Piano territoriale paesaggistico siciliano? Un disastro! Intervenga il Ministro


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Il Piano territoriale paesaggistico siciliano pare fatto da chi non conosce il territorio. Beni storici e paesaggistici devastati e faglie dell’Etna sbagliate. Si mette in pericolo l’incolumità delle persone.

piano paesaggistico territoriale siciliano

Le mappe delle faglie sono sbagliate e beni storico paesaggistici devastati. La distratta Soprintendenza di Catania ha il coordinamento scientifico del Piano territoriale paesaggistico siciliano per la provincia di Catania. Per questo, da semplice cittadino, ho presentato delle osservazioni. Intervenga il Ministero.

La competenza esclusiva della Regione Siciliana

Sono ben consapevole del fatto che la Regione Siciliana abbia una competenza esclusiva sulla materia dei beni culturali, storici, ambientali e paesaggistici.

Ma sono anche consapevole di quanto dispone la Costituzione Italiana, all’art. 117 comma 2 lettera S. E sono anche a conoscenza del contenuto della Sentenza della Corte Costituzionale 172/201 (in punti 6 di fatto e di diritto, evidenziati in giallo in download).

Per questo sono convinto di poter sostenere che anche lo Stato Italiano può e deve intervenire.

Valenza del Piano paesaggistico regionale

Il “Codice”

Abbiamo visto che la Corte Costituzionale ha accertato che il “Codice dei beni culturali” si applica anche alle Regioni a Statuto speciale.

Ma che valore ha questo Piano paesaggistico e territoriale?

Fondamentale!

È scritto a chiare lettere all’articolo 145 commi 3, 4 e 5 del “Codice” (D.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42).

Eccoli:

3. Le previsioni dei piani paesaggistici di cui agli articoli 143 e 156 non sono derogabili da parte di piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico, sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette.

4. I comuni, le città metropolitane, le province e gli enti gestori delle aree naturali protette conformano o adeguano gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale alle previsioni dei piani paesaggistici, secondo le procedure previste dalla legge regionale, entro i termini stabiliti dai piani medesimi e comunque non oltre due anni dalla loro approvazione. I limiti alla proprietà derivanti da tali previsioni non sono oggetto di indennizzo.

5. La regione disciplina il procedimento di conformazione ed adeguamento degli strumenti urbanistici alle previsioni della pianificazione paesaggistica, assicurando la partecipazione degli organi ministeriali al procedimento medesimo.

Gli strumenti urbanistici devono adeguarsi al Piano territoriale paesaggistico

Pertanto gli strumenti urbanistici di Comuni e città metropolitane dovranno essere adeguati al Piano.

Sintetizzando, se il Piano territoriale paesaggistico siciliano fosse sbagliato, tutti i Piani Regolatori Generali dei comuni siciliani sarebbero sbagliati perché tutti i comuni siciliani dovrebbero obbligatoriamente adeguare i loro strumenti urbanistici alle previsioni di un Piano territoriale paesaggistico sbagliato.

Quindi è necessario che il Piano territoriale paesaggistico siciliano (come pure tutti gli altri) sia corretto.

Tanti gli errori

Le faglie di scorrimento dell’Etna

Partiamo dall’errore più grave: Le faglie di scorrimento dell’Etna che generano terremoti sono sbagliate.

All’articolo 143 comma 1 il “Codice” prescrive:

f) analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio ai fini dell’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, nonché comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;.

La mappa allegata al Piano territoriale paesaggistico regionale siciliano (link all’Assessorato dei Beni Culturali e Identità Siciliana della Regione) presenta questa situazione

le faglie dell'Etna nel piano paesaggistico territoriale siciliano

La microzonazione sismica: incarico affidato dalla Regione Siciliana con soldi pubblici

Ma perfino gli studi di microzonazione sismica disposti dalla Regione Siciliana offrono una situazione completamente diversa.

Ad esempio il territorio del mio comune è attraversato da una faglia non rappresentata nel Piano territoriale paesaggistico

la microzonazione sismica del dipartimento Protezione Civile della Regione Siciliana contrasta con le faglie del piano paesaggistico territoriale siciliano dell'Assessorato ai Beni Culturali

Si tratta di una delle tante faglie pericolosissime che provocano lo scorrimento del fianco dell’Etna verso il mare. Ne scrissi già nel 2015.

Nella stessa relazione di microzonazione sismica ci sono anche le immagini delle fratture del suolo provocate dalla faglia

Il Piano territoriale paesaggistico siciliano non valuta, non contiene e prevede in modo corretto le

dinamiche di trasformazione del territorio ai fini dell’individuazione dei fattori di rischio.

Certo, se teniamo conto che non sono rappresentati neppure i sistemi di faglie che si sono attivati durante il terremoto di fine dicembre 2018 diventa tutto più comprensibile. La faglia rappresentata sopra, intatti, fa parte di quei sistemi.

Faglie attivate durante il terremoto di fine dicembre 2018. il Piano territoriale paesaggistico siciliano le ignora

L’INGV

Uno studio INGV dimostra che anche altre strade si spaccano

Proprio in quest’area il Comune ha stabilito che debba nascere una circonvallazione per creare una “via di fuga” in caso di emergenza da Protezione Civile.

Sempre dall’INGV di Catania, un articolo su Volcanology and Geothermal research di Barreca, Bonforte e Neri.

È allegato un database da importare su Google Earth con i tracciati delle faglie dell’Etna..

Coincide perfettamente con gli studi di microzonazione. Spiega pure la distribuzione del terremoto di fine dicembre 2018, ma stride fortemente con le mappe allegate al Piano Territoriale Paesaggisico siciliano.

mappa delle faglie dell'Etna da Barreca, Bonforte e Neri dell'INGV contrasta con la mappa allegata al piano paesaggistico territoriale siciliano

mappa delle faglie dell’Etna da Barreca, Bonforte e Neri dell’INGV contrasta con la mappa allegata al piano paesaggistico territoriale siciliano

Certo, se c’è un terremoto e la Circonvallazione si spacca diventa una trappola per i topi, ma a quanto pare il fatto è secondario.

Se il Piano territoriale paesaggistico siciliano non prevede quelle faglie io posso pure costruirci in prossimità, se non proprio sopra. E in piena legittimità. Nientediméno!

Poi, magari, casa mia crolla e io muoio. Ma lo Stato erogherà i contributi per ricostruire la mia casa esattamente dov’era e qualcun altro ci morirà dentro dopo di me.

La Regione Siciliana inventa il moto perpetuo. La perpetua alternanza fra la messa a rischio dell’incolumità delle persone e l’erogazione di contributi per la ricostruzione.

Non è meraviglioso?

E i beni storici?

Il “Catasto Borbonico”

In Sicilia, tra il 1830 e il 1850 i Borboni avviarono un catasto per convertire la tassazione dalla base “donativi” alla base proprietà.

Centinaia di tecnici andarono per territori e campagne a fare misurazioni e rilievi.

Questa è una delle mappe del “Catasto grafico di epoca Borbonica”

La Regione Siciliana, negli anni pregressi, ha emanato alcune circolari in applicazione delle “Linee guida” approvate per la redazione del Piano Territoriale Paesaggistico Regionale.

Fra queste le Circolari numeri 2 e 3 del 2000 e la Circolare numero 13 del 2012.

Si legge:

Si perviene all’individuazione e alla perimetrazione del centro storico come zona A con una apposita ricerca storica sulle origini e sull’evoluzione dell’insediamento che tenga conto anche della formazione e delle trasformazioni del patrimonio edilizio. Una ulteriore fonte di documentazione è costituita dalle mappe del Catasto grafico di epoca borbonica (1830-1850 circa), in possesso dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali, da integrare con la documentazione costituita dalle prime planimetrie catastali redatte dopo l’avvento dello stato unitario (fine ‘800, primi decenni del ‘900). In ogni caso, non si possono escludere la consultazione degli archivi locali e i riscontri sul campo.

e ancora

il carattere storico, artistico o il particolare pregio ambientale possono nel corso del tempo solo incrementarsi naturalmente o essere sviliti abusivamente, circostanza questa da cui non può discendere la riconsiderazione dei perimetri originari.

Ma la Soprintendenza di Catania non pare averle mai lette.

Il Comune pare che avesse delimitato il centro storico in modo estremamente ridotto e la Soprintendenza di Catania avrebbe prodotto una planimetria per estenderlo.

Si legge, infatti, nel Decreto di approvazione del PRG

Zona “A”: detta zona dovrà essere estesa ricomprendendo gli ambiti indicati nelle planimetrie prodotte dalla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Catania e trasmesse al comune di Tremestieri Etneo.

Ma è corretto? Certo che no. La delimitazione del Centro Storico, dei “Nuclei storici”, dei beni isolati e della viabilità storica non rispettava le prescrizioni delle circolari regionali.

Men che meno rispetta il “Catasto Borbonico”.

Torrette (o “piramidi dell’Etna”) e “casudde”: per il Piano territoriale paesaggistico siciliano sono “pietraie”

In un preciso anello a una determinata altitudine dell’Etna sono presenti strutture particolari: Le “torrette”

 

Sono strutture particolari di forma piramidale.

Costituite da gradoni realizzati con pietra lavica a secco. Gli angoli sono sbozzati e sono presenti scale e scivoli che dalla base conducono alla cima.

Alcune presentano una “casudda” (casetta) in cima costruita, anch’essa, da blocchi di pietra lavica assemblati a secco.

Due le ipotesi ma nessuno studio serio
  • “Pietraie”. Secondo l’ipotesi sposata dalla Soprintendenza di Catania sarebbero pietraie. Sarebbero semplicemente il frutto dello spietramento dei terreni da coltivare
  • Non è determinata la datazione e la funzione delle torrette (o “piramidi”) dell’Etna. Occorre studiarle. È questa la posizione di studiosi, archeologi e addirittura egittologi.

Occorre capire che parliamo di strutture di questo genere

Optare per l’ipotesi che siano “pietraie”, per come stabilito dalla Soprintendenza di Catania, significa che possono essere rase al suolo senza alcun rimorso di coscienza.

Con buona pace dei rilievi dell’egittologa Antoine Gigal che nel 2013 veniva intervistata da la Repubblica che titolava “Il mistero delle piramidi dell’Etna“.

Con buona pace, anche, della prof Rosa Schipani De Pasquale dell’Università di Messina.

Quarant’anni prima, nel 1973, la Deputazione Nazionale di Storia Patria per l’Umbria ha pubblicato gli atti del convegno internazionale indetto a Perugia dal 7 al 13 Maggio 1973 dalla “Conférence Européenne permanente puor l’étude du paysage rural”.

Veniva così pubblicata la monografia della Prof. Rosa Schipani sulle torrette (o piramidi) dell’Etna.

Studiosi e archeologi chiedono che vengano fatti studi approfonditi sulle torrette (Piramidi dell’Etna), ma la Soprintendenza di Catania ha già deciso: sono pietraie.

E così la “torretta” esaminata dalla prof. Schipani De Pasquale è già sparita.

Negli anni 90, una lottizzazione abusiva, costruzioni abusive realizzate su quella lottizzazione e una sanatoriacon “piano di recupero” (tutto con il parere favorevole della Soprintendenza) l’ha rasa al suolo.

E il Piano territoriale paesaggistico siciliano santifica questa posizione: si tratta sicuramente di pietraie.

Il caso particolare

Purtoppo per il piano territoriale paesaggistico siciliano sono anche andato in giro a fare delle foto. E altre immagini mi sono pervenute.

All’articolo 11 comma 1 lettera a) del “Codice dei Beni Culturali” si legge che

1. Sono assoggettate alle disposizioni espressamente richiamate le seguenti tipologie di cose:

a) gli affreschi, gli stemmi, i graffiti, le lapidi, le iscrizioni, i tabernacoli ed altri elementi decorativi di edifici, esposti o non alla pubblica vista, di cui all’articolo 50, comma 1;

La torretta con la “casudda” decorata da bassorilievi

Come si coniuga questa disposizione con una “casudda” decorata con bassorilievi che è andata perduta?

In cima a una torretta (o “piramide dell’Etna”) stava una “casudda”.

Non solo con i “servizi” che ne stabiliscono l’uso abitativo, come il lavatoio in pietra lavica e il pozzo cisterna

Pozzo-cisterna in cima alla “torretta” a servizio della “casudda”

Lavatoio a doppia vasca in pietra lavica a servizio della “casudda” in cima alla torretta

Ma pure decorata con bassorilievi.

Vista prospetto sud della torretta con “casudda”. Si notano due bassorilievi raffiguranti figure sacre femminili e due sagome di bassorilievi probabilmente asportati

In foto si notano due bassorilievi di figure sacre femminili e due sagome di altri bassorilievi probabilmente asportati.

Anche la parete ovest presenta un bassorilievo raffigurante un cacciatore

E i bassorilievi dovevano pure essere colorati. In foto seguente un particolare del bassorilievo raffigurante il cacciatore

Tracce di blu cobalto nella camicia del bassorilievo raffigurante il cacciatore

Questa torretta, pur essendo stata più volte segnalata a Comune e Soprintendenza non è mai stata presa in considerazione.

Certo, definirla “pietraia” sarebbe stato complicato e poi doveva essere rasa al suolo per la realizzazione di un comparto edilizio!

Ruspe e cemento armato per la torretta con “casudda” 

Nell’indifferenza di chi dovrebbe tutelarla, Torretta e “casudda” vengono attaccati dalle ruspe

In basso a destra una ruspa rossa. Pezzi della torretta e della “casudda” crollati. Già presente un manufatto di cemento armato

A “lavoro” terminato della “casudda non resta quasi più nulla

Della figura sacra femminile in centro resta solo l’ostensorio

Le mie osservazioni

Questi e tantissimi altri i “difetti” del Piano Territoriale Paesaggistico Siciliano.

Ovviamente nei limiti delle mie conoscenze e del territorio che mi coinvolge e per il quale posso presentare “osservazioni” da semplice cittadino.

Ecco perché, da semplice cittadino, ho sentito il bisogno di proporre delle osservazioni.

Osservazioni che metto in download nella loro interezza.

Sul Piano Territoriale Paesaggistico siciliano può e deve intervenire anche il Ministro perché è un disastro. E nel frattempo imporre comunque le norme di salvaguardia per fermare lo scempio!

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