Astenersi al referendum del 17 aprile: un post poco informato.


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Astenersi al referendum del 17 Aprile o votare “NO”? Neanche per idea!

astenersi al referendum del 17 aprile

Ho letto un post Facebook, pubblicizzato e diffuso in quanto invita ad astenersi al referendum del 17 Aprile o votare “NO”. Disinformare denunciando l’altrui disinformazione.

Prima di cominciare, per completezza di informazione, invito a leggere il post e consideriamo questo una “lettera aperta” alla dottoressa Costa.*

Parto dall’elemento più eclatante dell’appello ad astenersi al referendum del 17 aprile: la citazione al punto 7 del rapporto ICHESE (da pagina 188 a 197 in Italiano1) a sostegno di questa affermazione:

…e non è vero neanche che l’estrazione di combustibili dal sottosuolo può innescare terremoti come quello avvenuto anni fa in Emilia.

Io non so se il rapporto linkato dalla dottoressa è lo stesso che la dottoressa ha letto. Perché Mirandola è in Emilia, il termine “attività” include TUTTE le operazioni di prospezione e coltivazione (non solo quelle di sfruttamento citate a pagina 194 del rapporto ICHESE) e alla successiva pagina 195 il rapporto dice:

“[…], mentre non può essere escluso che le attività effettuate nella Concessione di Mirandola abbiano avuto potuto contribuire a innescare la sequenza”

Per inciso, il rapporto ICHESE cui la dottoressa fa involontario riferimento ha costituito la base per svariati esposti in Procura proprio per il rischio terremoti che denuncia.

Per informazione della dottoressa, il rapporto si conclude così:

Le attività di sfruttamento di idrocarburi e dell’energia geotermica, sia in atto che di nuova programmazione, devono essere accompagnate da reti di monitoraggio ad alta tecnologia finalizzate a seguire l’evoluzione nel tempo dei tre aspetti fondamentali: l’attività microsismica, le deformazioni del suolo e la pressione di poro.

[…]

Il monitoraggio sismico dovrebbe essere effettuato con una rete locale dedicata capace di rilevare e caratterizzare tutti i terremoti di magnitudo almeno 0,5 ML.

[…]

La pressione dei fluidi nei serbatoi e nei pori delle rocce deve essere misurata al fondo dei pozzi e nelle rocce circostanti con frequenza giornaliera.

In ogni caso, per una geologa (ancorché – come lei stessa tiene a sottolineare per evitare insinuazioni – disoccupata) leggere “a saltare” non è un bene. Questa è la ragione per cui ho iniziato da questo elemento che ho definito “eclatante”.

Sui posti di lavoro ho già scritto (qui e qui) e avrei preferito non tornarci, ma siccome continua a costituire “drappo rosso” per gli appelli ad astenersi al referendum del 17 aprile occorre farlo.

Secondo la dottoressa impedendo che le coltivazioni continuino fino ad esaurimento se ne perderebbero “circa settemila”.

Ciascuno spara numeri, ma nessuno fornisce elementi a supporto. Fatto è che già da anni il settore delle estrazioni licenzia e il referendum non c’entra nulla ed è certo che l’intero maxi progetto “Ombrina mare” (in Abruzzo), se portato a termine, produrrebbe solo 24 posti di lavoro (24. Non 2.400 e neppure 240, solo 24), mentre la Basilicata, in quanto Texas d’Italia, è la regione a più alto tasso di disoccupazione.

Dopo aver visto il tasso di occupazione delle concessioni, vediamo se un “conto della serva” torna utile per eliminare definitivamente l’argomento.

In atto ci sono 92 concessioni in mare entro le 12 miglia. Di queste solo 48 erogano prodotto. Le altre sono non operative (8), non eroganti (31) o di solo supporto alla produzione (5).

Da qui alla fine del 2017 andrebbero in scadenza le concessioni per Cervia A (Romagna, settembre 2016), Morena 1 (Romagna, non erogante, gennaio 2017), Luna 27 (Calabria, non erogante), Giulia 1 (Romagna, non erogante) e Regina (Romagna) Queste tre con scadenza maggio 2017. Poi ci sono Arianna A Cluster (Romagna, agosto 2017) e Gela 1 (Sicilia, agosto 2017).

Quindi, nel biennio scadranno solo 7 concessioni di cui 3 già inattive. Se un mega-progetto come Ombrina Mare a pieno regime dovrebbe impiegare 24 unità, mi spiegano come diamine si arriva alla fantasmagorica cifra di “circa 7.000” posti di lavoro persi?

Andiamo avanti, astenersi al referendum del 17 aprile perché

La vittoria del SI non potrà, però, impedire alle compagnie di spostarsi e costruire nuovi impianti poco oltre questo limite.

Spostarsi? Come con le paperelle del Gioco dell’Oca? Significa nuove prospezioni, nuove ricerche e nuovi impianti. Con il prezzo del petrolio nessuno investe in nuovi pozzi. Questo il grafico dei nuovi pozzi in USA in ragione del prezzo al barile

nuovi pozzi per prezzo barile

Ed è proprio questa la ragione per cui le concessioni, secondo il punto di vista delle società petrolifere, devono continuare fino all’estrazione dell’ultima goccia.

Infatti

Sentite, anche se avete ancora un botto di gas da estrarre in questo giacimento, chiudete tutti i rubinetti

è sbagliato perché in Italia “botti di gas” non ce ne stanno. Come certamente la dottoressa saprà, le zolle che da noi si scontrano hanno fatto si che i giacimenti italiani siano frammentati e scarsi in quantità e in qualità.

Per le società l’affare consiste proprio nella “spremitura” dell’ultima goccia perché, con il giacimento ormai maturo, se le estrazioni sono sotto soglia della franchigia (50.000 tonnellate) non si paga un solo centesimo in royalties (qui tutti i dettagli: Referendum trivelle: chiariamoci le idee). Anche a estrazione zero, conviene rinnovare la concessione piuttosto che smantellare e bonificare.

Bisogna astenersi al referendum del 17 aprile perché:

Non è vero che la presenza degli impianti abbia ostacolato il turismo…
Se così fosse, il litorale romagnolo (dove ci sono il maggior numero di impianti) non registrerebbe ogni stagione i flussi turistici che sono invece ben noti. Così anche la Basilicata.

Della Basilicata ho già parlato e non ci torno, ma da quando Rimini, Riccione, Cesenatico sono note per le glauche acque dell’Adriatico? Si va in costiera romagnola per le discoteche, club e vita notturna. Per i flussi turistici che hanno saputo attrarre con tutt’altra risorsa che il mare.

Mare in cui, invece, non si contano più gli spiaggiamenti di cetacei e tartarughe.

Bisogna astenersi al referendum del 17 aprile per via della dipendenza energetica.

Ne ho parlato qui e non ci torno.

Infine:

Significa essere pronti, per coerenza personale, a rinunciare all’indomani del referendum a qualsiasi forma di utilizzo dei combustibili fossili. Significa non possedere né auto né moto che non siano elettriche

Che ci siano ancora consumi di fossile “incomprimibili” è certamente vero, ma ciò deriva dal livello quasi nullo di investimenti in ricerca. A casa mia c’è tutto elettrico. Alimentato da un fotovoltaico. Nel mese peggiore (dicembre) ho prelevato dalla rete 83 kWh, ma ne ho immessi 226.

Se avessi potuto investire in accumulatori sarei stato autosufficiente, pur immettendo ugualmente energia in eccesso.

Perché la mia macchina va a benzina? Perché a partire da FIAT ha in Italia incentivi a vendere auto a fossile. La 500e viene venduta solo in USA e non in Italia.

In USA perché impone ai costruttori la produzione di una quota di veicoli a zero emissioni (ZEV). L’Italia no.

Ecco perché non astenersi al referendum del 17 aprile.

Per dare un segnale a chi (come la dottoressa) sostiene questa politica scellerata di inevitabilità del fossile.

Politica che ci porterà presto verso un altro baratro.

* P.S.: Il post della dr. Costa è identico a quello di Giovanni Esentato (con il quale, peraltro, si scambiano i convenevoli, vedi pic), quindi questo post vale come lettera aperta anche al sig. Esentato

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1  Le pagine indicate dalla dottoressa non sono le conclusioni del rapporto ISPRA, ma quelle del rapporto ICHESE allegate al rapporto ISPRA

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29 commenti su “Astenersi al referendum del 17 aprile: un post poco informato.

  • Sonja Ghiraldotti

    sono ignorante sull’argomento e non mi vergogno ad ammetterlo. cosa certa è che l’articolo della dottoressa, mi è sembrato assurdo al primo sguardo. sono sempre stata a favore di nuove forme di energia, fin da quando si è iniziato a parlare di queste, stavo discutendo con mio marito del referendum e leggevamo insieme l’articolo e il comma in questione, vorrei solo un chiarimento se possibile. da quanto ho capito leggendo l’articolo, regolamenta la trivellazione entro le 12 miglia marine, salvo per chi abbia già ottenuto tale concessione in passato, in poche parole con questo referendum cosa si otterrebbe di preciso? in italia verrebbero smantellate e dismesse le trivelle? per quanto riguarda le regioni Friuli, Veneto, Emilia Romagna, e forse anche più a sud cosa cambierebbe di fatto? (chiedo dato che ci sono trivellazioni anche in Croazia). non insultatemi, sto solo cercando un chiarimento da chi ha più informazioni di me, grazie.

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Insultarla? Assolutamente mai. Come ho già scritto in risposta ad un altro commento, il confronto senza insulti è alla base della crescita personale e, quindi, di un intero Popolo.
      Parto dalla fine. Che la Croazia continui le perforazioni addirittura “trivellando in obliquo per rubarci gli idrocarburi” è una leggenda metropolitana: http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/energietradizionali/2015/10/28/trivelle-croazia-sospende-progetti-in-adriatico_4f526076-0fb0-443f-876c-410be7b299f5.html

      Cosa si otterrebbe con il “SI”?
      Si otterrebbe che le concessioni già esistenti entro le 12 miglia non potranno essere più rinnovate.
      Quindi il quesito residuo riguarda solo le concessioni esistenti e in scadenza entro le 12 miglia.
      Da qui discende che le motivazioni per l’astensione (impatto occupazionale, impatto sulle importazioni etc etc) sono assolutamente strumentali. Si parla di pochissime concessioni vecchie, in cui ormai si estrae pochissimo, ma quel pochissimo rende non economico sospendere l’estrazione, smantellare le piattaforme e bonificare.
      Di per se, come ho già scritto in altro post, il quesito potrebbe apparire limitato e il referendum su un quesito limitato da l’alibi per definirlo un referendum inutile.
      In effetti così non è.
      La tempestività del Governo a modificare le norme che riguardavano gli altri cinque quesiti referendari ce ne da la chiave di lettura.
      Se su una norma è stato celebrato un referendum e il Popolo si è espresso, quella norma non potrà più essere riproposta.
      Negli altri casi la norma può essere riproposta.
      Ora, le norme che sarebbero state oggetto di referendum ma modificate dal Governo potranno essere riproposte e se riproposte dopo ottobre (nel malaugurato caso in cui la riforma costituzionale Boschi superasse lo scoglio del referendum confermativo) non potranno più essere oggetto di referendum (su questo aspetto sto preparando un ulteriore post che spero di pubblicare entro domani).

      Il referendum del 17 Aprile, inoltre, è per il Governo un test sul referendum confermativo di ottobre.
      Se il referendum del 17 aprile fallisse, è assai probabile che anche il referendum di ottobre fallisca, ecco il perché dell’invito all’astensione.

      Per altri dubbi, non si ponga mai il problema di fare domande 🙂

  • Giorgio

    Secondo me Sandro, ha azzeccato un punto fondamentale: la mancanza di programmazione. Mi spiego, nessuno in buona fede può pensare di rimpiazzare il fabbisogno energetico mondiale in pochi anni con fonti rinnovabili; infatti, le rinnovabili sono il futuro, ma la programmazione invece è il presente. Si tracci una retta orizzontale corrispondente al nostro consumo petrolifero attuale e si individuino le strategie per ridurlo fissando obbiettivi ambiziosi e razionali. Solo con la programmazione e su come vogliamo il nostro futuro energetico potremo realisticamente svincolarci dai combustibili fossili. Ciò è quel che viene chiamata Strategia Energetica Nazionale, Europea e Mondiale.

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Concordo pienamente. Ecco perché mi pare assurda una levata di scudi tanto eclatante perché si consenta a poche piattaforme (fino al 31/12/2017 le piattaforme attive che chiuderebbero sono solo 4) di estrarre fino all’ultima goccia giusto perché tanto è gratis e costa meno di smantellare le piattaforme e bonificare.
      Se non si è in grado di sostituire quanto? Lo 0,2-0,3% del nostro prodotto che poi è il 7% del nostro fabbisogno?
      Ma che speranze abbiamo?

  • Salvatore Tredici

    Quando non ci sono studi scientifici o meglio se ci sono e ognuno dice il contrario dell’altro… esiste il “principio di precauzione” solo per questo principio non si dovrebbe fare alcuna Trivella ne’ in terra ne’ in mare… basta guardare gli incidenti che ci sono stati sia in Italia che in altri stati dove gli incidenti hanno causato disastri ambientali. La sicurezza che le societa’ petrolifere dicono non sono mai sicure…!

    • Andrea Bruni

      Interessante la sua proposta: non trivelliamo più, ne’ in terra e ne’ in mare.
      Ma.. solo in ITalia o anche all’estero?
      Perché se è pericoloso, se generano terremoti e inquinamenti devastanti, allora non estraiamo più nessun idrocarburo dal sottosuolo, e mica solo davanti al sua spiaggia.
      Ma riuscirebbe solo minimamente ad immaginare la sua vita senza idrocarburi? Serve ricordarle che con pannelli solari e pale eoliche non ci farebbe nemmeno la corrente per fare andare il suo pc o ricaricare il suo tablet.
      Quello che mi fa più rabbia dei sostenitori di questo referendum non è tanto la loro grassa e smisurata ignoranza sulla questione tecnica, ma la loro inaccettabile ipocrisia.

      • Stefano Alì L'autore dell'articolo

        Mi faccia capire, siccome sotto casa sua c’è un senzatetto che si scalda bruciando copertoni, li brucia anche in casa sua per le uova al tegamino?
        Inoltre, continuate a dirmi che una vita senza energia fossile non è ipotizzabile. Quindi quando finiranno i fossili noi ci estinguiamo e non possiamo farci nulla?

        • Michele

          Ho letto vari post e mi par di aver capito che a farla grande bucherellando il patrio suolo e l’italico mare al massimo ci tiriamo fuori circa il 7% del fabbisogno attuale da fonte fossile. Quindi se non ho capito male questo ci porta a evidenziare che il 93% del fabbisogno da fonte fossile lo dobbiamo importare e continueremo ad importarlo almeno fino a quando non ci decideremo a cambiare modalità di produzione e consumo dell’energia. Dato per correttamente compreso il valore del 7%, se così fosse (ma potrei aver capito male) mi risulta ostico comprendere come la rinuncia a questo 7% derivante dalla vittoria dei SI ci possa far piombare nel medioevo energetico, in una ecatombe dei trasposti che comporti la fine delle gite fuori porta, la cessazione dei servizi delle ambulanze, treni che non partono e quindi non arrivano (ops per l’ultimo caso già succede ho sbagliato esempio). A questo aggiungendo dipartita di tablet, televisione, PC, cellulari e qual si voglia altro ammennicolo che funzioni ad elettricità. Da qui la presunta ipocrisia attribuita dai paladini del NO ai fautori del SI, questi ultimi in caso di vincita al referendum dovrebbero per invocata coerenza dal partito del NO privarsi delle comodità sopra citate. Beh immagino che si possa metterci d’accordo su una coerenza al 7%. A ben considerare poi per alcuni degli “insostituibili” oggetti citati fatto 100 il tempo d’uso, temo che il tempo reale utile potrebbe definirsi in una percentuale pari al 10% (30% ad essere generosi) mentre il restante 90%-70% di utilizzo è destinato a puro cazzeggio sotto vuoto spinto. E se spegnessimo la televisione? Rinunciassimo al calcio o allo sport in generale, alle olimpiadi? Alla pubblicità invasiva che pervade costantemente le nostre vite? Quanta energia potremmo risparmiare? Senza invocare estremismi penso che senza queste cose si possa vivere e pure molto bene. Questo per dire che forse sarebbe più sensato agire per ridurre i consumi e pensare ad un altro modo di vivere, di produrre energia e di utilizzarla senza sprechi, piuttosto che accettare i rischi di degrado e inquinamento dell’ambiente e della salute per uno scarno 7%.
          Credo di aver capito che il significato del voto sia molto simbolico e che sia doveroso dare un segnale che è il momento di intraprendere seriamente la strada del cambiamento e che votare NO serva solo ai furboni sempre in vendita per sentirsi legittimati a continuare con l’andazzo generale pensando solo all’oggi e non al futuro. Ciò comporta sicuramente perdita di potere e privilegi da parte di una oligarchia, come in tutte le rivoluzioni e, a pensarci bene, potrebbe essere l’occasione per riappropriarci dei nostri diritti e della speranza di un modo di vivere migliore che ogni giorno ci vengono tolti da tutte quelle persone che si sono vendute al miglior offerente e che accidentalmente occupano posti di governo (hem accidentalmente no purtroppo ce li abbiamo messi noi a governarci mannaggia altro pensierino sbagliato). Ringrazio tutti quanti hanno dato il loro contributo al tema sia quelli che voteranno NO che quelli che voteranno SI. Ora so cosa votare.

          • Stefano Alì L'autore dell'articolo

            Il concetto è quello, ma voglio essere preciso fino alla pedanteria.
            In atto dal suolo e dal mare (entro e oltre le 12 miglia) si estrae una quantità di idrocarburi pari a circa il 7% del fabbisogno energetico primario italiano.
            Il dettaglio non è semplicemente linguistico perché:
            1) dalle piattaforme entro le 12 miglia se ne estrae circa l’1%
            2) anche quegli idrocarburi non sono più italiani sin dall’attimo in cui vengono estratti. Le compagnie che lo estraggono ne hanno la proprietà e le compagnie sono tutte straniere (ENI inclusa di cui ormai l’Italia ne possiede si e no il 30%)
            Quindi, piuttosto che dire che si estrae il 7% del nostro fabbisogno, dovremmo dire che ne viene estratto un quantitativo PARI AL 7% del nostro fabbisogno. Perché anche quello lo compriamo.
            Si stima che sommando l’esistente, le riserve certe (giacimenti già noti) e le riserve probabili, la quantità di idrocarburi che il nostro sottosuolo custodisce (ripeto, comunque non è “prodotto nazionale”) sarebbe pari al consumo italiano di energia primaria di 13 mesi.
            Spesso, poi, si sovrappongono i termini concessioni, trivelle, piattaforme e giacimenti. Il referendum riguarda le concessioni.
            Per il resto condivido pienamente, ma sottolineo il fatto che voto non è solo simbolico.
            Fermando il rinnovo “sine die” delle concessioni, si fermano anche eventuali altre trivellazioni che con le stesse concessioni possono essere fatte per la costruzione di nuove piattaforme al fine di accelerare l’esaurimento dei giacimenti.
            Spero di avere avuto la possibilità di essere più chiaro e puntuale nell’esposizione

  • Mario Ruggiero

    Lei dice che leggere a saltare non è una buona cosa, e poi copia e incolla un pezzo di qua e un pezzo di là. Se non è disinformazione questa!!!!
    Poi mette giù un grafico sul numero delle rig in questo momento, che non ha alcun significato. Nel campo del petrolio il mercato è ciclico, crisi di 2-4 anni e boom di 3-5 anni ogni volta. Non ha alcun significato mettere questo dato adesso come non lo avrebbe metterlo tra 2-3 anni quando i prezzo al barile tornerà sui 100$.
    Mah…POVERA ITALIA…

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Di ogni citazione sono riportati i link. Ciascuno può verificare.
      Per quanto riguarda il resto, fatto è che Petroceltic ha rinunciato a trivellare le Tremiti perché prossima al fallimento, Ombrina non è neppure stato completato ed è stato sospeso mettendo in cassa integrazione. Shell e Transunion rinunciano alle concessioni. Tutta colpa dei no-triv, immagino? Veda lei

    • FrancescaRosse

      Oppure mettere un grafico sulle estrazioni in USA..che è come valutare l andamento delle stazioni balneari in siberia

      • Stefano Alì L'autore dell'articolo

        Il grafico serve solo a dimostrare il comportamento delle società petrolifere rispetto all’andamento del prezzo.
        Per l’Italia avrei dovuto dire che Petroceltic ha rinunciato a perforare alle Tremiti (peraltro ha in corso la procedura di fallimento), Shell e Transunion hanno rinunciato ad alcune concessioni …
        Le leggi del profitto sono identiche ovunque.
        Fermo restando, inoltre, che essendo le compagnie in massima parte straniere (e anche l’ENI … l’Italia ne possiede in modo riretto o indiretto ormai solo poco più del 30%) anche gli idrocarburi estratti in Italia sono, di fatto d’importazione

  • Simone

    mi permetto di considerare altrettanto poco corretto citare tre righe di un rapporto di oltre 200 pagine.
    Nel caso del terremoto di Mirandola non si può prescindere da un elemento di base: il campo di stoccaggio imputato si trovava nei pressi di una faglia sismicamente attiva. In soldoni la natura ha già deciso a priori che lì ci saranno terremoti. La domanda è se il campo di stoccaggio possa aver contributo ad “anticipare” l’evento sismico.
    Parliamo di una goccia che ha ptrebbe aver fatto traboccare un vaso che sarebbe comunque traboccato. Ciò non toglie ovviamente l’importanza che ha studiare le possibili connessioni tra le due cose ma bisogna fare attenzione a non generalizzare e partire dal presupposto che in una zona sismicamente attiva i terremoti ci saranno. Per cui sarebbe il caso di adeguare gli edifici ed informare la cittadinanza sicché cercare ogni volta un colpevole.
    Per quanto riguarda altei impianti bisogna tenere presente che è difficile confrontare un campo di stoccaggio con un uno di estrazione perché in un campo di stoccaggio il reservoir viene interamente riempito e svuotato con pressioni in gioco molto molto più ampie di un semplice campo di estrazione. Inoltre va sottolineato che il discorso ha senso solo se il campo è in presenza di una struttura tettonica attiva e conformemente orientata.

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Assolutamente vero.
      Il punto è che nei post cui mi riferisco (della geologa e del giornalista) la correlazione viene assolutamente esclusa e questo è semplicemente falso!
      Non dimentichiamo che il gruppo di lavoro ISPRA, cui i due post fanno riferimento, ha l’incarico di censire gli strumenti di monitoraggio sull’innesco dei terremoti da parte delle attività estrattive. Strumenti che sono insufficienti per definire il rapporto di correlazione. Il rapporto ISPRA ammette che non ci sono dati e quei pochi dati sono in possesso delle società petrolifere che non li rendono pubblici e il tavolo di lavoro ISPRA venne costituito perché la commissione internazionale ICHESE non ha escluso il rapporto causa-effetto a causa degli scarsi dati a disposizione.
      Il rapporto ICHESE proprio nella pagina cui fa riferimento la geologa dice testualmente:

      L’attuale stato delle conoscenze e l’interpretazione di tutte le informazioni raccolte ed elaborate non permettono di escludere, ma neanche di provare, la possibilità che le azioni inerenti lo sfruttamento di idrocarburi nella concessione di Mirandola possano aver contribuito a “innescare” l’attività sismica del 2012 in Emilia.

      Come fa una geologa ad escludere categoricamente un rapporto causa effetto che una commissione internazionale non si sente di escludere?
      Si spiega il perché le faglie dell’Etna sono … “elastiche”, ma mi pare l’antitesi della professionalità e l’elemento, da solo, mette in gioco la credibilità di una intera categoria

      • Simone

        Il rapporto ICHESE va trattato in ogni caso con la dovuta cautela. Non deve passare il messaggio che terremoti come quello di Mirandola sono provocati da questo tipo di attività, perché per generare quel tipo di terremoto sono necessarie forze che possono essere ascritte solo alla tettonica attiva. Altrimenti i sismografi di tutto il mondo registrerebbero terremoti di quella intensità attorno alle piattaforme di tutto il mondo regolarmente. Capisco che nel dibattito per il referendum lo studio in questione possa tornare di grande attualità, ma il terremoto l’ha provocato una faglia attiva. E dove ci sono faglie attive ci saranno terremoti, a prescindere dalle attività minerarie. In Italia il tema della prevenzione dai terremoti è purtroppo ancora molto poco radicato, per cui bisogna fare attenzione a spiegare come stanno le cose. Il motivo del mio intervento è proprio per sottolineare che se anche un domani, in un mondo più sostenibile, non ci saranno più estrazioni di idrocarburi, i terremoti come quello di Mirandola ci saranno comunque. Infatti il rapporto ICHESE non valuta se il terremoto è stato provocato dalle attività minerarie, bensì la possibilità che queste abbiano contribuito all’innesco del terremoto, e se le 200 pagine di relazione concludono che non si può escludere o provare una correlazione, è proprio perché lì quel terremoto ci sarebbe stato comunque. Tuttavia se pur fosse, sarebbe necessaria la concomitanza di numerosi fattori, per cui è comunque difficile poter estendere l’oggetto dello studio a buona parte degli impianti esistenti.
        La categoria dei geologi è la stessa che ha prodotto questi studi, e sono certo che converrà con me che non sarà l’approssimazione fatta dalla giovane geologa a metterne in gioco la credibilità. Ringrazio per l’opportunità di dialogo e di dibattito offertami in questo blog. In un web dove si ricorre troppo spesso all’insulto e allo slogan urlato mi pare una bella dimostrazione di civiltà e democrazia. Grazie.

        • Stefano Alì L'autore dell'articolo

          Scherza? Il confronto è alla base della crescita, quindi sono io che ringrazio lei.
          Per quanto riguarda il contenuto del rapporto ICHESE in relazione a Mirandola ho citato due righe nel post e l’intera frase in uno dei commenti, qui.
          Si parla di impossibilità di stabilire se l’innesco sia stato dovuto alle attività estrattive, certo.
          Il che è ben lungi dall’escluderlo come chi ha scritto il post cui mi riferisco ha fatto.
          Se, poi, dal rapporto ICHESE nasce un tavolo di lavoro ISPRA per il censimento delle reti e degli strumenti di monitoraggio dei microsismi e questo tavolo si esprime dicendo che i dati sono in possesso delle compagnie petrolifere e non vengono resi pubblici, il problema c’è eccome.
          Per il resto, come in ciascuna professione, è evidente che ci siano i professionisti seri. Qui in un qualche commento ho linkato un altro articolo di questo blog dove, a seconda degli anni, un sistema di faglie dell’Etna (uno del più pericolosi) viene ad accorciarsi, allungarsi e spostarsi, mentre ci costruiscono sopra le case. I progettisti del PRG sostengono di basarsi su studi geologici, ma l’INGV dice altro.
          Ciò premesso, ribadisco che i professionisti esistono eccome. Ce ne sono tanti, ma troppo spesso non ricevono incarichi pubblici in quanto “andrebbero troppo al di la della richiesta fatta”. Per avere successo occorre che a una domanda si risponda solo Si o No, per cui se ti viene chiesto “dove si vede la faglia?” Tu devi rispondermi solo delineando il tracciato visibile e possibilmente utilizzando metodi e strumenti che siano il più approssimativo possibile (“approssimativo”, non “approssimato”).
          Siamo nell’era dell’approssimazione, purtroppo

  • Morena

    Un solo appunto lei ha immesso in rete kWh! In un articolo scientifico (che ho anche apprezzato) in cui si parla di energia mi aspetto che l’energia non sia confusa con la potenza.

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Appena corretto. Grazie per la segnalazione anche a lei, ovviamente 🙂

  • Giorgio

    Ottimo articolo, sicuramente più veritiero della geologa. Unica precisazione (forse un po’ inutile). Lei dalla rete preleva energia o non potenza. Quindi scrivere, ho prelevato 83 kWh e immesso 226 kWh.

    • Stefano Alì L'autore dell'articolo

      Ops, grazie per la segnalazione, correggo immediatamente

      • enzo

        In Italia si sono fatti più di 7000 pozzi. Nell’immaginario collettivo supportato dai promotori del NO alle Trivelle, ci sarebbe una ferrea ed inaffondabile correlazione tra attività di estrazione petrolifera e terremoti. Essendo l’Italia uno dei paesi con la migliore rete di monitoraggio sismico e coi migliori professionisti a riguardo, è come se fosse un laboratorio. Nel laboratorio Italia, in cui si sono fatti più di 7000 esperimenti senza trovare una corrispondenza alcuna e in cui, addirittura, si ha un caso specifico analizzato con più attenzione (coinvolgendo esperti internazionali – come se in Italia non ne avessimo di migliori), si è dovuto concludere con un “non si può escludere”, mi sembra quanto mai che l’immaginario collettivo sia stato mal costruito da un’informazione orientata ad hoc per creare delle paure strumentalizzandole.

        Il grafico riportato sugli impianti negli Stati Uniti è una chiave di lettura importante per capire cosa sta succedendo nel mondo. Negli States ci sono delle grosse riserve di idrocarburi che sono diventate sfruttabili con la tecnologia delle fratturazioni che hanno permesso di estrarre gas e olio da rocce serbatoio argillose. Tale tecnologia (vietatissima in Italia) ha dei costi che rendono non economica l’estrazione quando il brent scende sotto una determinata soglia. Quando questo si è verificato il numero degli impianti è sceso drasticamente. Ma le risorse sono lì e appena il prezzo salirà ancora, il numero degli impianti aumenterà di nuovo.

        La tecnologia delle fratturazioni è stata sostenuta da governi democratici e repubblicani per più di un decennio perché gli USA sono una nazione! La strategia energetica lì non è roba che viene utilizzata per delle bagarre politiche da 4 soldi. Le compagnie dovevano essere sostenute perché si arrivasse nel 2015 all’indipendenza dalle importazioni, per assicurare energia ai propri cittadini e alle proprie imprese a prezzi non esorbitanti. E nel 2015 il risultato è stato raggiunto. Questo perché la strategia energetica la fa il governo. Gli USA investono anche in rinnovabili. Nel 2014 hanno speso 38 miliardi di dollari ed in futuro ne spenderanno ancora. Con che risultati? Nel 2040 prevedono di passare dal 14 al 17% del fabbisogno energetico nazionale con energia non fossile. WOW!!!!!!

        Hai provato a fare un conto di quanta superficie di pannelli solari ci vorrebbe per rimpiazzare tutta l’energia che oggi il mondo richiede? Se riesci a non sbagliarti tra kW e kWh puoi provarci e poi mi rispondi. Non dimenticarti però che il Sole batte su una metà del pianeta e che passare l’energia elettrica dall’Europa all’America non è uno scherzo.

        C’è chi dice che l’energia fossile possiamo comprarla da qualcun altro, il ché vuol dire “da qualche nazione inferiore che non si preoccupa dell’ambiente come noi” (quindi essere razzisti), e vuol dire anche petroliere nel nostro mare, che inquinano molto di più di quello che si farebbe producendolo in loco.

        Prima di comprare la macchina elettrica ti invito a controllare quanta CO2 ci vuole a fabbricarla e poi bisogna anche che racconti come fai a fare l’energia elettrica per caricarla (potresti cambiare idea). In Inghilterra hanno fatto uno studio (serio) sulle macchine elettriche: dichiarando onestamente che vanno a carbone (con cui si produce l’energia elettrica). Hanno anche fatto un conto dei possibili morti. Un aumento del 10 % di auto, se fossero a benzina indurrebbero 800 morti all’anno ma se fossero elettriche ne indurrebbero 1600.

        Sai, l’elettricità è un modo per trasportarla l’energia, e ha una sua efficienza (piuttosto bassa) per cui un’auto alimentata a gas o benzina, inquina di meno. Per serietà e coerenza con le tue idee non dovresti usarla l’auto. Visto che ci sei, tieni le luci del tuo appartamento spente di notte e fai una raccolta firme perché spengano le luci di tutta la città e chiudano gli ospedali, i ristoranti, i negozi, le discoteche, per non fare più concerti e partite di qualsivoglia sport di sera …..

        Insomma fatti due conti che su una realtà che va oltre i fornelli a induzione che usi in cucina prima di dire che tutti potrebbero fare come te per risolvere i problemi del mondo.

        • Stefano Alì L'autore dell'articolo

          La correlazione non la faccio io, ma una commissione internazionale, l’ICHESE.
          Per il resto sono impressionato da cotanta scienza. Quindi finiti i fossili (e con essi l’energia fossile) moriamo tutti?

          Dimenticavo:

          Nel 2040 prevedono di passare dal 14 al 17% del fabbisogno energetico nazionale con energia non fossile. WOW!!!!!!

          Noi nel 2013 eravamo già al 20% di energia primaria generata da solare ed eolico (Elaborazione ENEA su dati Ministero dello Sviluppo Economico)

        • Giorgio

          Caro Enzo, permettimi di farti un appunto sulle questioni di politica energetica che tu hai sollevato. Al giorno d’oggi e sempre più in futuro, non avrà senso domandarsi la superficie da coprire con pannelli per soddisfare il fabbisogno globale; stesso discorso per pale eoliche o centrali a biomasse. Infatti a parte nazioni a cui la “natura” ha regalato condizioni meteo climatiche uniche ed irripetibili (Islanda, Norvegia) nessuna fonte rinnovabile da sola potrà essere considerata come risolutiva. Questo se vuoi è il contrario di quanto accade per fonti fossile, dove sarebbe tecnicamente fattibile (anche se non si fa in alcun luogo), usare un unico combustibile fossile. Usando strategia di accumulo oggi allo stato embrionale (dunque non solo elettrochimico) e con un mix di fonti rinnovabili, la possibilità di affrancarsi dai combustibili fossili diventa fisicamente possibile, anche se tecnicamente non sarà una passeggiata.
          Seconda cosa, ogni parco elettrico nazionale può essere caratterizzato da un numero molto semplice: il totale delle emissioni di un dato gas climalterante (anidride carbonica, metano) o inquinamente (NOx, SOx). Un problema ingegneristico interessante è determinare quale sia il valore massimo di g di Co2 per kWh del parco elettrico di una data nazione o gruppo di nazioni, affinché sia ambientalmente conveniente spostare la sorgente di emissione dal tubo di scappamento della propria automobile o canna fumaria della caldaia al camino della centrale elettrica. Ovviamente il conto è complesso e varie stime sono state proposte; quel che sembra è che ciò risulta conveniente quando nel paese si emettono meno di 500 g di Co2 per kWh prodotto. In rete troverà valori diversi, perché appunto è una stima. In Italia siamo sotto questo valore e anche investendo massicciamente in mobilità elettrica i maggiori consumi di energia elettrica potrebbero essere sostenuti dal parco elettivo esistente. Infatti le maggiori centrali a combustibile fossile in Italia sono cicli combinati il cui valore di emissione di Co2 per kWh è inferiore alla soglia dei 500. Ci sono alcune centrali che sono sopra tale valore (carbone) e moltissime centrali ad emissione zero. Ovviamente ciò non deve stupirei, dato che spesso nell’ambito dell’ingegneria energetica spesso valgono leggi di scala per cui se ho bisogno di 10 kW di potenza, è più efficiente per l’ambiente e anche per il portafoglio costruire un motore da 10 kW che 10 motori da 1 kW. Non è poi neppure vero che un sistema elettrico sia meno efficiente. A parità di effetto utile un forno a gas converte in effetto utile circa il 40 per cento dell’energia sprigionata nella combustione, un forno ad induzione percentuali prossime al 90 per cento. Questo perché gli apparecchi elettrici non scambiando calore utile, non sono limitate termodinamicamente in termini di rendimento. Il vantaggio termodinamico, ambientale ed economico aumenta considerevolmente se l’elettricità è prodotta per conversione diretta (fotovoltaico, eolico) e non termodinamica, rendendo il processo di conversione di sole e vento in effetto utile (macchina che va, acqua che bolle, casa calda) molto più efficiente.

        • L'Idraulico dell'Amore

          Ciao Enzo,non commenterò il discorso sull’incidenza dei terremoti con la presenza di pozzi,non ho le competenze e nemmeno gli esperti osano esprimersi con certezza,ma sulla politica energetica non sono affatto d’accordo con te,l’elettricità oltre a essere comoda per spostare l’energia è facilmente producibile sfruttando fonti Eterne acqua, terra, vento e sole.
          Piuttosto di investire in trivelle,hanno un impatto ambientale evidente enorme e a lungo termine incalcolabile, tornare a sfruttare le fonti che per migliaia di anni ci hanno fatto evolvere,Con la geotermia ,riscaldamento a pavimento e costruzioni moderne ,almeno a livello di classe energetica B, si risolverebbero i problemi di riscaldamento e raffrescamento delle abitazioni.
          L’integrazione di pannelli solari termici per l’acqua calda sanitaria la garantisce 9 mesi all’anno in tutta Italia.
          Pale eoliche,anche quelle piccole da appartamento nei luoghi più ventosi hanno delle produzioni notevoli,onde del mare,la cosa comica è che la migliore installazione sarebbero proprio le piattaforme.
          I mulini ad acqua hanno fornito energia motrice per migliaia di anni,adesso sfruttiamo principalmente l’energia potenziale delle dighe per “immagazzinare”,purtroppo l’energia elettrica e difficilmente accumulabile e usiamo l’elettricità prodotta all’estero (nucleare), di notte ha un costo irrisorio,per pompare acqua verso le dighe e per poi, nei picchi di utilizzo elettrico quando il prezzo è elevato,lasciarla scendere dentro le turbine.
          Abbiamo quasi abbandonato la produzione diretta sfruttando la forza della corrente dei fiumi, che soprattutto nel nord Italia,darebbero ottime produzioni sempre di energia elettrica.
          Sul fotovoltaico obbietto sul fatto che il consumo di suolo non è obbligatorio,se ogni tetto invece delle tegole avesse dei pannelli solari ogni abitazione potrebbe essere autosufficiente.

          P.S se ha un impianto fotovoltaico la sua macchina la carica a casa a emissioni 0

          P.S.2 Se invece di usarlo per gingilli anelli o tenerlo chiuso in caveau controllatissimi,se usassimo l’Oro e l’Argento per spostare l’energia elettrica e per i motori elettrici le perdite di energia sarebbero sull’ordine del 3%,e se i diamanti li usassimo per le lavorazioni di taglio quanto si abbasserebbe il consumo elettrico?ma se il tuo modello di riferimento sono gli stati uniti che aumentano le estrazioni senza pensare di abbassare i consumi che calcolano la ricchezza in base al consumo di energia…che scrivo a fare.

          • sandro

            tutti d’accordo sulle fonti rinnovabili, ma oggi non bastano, forse un domani (forse) quando avremo accumulatori più efficienti (che poi inquineranno in fase di smaltimento), ma nel frattempo non mi pare possibile sospendere l’uso di metano in attesa che tra qualche anno le fonti rinnovabili lo possano sostituire.

          • Stefano Alì L'autore dell'articolo

            Certo, ma se evitare che quattro concessioni (di questo si parla) possano continuare ad estrarre da pozzi ormai maturi è un problema, mentre si è dato il colpo alle rinnovabili azzerando retroattivamente gli interventi economici allora stiamo proprio messi male.

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