.

Le Camere di Commercio, inoltre, non gravano sul bilancio dello Stato in quanto non ricevono trasferimenti di fondi dallo Stato, anzi versano allo Stato i risparmi conseguiti con l’applicazione della spending review e con l’obbligo di depositare le proprie giacenze presso la Banca d’Italia, contribuiscono al finanziamento dello Stato stesso.

Come non bastasse, le Camere di Commercio italiane

  • costituiscono la rete pubblica più digitalizzata d’Europa;
  • hanno partecipato alla digitalizzazione di altre Amministrazioni Pubbliche. Le più recenti ed eclatanti:
    • CIVIT (oggi ANAC) attraverso convenzioni e accordi ha utilizzato le best practice delle Camere di Commercio;
    • I Tribunali per la realizzazione del “Processo Civile Telematico” nelle fasi e nelle sedi di sperimentazione hanno istituito tavoli di lavoro anche con le Camere di Commercio per l’apporto di “know how” e da cui discende:
      • Imprese e giustizia” per consentire alle imprese italiane di consultare dati e documenti dei Tribunali;
    • I sistemi telematici di INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate (a volte davvero obsoleti), mediante strumenti realizzati dal Sistema Camerale tramite InfoCamere, si interfacciano con il Registro delle Imprese e consentono alle imprese di interagire con essi attraverso una sola comunicazione telematica al Registro delle Imprese;
  • hanno costituito e gestiscono con professionalità il sistema anagrafico delle imprese per eccellenza, il Registro delle Imprese (unico al mondo) che viene costantemente implementato con nuove funzioni;
  • sono punto fermo di riferimento per le attività giudiziarie e investigative. Francesco Cirillo, vicecapo della Polizia e direttore centrale della Polizia criminale spiega perché la Polizia non tifa per la rottamazione delle Camere di Commercio;
  • contribuiscono ai “consorzi fidi” per consentire l’accesso al credito per le piccole e medie imprese

Eppure la “Ministra per la Pubblica Amministrazione” dichiara beata in conferenza stampa:

“Non so quanti risparmi porterà il ddl delega di riforma della P.a. e sono contenta di non saperlo, perché l’impostazione non è di spending review: non siamo partiti dai risparmi”

Da cosa siete partiti, allora? Giocate a “mosca cieca” senza uno straccio di previsione di impatto? Una “riforma” con il solo sapore amaro della vendetta? Una “riforma” che mette d’accordo i più biechi interessi personali degli attori coinvolti?

Quanto varrebbe il Registro delle Imprese se lo privatizzassero?

E la svendita (rectius: il regalo) degli asset strategici detenuti dalle Camere di Commercio? Le questioni che investono l’accorpamento delle Camere di Commercio di Catania, Ragusa e Siracusa che detengono i 5/8 delle quote dell’aeroporto di Catania sono emblematiche.

Al grido “per far funzionare l’aeroporto di Catania occorre che a gestirlo siano i privati imprenditori”.

Affermazioni paradossali dal momento che l’intero capitale sociale della SAC (Società Aeroporto Catania) è pubblico, ma a gestirlo sono privati imprenditori.

Si sta dicendo, quindi, che se i privati imprenditori gestiscono capitale pubblico questo va in malora, ma se investono del proprio tutto funziona? E nessuno che li mandi “in prigione senza passare dal via” per simili affermazioni?

E che ne è del problema della “insularità”? Trenitalia non traghetta più i treni. I flussi turistici devono traghettare a piedi, bagagli al seguito. L’unico strumento di continuità territoriale è l’aereo e, anziché investire in modo da mantenere il servizio pubblico e abbattere le tasse aeroportuali in modo da rendere abbordabili le tariffe, si costringono le Camere di Commercio siciliane a privatizzarli? Non mi stupisce che al Presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello, questa riforma piaccia. Forse, però, dovrebbe dimettersi in quanto ha dimostrato e sta dimostrando di non rappresentare le Camere di Commercio e gli interessi dei territori e della classe imprenditoriale tutta.

Rappresenta i suoi interessi e quelli di Confindustria.

Ma altri interessi lobbistici plaudono alla soppressione delle Camere di Commercio.

Da 20 anni a questa parte i Governi tendono alla depenalizzazione dei “reati da colletti bianchi”. I reati societari, i reati finanziari, i reati della nuova mafia imprenditoriale, insomma. La depenalizzazione può definirsi “compiuta” solo se si eliminano gli strumenti di controllo e verifica. Solo così si raggiunge la piena impunibilità.

L’allarme del direttore centrale della Polizia criminale Francesco Cirillo è una pubblicità negativa.

La “Visura a blocchi” sventolata da Franco Bechis al minuto 6:14 del video che segue – dove svela gli intrecci della famiglia Renzi con il Presidente della Banca Etruria – è la condanna a morte delle Camere di Commercio

No. Questa è un’altra riforma incostituzionale. Oltre all’eccesso di delega in diversi punti, è semplicemente assurda. 

Ma l’idiozia della massa porta la massa stessa ad applaudire oggi una riforma spaventosamente deleteria. Ne subirà i danni dimenticando di averla applaudita.

Piero Calamandrei (1955):

Quando l’articolo 3 (della Costituzione) vi dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi ci sono

E ci sono ancora, anzi i solchi vengono approfonditi da imprenditori senza scrupoli che basano le loro fortune sulla parola “antimafia”. Un vessillo dietro il quale celare i più beceri interessi personali.

Vengono approfonditi da una classe politica che da vent’anni risponde solo alle pressioni degli interessi propri e dei poteri forti.

Ascoltiamo Piero Calamandrei nell’audio che segue (1955) e se scappa una lacrima, non vergogniamoci.

Dovremmo vergognarci per l’essere stati come l’emigrante sotto coperta del “che me ne fotte a me” di cui parla Calamandrei.

Dovremmo vergognarci per aver ceduto i nostri diritti in modo che diventassero privilegi benevolmente concessi.

Dovremmo vergognarci per aver consentito, con il nostro disinteresse, il sorgere di una classe politica che ai tempi di Calamandrei e Pertini sarebbe stata solo addetta alle pulizie e sotto supervisione.

Consentito l’assurgere di personaggi tragicomici – che allegramente squartano il “testamento dei 100.000 morti” – a “Padri e Madri della Patria”.

Per questo dovremmo vergognarci. Per aver permesso che l’Italia venisse trasformata in quella che è oggi.


1 Il report completo

 

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